Leggi elettorali pro partiti
A ben pensarci si intuisce perché i partiti e parecchi corpi intermedi “non aminino” e abbiano “memoria corta” su quanto pubblicano i Dataroom di Milena Gabanelli – settimanalmente, il lunedì, su Il Corriere della Sera e in onda in coda al Tg7. Sintetizzano in modo comprensibili ai tanti, dati e considerazioni che ostacolano la realizzazione di importanti obiettivi indicati dalla Costituzione. L’utimo tratta: “Leggi elettorali: quanto contano e per chi“, molto utile per valutare e comprendere le insidie – alcune oltre il confine della costituzionalità – contenute nella proposta di legge in discussione al Parlamento (vedi articoli allegati).
Questo il dataroom di MIlena Gabanelli e Simone Ravizza del 8 giugno 2026
<< Dal 1993 ne abbiamo cambiate 4. ora si va verso la quinta. Con la stessa norma, 3 esiti opposti. Con nuove regole, medesimo stallo perché il meccanismo s’inceppa: i modelli sono utili solo ai partit
«I sistemi elettorali sono lo strumento più manipolativo della politica», sosteneva il celebre politologo Giovanni Sartori. Ma allora quanto conta davvero la legge elettorale su chi vince le elezioni, visto che negli ultimi 33 anni l’abbiamo cambiata quattro volte e adesso si va verso la quinta? Per capirlo occorre comprendere il meccanismo che trasforma il nostro voto in seggi in Parlamento. Da quella formula dipendono due cose: la rappresentanza, cioè quante e quali forze politiche entrano in Parlamento, e la governabilità, cioè fare in modo che dalle urne esca una maggioranza solida in grado di formare un governo che duri i 5 anni per i quali è stato eletto. In Italia trovare l’equilibrio tra le due logiche si è rivelato molto difficile.

Secondo i politologi Nicola Pasini (Statale di Milano) e Marta Regalia (Università del Piemonte Orientale di Alessandria) la legge dovrebbe dare potere agli elettori e «spingere i partiti a presentare all’opinione pubblica coalizioni pre-elettorali chiare così che i cittadini possano esprimere una scelta di indirizzo altrettanto chiara». Invece chi scrive le regole del gioco cerca di costruire le formule guardando ai risultati elettorali passati o ai sondaggi.
Rappresentanza e governabilità
In un sistema proporzionale ogni partito ottiene seggi in proporzione ai voti e il Parlamento riflette tutte le sensibilità politiche del Paese. Questo però non garantisce la governabilità perché può portare a coalizioni eterogenee e instabili. Al contrario, assegnare singoli seggi nei collegi elettorali a chi prende anche solo un voto in più, oppure garantire un premio di maggioranza al partito o coalizione che vince, può portare a governi stabili. Almeno sulla carta. Perché, come vedremo, ci possono essere sorprese!
La prima Repubblica
Dopo il fascismo l’italia, per evitare gli errori del passato, sceglie un modello che faccia contare tutti. Nella cosiddetta Prima Repubblica per 45 anni c’è una sola legge elettorale (esclusa la «legge truffa», con un premio di maggioranza mai scattato).
Il cittadino sceglie un partito e può indicare fino a 3 o 4 preferenze: i seggi vanno ai partiti in proporzione ai voti e ai candidati secondo le preferenze.
Risultato: massima rappresentatività, ma tanti partiti rendono instabile il governo. Dal ’48 al ’94 si succedono 47 governi, con una durata media di 355 giorni.

Il Mattarellum (1993)
Nel 1993, per avere più stabilità, si cambia con il Mattarellum: il 75% dei seggi vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi sparsi sul territorio, e il 25% viene distribuito in proporzione ai voti. Il cittadino non può esprimere preferenze: il partito o la coalizione scelgono il candidato che nei collegi sfida gli altri. La gara diventa tra due schieramenti, ma i piccoli partiti restano decisivi e hanno potere di ricatto: nel ’94 la Lega di Bossi all’8,4% fa cadere il governo Berlusconi I, e nel ’98 Rifondazione Comunista di Bertinotti all’8,5% fa cadere il governo Prodi I. In 12 anni 8 governi della durata media di 423 giorni, ad esclusione del Berlusconi II rimasto in carica 1.412 giorni.
Il Porcellum (2005)
Nel 2005 arriva il Porcellum e si torna al proporzionale con i candidati eletti in base all’ordine scelto dai partiti in liste bloccate. C’è però un premio: alla Camera il 55% dei seggi alla coalizione più votata, mentre al Senato il bonus scatta regione per regione garantendo anche qui il 55% dei seggi alle coalizioni più votate. I numeri però mostrano come la stessa legge possa portare a risultati opposti. Vediamoli.
Stessa leggi, esiti diversi
Nel 2006 l’unione di Romano Prodi prende il 49,81% e la Casa delle Libertà di Berlusconi il 49,74%. Uno scarto quasi nullo, ma grazie al premio l’unione ottiene 348 seggi alla Camera contro 281. Al Senato finisce quasi pari: 158 a 156, una maggioranza fragilissima.

Nel 2008 il Popolo delle Libertà e la Lega hanno il 46,81% contro il 37,55% di Pd e Italia dei Valori. Il vantaggio si trasforma in una valanga di seggi: alla Camera 344 contro 247, al Senato 174 contro 134.
Nel 2013 Italia Bene Comune di Pier Luigi Bersani prende il 29,55%, il Popolo delle Libertà il 29,18% e il M5S il 25,56%. Alla Camera scatta il premio e Italia Bene Comune ottiene 345 seggi contro i 126 del centrodestra e i 109 del M5S. Al Senato invece nessuno ha i numeri per governare con 123 a 118 e il M5S a 54. Nasce un governo di larghe intese che nessuno avrebbe mai immaginato. Sta di fatto che tra il 2006 e il 2018 ci sono 6 governi con una media di 724 giorni, conteggiando il record di Matteo Renzi di 1.024 giorni.
La Consulta e l’Italicum (2014)
Nel 2014 la Corte costituzionale boccia il Porcellum perché è convinta che il premio di maggioranza senza una percentuale minima di voti faccia perdere rappresentatività al Parlamento e le liste bloccate sfavoriscano un rapporto diretto tra elettori ed eletti. Segue l’italicum, voluto da Matteo Renzi nel 2015: proporzionale con premio di maggioranza, ma solo se viene raggiunto il 40% dei voti, altrimenti si va al ballottaggio tra i due partiti più votati. Solo il nome del capolista è bloccato, gli altri vengono eletti con le preferenze. Ma anche l’italicum viene bocciato dalla Corte costituzionale.
Il Rosatellum (2017)
Dal 2017 si vota con il Rosatellum: il 37% dei posti vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi e il 63% viene diviso in proporzione ai voti dei partiti. Nessuna possibilità di esprimere preferenze. Nel 2018 il centrodestra prende il 37%, il M5S il 32,7% e il centrosinistra il 22,8%. Alla Camera il centrodestra ottiene 265 seggi, il M5S 227 e il centrosinistra 122. Al Senato il centrodestra arriva a 137, il M5S a 111 e il centrosinistra a 60. Nessuna coalizione ha i numeri per governare da sola come era già successo nel 2013 con una legge elettorale diversa. In 4 anni e 7 mesi 3 governi, media 554 giorni.
Il governo Meloni Il governo Meloni, il quarto votato con il Rosatellum, è in carica da 1.325 giorni, il secondo più lungo dopo il Berlusconi II. Eppure la sua coalizione ha depositato, il 26 febbraio, la proposta della quinta legge elettorale. Forse perché teme di non avere più lo stesso consenso del 2022 e cerca la formula più adatta a blindarla?
I pilastri su cui si regge, in base all’ultima versione, sono: sistema proporzionale con premio di maggioranza (ndr – sono un numero di seggi in più di quelli spettanti rispetto i voti ricevuti, quindi sottratti dal numero dei seggi spettanti alla minoranza) per chi raggiunge il 42% dei voti; se nessuno ci arriva, scatta il proporzionale puro. Le coalizioni devono indicare nel programma chi sarà il presidente del Consiglio designato. E ancora una volta sono escluse le preferenze, che potrebbero restituire un po’ di sovranità agli elettori.>>
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Un messaggio postato sul web – La Corte con sentenza 35/2017 al punto 11 ha stabilito che il premio di maggioranza non può alterare la rappresentanza. Il voto deve avere valore eguale. Ne’ può ledere le prerogative del Colle nello scegliere il primo ministro. Con nome in programma e premio maggioritario piccolo o grande che sia, tali poteri vengono lesi. Art. 92. Non è solo questione di entità del premio, con Renzi del 14 per cento oggi del 16,7. E nemmeno di soglie 40 o 42 per accedervi. Questa legge è incostituzionale perché tramuta una minoranza in maggioranza ed entra in conflitto con il Colle. In più ci sono liste bloccate e ciò viola l’art 67 sulla rappresentanza e il divieto del vincolo di mandato: con il lista bloccata infatti io voto non il mio rappresentante, ma il nome del capo coalizione e qui si torna al carattere premierale della legge truffa Meloni! Anche Ceccanti- vedi oggi Corriere- lo dice! Lui che fu autore Italicum bocciato, lo sa bene. Un conto è piccolo premio per favorire governabilità, altro il premio che trasforma la minoranza in maggioranza. Cominciamo quindi a organizzarci su questo tema: legge incostituzionale specie con premio al 16, 7, di due punti superiore a quello che voleva Renzi affossato da popolo e Corte.
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ALLEGATI COLLATERALI vedi allegati
Discutere la riforma elettorale fuori dalle aule parlamentari – Almeno su astensionismo e scelta dei propri rappresentanti, la riforma dovrebbe rispondere alle domande che i cittadini pongono in questa fase di crisi dei sistemi democratici tradizionali (…) di Paolo Pombeni 03 giugno 2026 Il Mulino – Questo articolo fa parte dello speciale La riforma della legge elettorale (quattro articoli). https://www.rivistailmulino.it/speciale/la-riforma-della-legge-elettorale
Legge elettorale, è scontro. Mossa sui collegi all’estero- di Valentina Pigliatule Il Mattino 2-6-26 – E il centrosinistra fa muro. Pronta la proposta per ridurre da quattro a due le ripartizioni oltreconfine. Dal campo largo sì a emendamenti “soppressivi”. E spunta la clausola salva-Rosatellum In ipotesi anche ritocchi sulle autonomie e sul tetto massimo del premio. Round di telefonate tra i leader progressisti (…)
I rischi della legge elettorale – di Carlo Valentini Italia Oggi 2-6-26 – Paolo Pombeni, docente di Storia dei sistemi politici all’università di Bologna e presidente dell’associazione Il Mulino dice sull’abolizione delle preferenze: i vertici tenderanno a formare liste di fedeli ai quali cui non si affida l’elaborazione di politiche, ma solo quello di ripetere che essi decidono fuori delle aule. Per Pino Pisicchio è sbagliato bistrattare il sistema proporzionale. Col proporzionale ognuno si porta a casa ciò che il popolo gli riconosce e la maggioranza di governo la si cerca in parlamento. (…)
