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Europa: politica, economia, società

Perché la Spagna ci supera?

Salari, imposte Madrid ci batte. Quali scelte hanno fatto la differenza in due economie simili il potere d’acquisto cresce dell’1,2%, il nostro è sceso dell’8% l’energia costa il 50% in meno. Più investimenti dall’estero. Tasse, stipendi, bollette: perché la Spagna ci supera? Le scelte che hanno fatto la differenza sono confrontate nel dataroom di Milena Gabanelli e Francesco Tortora pubblica su Il Corriere della Sera dell’ 11 Maggio, qui pubblicato.

<< La Spagna si sta posizionando come nuova locomotiva d’Europa. Dai dati Eurostat crescono economia, occupazione e investimenti in modo ormai strutturale, e sta reggendo allo choc energetico meglio degli altri Paesi membri. Diversi economisti indicano la Spagna come modello per l’Italia perché le due economie sono simili per vocazione turistica, produzione agricola, manifattura e tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese. E allora come si spiega che Madrid avanza e l’Italia arranca?

Stabilità economica

Negli ultimi 15 anni la Spagna è stata guidata da due premier, Mariano Rajoy e Pedro Sánchez, che pur appartenendo a schieramenti opposti hanno garantito la continuità dell’azione di governo anche nelle fasi più critiche. Nello stesso periodo il nostro Paese ha avuto sette presidenti del Consiglio e otto governi, di cui due tecnici; uno scenario nel quale è pressoché impossibile mantenere una linea politica coerente. Dall’ottobre 2022 però la situazione è cambiata: il governo Meloni conta su un’ampia maggioranza mentre il premier socialista Sánchez guida un esecutivo di minoranza che lo costringe a continue mediazioni e che dal 2023 non riesce ad approvare una nuova legge di bilancio. Tuttavia l’andamento generale non ne risente.

Il mercato del lavoro

Nel 2012, con la Spagna in piena crisi finanziaria, Rajoy vara una riforma del lavoro che introduce più flessibilità e riduce i vincoli ai licenziamenti. Nel 2018 arriva Sánchez, che aumenta il salario minimo e nel 2021 rafforza i contratti a tempo indeterminato limitando il ricorso a quelli a termine. La progressiva stabilizzazione degli occupati e circa 6,8 miliardi di incentivi destinati a misure attive hanno contribuito alla riduzione della disoccupazione di 10 punti percentuali rispetto al 2016. In dieci anni i consumi delle famiglie sono aumentati del 12,5%, e il Pil è cresciuto in media del 2,1%. Oggi, tra le quattro principali economie della Ue, la Spagna è il Paese dove i salari hanno recuperato più potere d’acquisto rispetto ai livelli pre-covid (+1,2%).

In Italia nel 2015 il governo Renzi, con il Jobs Act, dà il via libera ai licenziamenti con indennizzo e introduce il contratto a tutele crescenti. Nel 2017 il governo Gentiloni abolisce l’utilizzo dei voucher. Nel 2018 il primo governo Conte riduce la durata dei contratti a tempo determinato da tre anni a uno, con possibilità di proroga a due anni solo in presenza di causali rigide e obbligatorie. Nel 2023 il governo Meloni allenta le condizioni per le proroghe e reintroduce i voucher per il lavoro occasionale.

Negli ultimi dieci anni in Italia la disoccupazione è scesa di 6 punti percentuali, ma la nuova occupazione ha riguardato principalmente settori a bassa produttività come ristorazione, assistenza e edilizia. Le conseguenze si riflettono in consumi quasi stagnanti (+2,9% in 10 anni), con il Pil che dal 2016 registra un incremento medio dell’1%, mentre il potere d’acquisto dei salari ha perso circa l’8% rispetto ai livelli pre-covid. In questo contesto, nel 2024 lo stipendio medio italiano (33.523 euro) è stato superato da quello spagnolo (33.700 euro).

Gestione dell’immigrazione

Gli immigrati sudamericani beneficiano di una relazione speciale con la Spagna: condividendo lingua e tradizioni, ottengono la cittadinanza dopo soli due anni di residenza legale rispetto ai dieci anni previsti per gli altri stranieri. Le imprese possono richiedere l’assunzione di cittadini extracomunitari in qualunque momento tramite procedura semplificata per le professioni con carenza di manodopera, o per lavoratori di qualunque tipo provenienti da Paesi con cui esistono accordi bilaterali, come Cile e Perù.

Secondo i dati pubblicati dall’osservatorio sui conti pubblici i permessi di residenza agli stranieri sono passati dai 136 mila concessi nel 2014, ai 248 mila del 2024. A questi numeri si aggiunge la maxi-sanatoria di circa mezzo milione di irregolari varata lo scorso aprile. Inoltre nel 2024 è stato approvato un Piano strategico che prevede un investimento di 100 milioni di euro in programmi di formazione professionale e integrazione. Sul tema migratorio va rilevato che l’Italia è geograficamente più esposta, e sulle nostre coste non arrivano anche cittadini con cui abbiamo in comune lingua e tradizioni (come invece avviene in Spagna).

Il punto dirimente però è la feroce contrapposizione fra i partiti che da dieci anni spacca la politica italiana, e continua ad impedire una gestione collocabile fuori dal perimetro ideologico. L’assunzione di extracomunitari è regolata dal «Decreto Flussi» con gli imprenditori che devono passare dai 4 click day all’anno divisi per tipologia: stagionali, subordinati, badanti, turismo. In più le procedure burocratiche sono inefficienti e non rispondono alle esigenze delle imprese.

Tra il 2014 e il 2024 i permessi di soggiorno agli stranieri sono stati mediamente 160 mila all’anno, ma una parte minoritaria ha riguardato ingressi per motivi di lavoro. Sta di fatto che la Spagna attrae stranieri con un livello di istruzione più elevato – il 29% è laureato contro il 12% in Italia – e, nonostante la bassa natalità, la sua popolazione residente è cresciuta di 3 milioni nell’ultimo decennio, mentre quella italiana è diminuita di 1,7 milioni.

Il mix dell’energia

Fino a otto anni fa, malgrado una forte dipendenza dal gas e l’assenza del nucleare, l’Italia riusciva a mantenere prezzi finali dell’elettricità più competitivi rispetto alla Spagna. Dal 2018 Madrid ha trasformato il proprio sistema energetico: grazie a un’espansione delle rinnovabili, ha ridotto del 75% il peso di gas e carbone nella formazione del prezzo dell’elettricità, aggiungendo oltre 40 gigawatt di nuova capacità tra fotovoltaico ed eolico. Oggi la stragrande maggioranza dell’energia elettrica deriva da fonti a basse emissioni di carbonio, tra cui rinnovabili (il 55,2%) e nucleare. Questo cambiamento ha reso la Spagna uno dei mercati elettrici più competitivi d’europa. Nel 2025, il prezzo medio dell’elettricità all’ingrosso è stato di 65 euro per MWH in Spagna, contro i 116 euro per MWH in Italia. Il divario è destinato ad ampliarsi a causa delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente: uno studio Ember dimostra che da inizio 2026, in Spagna, il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità solo nel 15% delle ore, rispetto all’89% in Italia.

Investimenti stranieri

Nell’ultimo decennio la Spagna ha attratto investimenti esteri per 304 miliardi di euro che hanno generato 72 mila posti di lavoro, contro i 191 miliardi dell’Italia con 40 mila posti di lavoro. Il vantaggio spagnolo è legato almeno a tre fattori:

1) Le riforme che hanno semplificato le procedure della pubblica amministrazione, ampliato la banda larga e introdotto piattaforme digitali integrate per la gestione delle pratiche tra cittadini, imprese e amministrazioni. Secondo il Digital Economy and Society Index (Desi) la Spagna è tra i Paesi europei con i progressi più significativi sul fronte della digitalizzazione della pubblica amministrazione e mostra un vantaggio rispetto all’Italia in quasi tutti gli indicatori. Sui servizi pubblici digitali per le imprese totalizza un punteggio di 91 su 100 contro 76,3 dell’Italia, mentre la distanza è ancora più netta sui servizi transfrontalieri: 82,5 contro 57,9.

2) Una tassazione in generale più bassa (per esempio sul cuneo fiscale è del 41,4% contro il 45,8% italiano) e la continuità delle norme fiscali rimaste sostanzialmente invariate dal 2015. In Italia, al contrario, solo tra il 2018 e il 2023 sono state approvate oltre 50 modifiche fiscali.

3) Efficienza giudiziaria. I tribunali spagnoli riescono a chiudere in media le controversie civili e commerciali in poco più di tre anni. In Italia si arriva fino a sei. >>

13/05/2026/0 Commenti/da redazione
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