Leone XIV, Platone, Asimov…
Perché un Papa del XXI secolo, nell’enciclica Magnifica Humanitas, sente il bisogno di citare Platone? Perché, parlando di intelligenza artificiale, educazione e futuro dell’uomo, Leone XIV richiama proprio la Lettera VII di Platone, uno dei testi più enigmatici e profondi della filosofia antica? (vedi in allegato Il Papa, Platone e la fatica di capire). Perché il testo dell’eniclica insiste e spiega che la tecnologia non è neutrale, i progettisti non sono soggetti neutrali di per sé? Rflessioni e concetti analoghi al grande scrittore del secolo scorso Isaac Asimov? Nel 1950 il suo libro Io, robot conteneva i tre principi fondamentali della robotica, ponendo severi criteri alla progettazione degli stessi (vedi testo in allegato).

Magnifica Humanitis è composta di 245 paragrafi per 146 pagine, suddiviso in cinque capitoli: Cap.1- un pensiero dinamico fedele al vangelo; cap.2 – fondamenti e principi della dottrina sociale della chiesa; cap.3- tecnica e dominio. la grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’Ia; cap.4 – custodire l’umano nella trasformazione. verità, lavoro, libertà; cap.5 – la cultura della potenza e la civiltà dell’amore.
E’ un testo che sollecita a prendere note per approfondire, per ricordare. Ci interroga su questioni esistenziali per la persona e per il mondo (vedi cap. 5). La “questione dell’uomo” sottolinea la centralità della persona e del lavoro dignitoso, nel contempo sospinge la riflessione – per i credenti e non – sui valori e sui sentimenti (come l’amore, la fratellanza, la compassione) che sono la parte più mutevole, vulnerabile, conflittuale (la mitologia Abele/Caino) dell’esistenza umana, il senso uomo, quello del limite, intrecciati al mistero della sua anima e del suo destino.
Per sollecitare le nostre lettrici e i nostri lettori alla lettura alleghiamo alcuni articoli.
Alessandro D’Avenia in “Il bello di essere fragili” – su Il Corriere della Sera – (v. allegato) si sofferma sul paradosso dell’AI che aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma può anche illuderci di non avere limiti. Conclude con queste considerazioni «Alla sindrome di Babele si oppone per me il gioco di Eden: «custodire e coltivare», cioè co-creare il giardino della vita. I progettatori dell’Ai puntano al monopolio della conoscenza e dell’esperienza, per poterle vendere e guidare: un dio che dà senso e scopi risparmiandoci la fatica del dubbio, della ricerca, della libertà, delle relazioni (…) Ogni dio genera esseri a sua immagine e somiglianza, un dio artificiale crea uomini artificiali, sollevati dalla fatica del senso dell’esistenza e della libertà. L’uomo cerca Dio perché non detiene il segreto della vita, se la ritrova data ma a scadenza, e allora ne vuole di più ma, essendo limitato, non sa come procurarsela. (…) D’Avenia così conclude approfondendo il concetto di limite: «Invece l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio» (n. 118). Anni fa intitolavo L’arte di essere fragili un libro dedicato proprio all’esplorazione del limite come luogo della potenza umana, un paradosso che ribalta la mancanza in apertura e non vede nel limite una privazione e una colpa come accade oggi. La mancanza è apertura alla ricerca (scoperta), all’invenzione (creatività) e all’amore (relazioni). Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.».
Il Papa, Platone e la fatica di capire di di Mauro Crippa e Giuseppe Girgenti Corriere della Sera 6-6-26 . Così inizia << Perché un Papa del XXI secolo, nel cuore di un’enciclica dedicata alla Magnifica Humanitas, sente il bisogno di citare Platone? Perché, parlando di intelligenza artificiale, educazione e futuro dell’uomo, Leone XIV richiama proprio la Lettera VII, uno dei testi più enigmatici e profondi della filosofia antica? La domanda non è marginale. In quel passaggio dell’enciclica il Papa non si limita a evocare genericamente il mondo classico come repertorio ornamentale della cultura occidentale. Compie una scelta precisa: affida a Platone il compito di ricordare all’umanità digitale che le cose più importanti non possono essere apprese istantaneamente, né delegate interamente a una macchina. Il cuore del testo è qui: «Le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica». È una frase che sembra scritta contro l’epoca dell’immediatezza del real time. Leone XIV la inserisce in un ragionamento sul rischio educativo dell’ia: la velocità delle risposte, la facilità delle sintesi, la disponibilità permanente di informazioni possono spegnere il desiderio della ricerca personale, della domanda, del dubbio, dell’attesa. Il Papa comprende che la vera questione dell’intelligenza artificiale non è soltanto tecnica o economica. È antropologica. (..) per proseguire aprire l’allegato
Isaac Asimov, 75 anni fa, in premessa al suo libro Io, Robot – pubblicava le tre leggi fondamentali della robotica di un manuale datato 2058 dopo Cristo, queste: 1 – Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno. 2 – Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge. 3 – Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge. Io, robot è una raccolta di racconti di fantascienza, contiene 9 storie scritte fra il 1940 e 1959, che hanno per protagonisti i robot positronici. Sono basate sul tema delle tre leggi della robotica, sulle loro contraddizioni e le loro apparenti falle.(vedi allegato)
Antonio Spadaro, teologo e giornalista gesuita, ricopre l’incarico di Sottosegretario del dicastero vaticano cultura e educazione, in “Leone XIV, noi… e gli algoritmi” – su Il Fatto Quotidiano – così inizia « Nel novembre del 2021, sul Henry Kissinger, Eric Schmidt e Daniel Huttenlocher pubblicarono un saggio che conteneva già tutto il problema: The Challenge of Being Human in the Age of AI, ovvero la sfida di essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale. La portata della tesi andava ben oltre la tecnica: per trecento anni la ragione è stata il nostro strumento primario per comprendere il mondo;
l’intelligenza artificiale ne mette in discussione il primato, perché indaga e percepisce aspetti della realtà più velocemente di noi, in modo diverso da noi, e in alcuni casi in modi che non comprendiamo. Stiamo forse assistendo al tramonto dell’illuminismo? (…) Se finora ci ha guidati il principio “penso, dunque sono”, che cosa siamo quando anche la macchina
pensa? Quando l’intelligenza cessa di essere un monopolio biologico, tutto ciò che abbiamo costruito sulla centralità della ragione umana – la democrazia, il diritto, la scienza, l’arte – vacilla sulle sue fondamenta. (…) Kissinger, Schmidt e Huttenlocher chiedevano una commissione nazionale, multidisciplinare, capace di pensare il problema oltre i confini dell’ingegneria e della regolamentazione. L’avanzamento dell’intelligenza artificiale, scrivevano, è inevitabile; la sua destinazione ultima non lo è. (…) La sfida posta da Henry Kissinger* – che cosa siamo quando anche la macchina pensa? – riceve dal Papa una risposta che il realista americano non avrebbe previsto: non tecnica né regolatoria, ma una risposta che chiama in causa il desiderio, la libertà interiore, la qualità dello sguardo con cui guardiamo noi stessi. (…) Se milioni di persone delegano il pensiero all’algoritmo, è per ragioni concrete prima che per pigrizia spirituale: il mercato del lavoro lo impone, la scuola non li prepara, il tempo per la riflessione è un lusso che non possono permettersi. La conversione del cuore è necessaria, ma senza un cambiamento delle condizioni strutturali rischia di restare un privilegio per chi ha già le risorse per esercitarla. (…) per proseguire aprire l’allegato
* Ndr – Il legame tra Kissinger e la frase – Il titolo esatto «Che cosa siamo quando anche la macchina pensa?» appartiene storicamente al saggio di Ernesto de Martino del 1962, negli ultimi anni della sua vita l’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger ha sviluppato esattamente lo stesso identico interrogativo. Nel suo celebre libro del 2021, L’era dell’intelligenza artificiale. Il futuro dell’identità umana (scritto insieme a Eric Schmidt e Daniel Huttenlocher), Kissinger si è assiduamente concentrato sulla medesima questione:
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