Fincantieri, cobot e tablet
Stefano Cingolani, su Il Foglio della domenica, pubblica un nuovo reportage, dopo quello sulla Siemens di Entrange, sulla Fincantieri di Montefalcone. Racconta quanto cambia nel grande cantiere navale con l’introduzione di robot, di cobot, di tablet, intervistando ceo, manager e direttori. Manca la valutazione dei lavoratori, sia di quelli assunti in Fincantieri e di quelli – assai più numerosi, della lunga filiera di appalti e sub appalti con lavoratori immigrati. E’ un lungo articolo che fa sorgere la domanda sulla rarità di INCHIESTE con i lavoratori per iniziativa sindacale, delle Rsu. Sui perché della rinuncia ad uno strumento fondamentale per dare voce ai lavoratori che vivono le trasformazioni.
Qui le navi da crociera si costruiscono con tablet e cani robot di Stefano Cingolani Il Foglio 11-7-2026

- Il cantiere navale più grande del Mediterraneo è anche un laboratorio: la manifattura si trasforma e il futuro è già visibile. Com’è fatta la via italiana all’innovazione
- La fatica tocca sempre agli uomini, ma senza più il sudore della fronte. Il saldatore di oggi convive con quello di domani, sulla stessa lastra d’acciaio
- Il cantiere di Monfalcone occupa 6.500 persone, ma genera oltre 23 mila posti di lavoro lungo una catena produttiva tutta italiana
- Fincantieri ha 116 anni e non li dimostra. Un “ecosistema integrato in cui robotica, Ai, digital twin, computer vision e automazione collaborano”.
- Monfalcone ha consegnato 742 unità navali, tra cui 45 navi da crociera, 75 sommergibili e sottomarini e 14 prestigiose navi di linea.
- “Il privilegio manifatturiero europeo e italiano può scadere prima del previsto, l’unica ricetta è innovare”, spiega Folgiero, ceo e direttore generale
- Giovani ingegneri mi fanno indossare un visore per la realtà virtuale. Viene da muoversi nello spazio così come sarà. Un universo multicolore
- Per un gruppo italiano e globale al tempo stesso, la competizione resta aspra con i cantieri dell’estremo oriente: Corea, Giappone e orala Cina.
Così inizia << Monfalcone. Accovacciato sulla lastra d’acciaio sempre più calda con il passar delle ore, spinge la sua torcia contro la putrella. Avvolto da una tuta verde, il volto protetto dalla rigida maschera, le mani infilate negli spessi guanti, di quell’ammasso informe si vede da lontano solo la luce bluastra della fiamma. Potrebbe essere una macchina. Ma no, è l’uomo-macchina forgiato dall’industria del Novecento. D’un tratto si ferma. Aspetta che il metallo fuso si raffreddi, poi interrompe il flusso di calore, solleva la maschera per asciugare il sudore con un gesto rapido, quasi pudico, e getta lo sguardo alla sua sinistra. Poco più in là due giovani operatori consultano un tablet e uno di loro s’avvicina a un piccolo braccio automatico che accende la sua scintilla. Si chiama cobot o robot collaborativo, rimpiazza l’intervento manuale per un lavoro eseguito in massima sicurezza e con la massima precisione. Non sostituisce l’uomo, anzi ne ha bisogno più che mai, precisa Enrico, al quale fa capo l’applicazione delle nuove tecnologie.
E’ il nostro Virgilio, che ci guida in questo viaggio attraverso la trasformazione del lavoro in una delle manifatture più antiche come la costruzione navale. Il manager indica il tecnico che manovra il computer a una ventina di metri di distanza, da lì partono le informazioni per il tablet; una volta verificate, l’impulso attiva il cobot che esegue il suo compito senza se e senza ma: il perché e il per come spetta agli uomini, a lui tocca la fatica, senza più sudore della fronte. Il saldatore del futuro e quello del presente convivono oggi sulla stessa lastra d’acciaio. (…)
Il nostro viaggio parte dalle lamiere che arrivano dalle acciaierie (anche da Taranto, ma sempre meno; il maggior fornitore era ucraino, l’azovstal di Mariupol, l’invasione russa ha provocato seri problemi di approvvigionamento, di costo, di qualità). Il percorso finisce in un buio labirinto di fili, di cavi, di tubi, torce elettriche, nel ventre della Norwegian Aura, un colosso da 170.000 tonnellate lungo 344 metri, alto 68 dal livello dell’acqua più 8 metri di pescaggio; con 3 mila cabine comprese quelle dell’equipaggio; per fabbricarla ci vogliono due anni e mezzo, con migliaia di ingegneri, architetti, informatici, tecnici di ogni tipo, operai; il cantiere di Monfalcone occupa circa 6.500 persone (circa 1.600 dipendenti diretti), ma genera complessivamente oltre 23.000 posti di lavoro lungo una catena produttiva tutta italiana, dicono con orgoglio a Fincantieri.
Una filiera che può far da volano al salto tecnologico non solo nella cantieristica, ma in prospettiva in tutta la manifattura chiamata all’appuntamento con la rivoluzione digitale, nella quale l’intelligenza artificiale è la mente e il robot il braccio, ci spiega Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri.
Abbiamo già sentito la stessa metafora altrove (per esempio in Germania alla Siemens), in genere là dove gli algoritmi danno vita alla materia inanimata; la si usa per definire con linguaggio comune L’AI fisica o industriale che dir si voglia, il modello che si sta affermando nel continente europeo dove la manifattura è regina.
E’ una differenza di fondo dagli Stati Uniti molto più avanti nei linguaggi generali, ma ancora indietro nella loro applicazione produttiva. “In Germania questo percorso è sostenuto anche dalla presenza di molte grandi imprese – sottolinea Folgiero –. In Italia il valore del nostro sistema manifatturiero risiede nella forza della filiera, ed è per questo che sulle grandi realtà industriali, e quindi anche su di noi, ricade una responsabilità particolare. Siamo di fronte a due tipi di innovazione: una è di prodotto, perché la nave va sempre più ripensata nel suo modo di essere, nella sua funzione, in come viene alimentata e come naviga; l’altra è di processo, perché questo nuovo tipo di nave va costruito in modo sempre più sofisticato. La convergenza tra automazione, robotica e Physical AI è destinata a ridefinire il modo stesso di fare manifattura, rendendo i processi produttivi sempre più intelligenti, adattivi e integrati. Non si cambia da soli: la catena del valore è strettamente intrecciata. In Fincantieri abbiamo i mezzi e la capacità per fare da capofiliera, ci sono tutte le carte in regola per essere un importante volano della grande trasformazione. Visitare il cantiere le darà una conoscenza visiva di come lavoriamo e di come sempre più lavoreremo”. (…)
La vera novità nel grande capannone è che l’intero lavoro è stato messo a testa in giù. Cioè quel che sta disteso come fosse un pavimento è in realtà il soffitto, la parte superiore, un tempo doveva essere lavorata dal basso con maggior fatica e minor precisione, rovesciarla è l’uovo di Colombo, però non sarebbe stato possibile senza le nuove attrezzature tecnologiche. In queste mega strutture sembra strano che la precisione meticolosa del lavoro sia la chiave di volta. Ma per quanto grande sia, è pur sempre una nave destinata ad essere avvolta dall’acqua, strapazzata dai venti dalle tempeste. Chi ama Joseph Conrad non può non pensare alla sua novella intitolata Tifone; i tempi sono cambiati, l’uomo ha acquistato forza, maestria e strumenti, ma la natura sa essere matrigna e questi colossali vascelli nati per portare diletto devono saper resistere anche ai peggiori uragani. Sopra le nostre teste ronzano piccoli droni, sono anch’essi controllori e inviano le immagini dall’alto agli schermi davanti ai quali i tecnici osservano e comparano, perché la scelta spetta sempre a loro non alla macchina. Si usano software fatti in casa finché è possibile, anche questa è una spinta a diffondere innovazione nel tessuto industriale che ruota attorno al cantiere.
Due sono gli obiettivi in questa fase: portare il lavoro in linea – migliorandone la qualità e riducendo la fatica – e spostare buona parte della costruzione dall’acqua alla terra, cioè fare in officina tutto quel che è possibile, in modo da ridurre il resto che richiede molto tempo e precisione, a quando lo scafo verrà fatto scivolare in acqua e ancorato al bacino di carenaggio. (…)
A questo punto dobbiamo ricordare cos’è Monfalcone, uno dei siti strategici per Fincantieri e il più grande stabilimento del gruppo. Si estende su 815 mila metri quadrati dei quali oltre 250 mila coperti. Ha 116 anni e non li dimostra, proprio grazie alle innovazioni che vengono introdotte di continuo in un “ecosistema integrato in cui robotica, intelligenza artificiale, digital twin, computer vision e automazione collaborano per migliorare processi produttivi, qualità costruttiva, sicurezza e sostenibilità – spiegano gli ingegneri che ci accompagnano – La cantieristica navale rappresenta uno degli ambienti manifatturieri più complessi al mondo: grandi strutture metalliche, lavorazioni distribuite, migliaia di componenti e attività simultanee richiedono sistemi avanzati di coordinamento, monitoraggio e controllo. E Fincantieri sta introducendo tecnologie che consentono di trasformare il cantiere in un ambiente sempre più digitale e interconnesso”. (…) Il testo completo in allegato
Nota da Ia Google – Nel cantiere Fincantieri di Monfalcone, lavorano circa 6.800 operai stranieri a fronte di circa 1.700 dipendenti italiani. I lavoratori immigrati sono impiegati quasi esclusivamente attraverso un sistema di appalti e subappalti tramite ditte esterne, mentre i dipendenti diretti dell’azienda sono in larghissima maggioranza italiani. Composizione della Forza Lavoro e Contratti
- Dipendenti diretti Fincantieri: Su circa 1.500 -1.800 dipendenti diretti totali (impiegati e operai specializzati), la percentuale di lavoratori stranieri è inferiore all’1-2%. Sono assunti con contratti diretti del CCNL Metalmeccanici.
- Lavoratori dell’indotto (Appalti/Subappalti): Dei circa 5.000 – 6.000 lavoratori complessivi che operano nell’indotto, oltre il 70-80% è costituito da immigrati (provenienti soprattutto da Bangladesh, Romania e Croazia).
- Tipologia contrattuale: Molti lavoratori dell’indotto sono inquadrati tramite la cosiddetta “paga globale” (spesso attraverso contratti collettivi di cooperative o aziende multiservizi meno tutelanti rispetto ai metalmeccanici). L’elevata frammentazione in subappalti vede spesso contratti a termine o di somministrazione con carichi di lavoro molto intensi. (…) per proseguire aprire l’allegato
