Quest’articolo è stato pubblicato sul nostro sito il 25 aprile 2020, nella fase acuta della prima ondata della pandemia. Lo riproponiamo per la sua grande attualità in questa seconda ondata del Covid, più estesa e incontrollata di quella di primavera. Prendere a riferimento e estendere alle grandi e medie fabbriche quanto fatto in primavera dall’azienda di Collegno (orari su tre turni di sei ore e due ore pagate dalla Cig) risolverebbe in buona misura il grave problema dell’affollamento sui trasporti, fonte primaria del gran galoppo del virus. Portare a rapido compimento il numero previsto per le Unità speciali di continuità assistenziali (Usca), ovvero potenziare il traballante servizio sanitorio pubblico sul territorio con unità mobili, consentirebbe di curare a casa i contagiati Covid lievi, seguire gli asintomatici, effettuare test e tamponi senza intasare i Pronto Soccorsi, tenendo in piedi il fondamentale tracciamento. Si può!!!! Perchè i sindacati confederali nazionali e territoriali non assumono questi due problemi come la priorità delle priorita? Perchè non ne fanno una bandiera?

L’imprenditore virtuoso di Collegno e le colpe della Sanità Regionale e Torinese

Privata virtùPierluigi Catellani è il responsabile della società Liebherr-Utensili che fa parte della omonima multinazionale tedesca. Lo stabilimento di Collegno è specializzato nella produzione di macchine utensili per ingranaggi per il settore agricolo e auto. L’azienda che ha chiuso una settimana prima del lockdown ufficiale «per paura di quello che stava succedendo» avendo registrato due casi di contagio e tra i lavoratori c’era il panico. Da Lunedì 20 Aprile è tornata in attività limitando ai minimi i contatti e dotando di dispositivi di protezione tutti i dipendenti. L’azienda ha 92 dipendenti, 21 possono lavorare in smart working. La produzione è stata divisa su tre turni di sei ore: 20-2, 13-19 e 6-12; due ore sono ricoperte con la cassaintegrazione. Chi sta in un turno non può cambiarlo. Chiusi gli spogliatoi e la mensa. I turni non si incrociano al cambio. Per altri dettagli aprire l’allegato.

Usca – colpevole responsabilità della sanità pubblica – Una delle ragioni, forse la più importante, che spiega l’elevato contagio – fuori controllo – della Provincia di Torino, di Torino città e della Regione Piemonte, è la mancata attuazione delle Usca (Unità speciali di continuità assistenziale), cioè le squadre di operatori sanitari formati ed equipaggiati di tutti i dispositivi di protezione necessari per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da Covid-19. Il governo le ha istituite con il decreto del 9 marzo, lasciando dieci giorni di tempo alle Regioni per adeguarsi. Il sindacato piemontese di medici e dirigenti sanitari ha definito «catastrofica la gestione della fase 1».

La legge indica per per ogni 50.000 abitati deve essere allestita un’unità USCA; il che significa che per il Piemonte, che conta 4,3 milioni di residenti, entro il 20 marzo dovevano operare 86 Usca, delle quali 18 a Torino. A tutt’oggi quelle operative sul territorio regionale sono 34, poco più di un terzo del fabbisogno. Di queste appena due, come detto, coprono i circa 880 mila abitanti del capoluogo torinese. Una postazione è al Presidio Valletta di Mirafiori Sud. L’altra, appena attivata, è alla Casa della Salute Valdese, a San Salvario

Ma la prima Usca della città di Torino è stata attivata solo il 10 aprile, ben venti giorni dopo quel termine perentorio indicata dalla legge. A oggi, come certifica la stessa Asl locale, le unità speciali che operano in città sono appena due: la seconda è attiva da questa settimana. Il 90% dei torinese è in pratica senza assistenza. Bloccati a letto con tosse e febbre alta, in attesa di una visita medica che non è mai arrivata. Nel pieno dell’emergenza coronavirus, i torinesi che si sono ammalati sono stati costretti ad arrangiarsi e a sperare che il peggio passasse. E se il peggio non passava finivano in ospedale, in quei reparti di terapia intensiva arrivati sull’orlo del collasso. (…) Per maggior informazione aprire l’allegato.

IL FLOP PER LE USCA E’ CLAMOROSO anche in Lombardia, che come il Piemonte, ha finora attuato una strategia ospedalo-centrica. Ritardi anche in altre Regioni come descrive l’articolo di Giuseppe Salvaggiulo su La Stampa del 26 Aprile. Vedi allegato.

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