Rimosse le parole S e G
Due interviste, una a Omer Bartov* (di Riccardo Antoniucci, il Fatto Quotidiano del 10 giugno) e l’altra a Gad Lerner (di Umberto De Giovannangeli, l’Unità del 2 giugno) consentono valutazioni per meglio comprendere lo spostamento a destra per “la grande Israele” degli israeliani che in maggioranza rimuovono il dramma dei palestinesi, quindi anche le parole S, sterminio o G, genocido. Servono anche a fare conoscere il significato originario del sionismo che implicava l’esistenza di due popoli e, poi, la tragica progressiva trasformazione a sostegno della “grande Israele” avvenuta con i governi di Netanyahu sospinti dal messianesimo biblico. Sia nella diaspora ebraica nel mondo, sia nello stato ebraico di Israele esiste una minoranza alternativa politica e culturale coraggiosa, un riferimento reale di “un’altra Israele” che bisogna sostenere e tenere viva in ogni momento, in ogni manifestazione pubblica.

Lo storico israeliano-americano Omer Bartov, a Roma per una serie di eventi sul suo ultimo libro Nell’abisso, dal sionismo al genocidio la sconfitta morale di Israele (editore Laterza), è nel fuoco delle polemiche per aver affermato che a Gaza Israele ha messo in atto un genocidio e ora estende in Libano quel modello di intervento militare, sottolineando che “..Israele non cambierà da dentro: si vive rimuovendo il genocidio”.
Alla prima domanda di Antonucci: Il suo saggio in Israele non è pubblicato…. risponde così « Suppongo che sia disponibile in inglese, ma non è disponibile in ebraico. Nessun editore ha accettato di tradurlo, ne ho incontrati diversi, anche di sinistra. Qualcuno voleva discutere e poi è sparito: ho avuto la netta impressione che ce l’avessero con me. Uno mi ha detto ‘sei più empatico con loro che con noi. E poi c’è lo scoglio della g word, la parola ‘genocidio’ in Israele è tabù per molti. Ne può parlare Haaretz, che però è letto dagli stranieri più che dai locali. La società israeliana è nella fase della rimozione. Non c’è stata censura nel mio caso, non è coinvolto il governo. È autocensura, c’è sempre stata ma ora è più forte perché l’estensione dei crimini israeliani è molto più ampia ed evidente al mondo. (…) ». Il testo completo in allegato * Ndr – Omer Bartov è uno storico accademico israeliano-americano, considerato uno dei massimi esperti mondiali nello studio dell’Olocausto e delle dinamiche dei genocidi. Insegna dal 2000 alla Brown University negli Stati Uniti come Dean’s Professor di Studi sull’Olocausto e sul genocidio
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La lunga intervista a Gad Lerner di Umberto De Giovannangeli è pubblicata con questo titolo, certamente ad effeto «Sionismo non è fascismo, fermiamo il sonno della ragione» e così inizia << Conduco le stesse battaglie di Anna Foa, ma tra noi ci sono sfumature di idee diverse. Sì, io sono sionista ed esisto perché i miei nonni erano profughi. Non conquistatori. Oggi la società israeliana si è ammalata di fanatismo, la gioventù di Israele si sposta a destra. In questi armi c’è stata la catastrofe spirituale dell’ebraismo, e non possiamo pensare che il problema siano solo Netanyahu e Ben Gvir.>> Prosegue De Giovannangeli ricordando che per la sua storia personale e per quella professionale, Gad Lerner è una delle voci più importanti, autorevoli, libere, dell’ebraismo italiano. Lo testimonia il suo lavoro giornalistico, i suoi libri, le prese di posizione che gli hanno scatenato contro anche dolorose accuse dei vertici della diaspora. (…)

Risponde così ad una domanda sulle differenze con Anna Foa sul sionismo << Del resto, la biografìa della sua famiglia si è svolta tutta in Italia e la conversione religiosa e identitaria di Anna Foa all’ebraismo avviene in età adulta. Non è parte determinante della sua formazione famigliare ,in una famiglia antifascista così importante per la nostra democrazia, sia dalla parte di Vittorio che dalla parte della madre Lisa Giua. (…) Con Anna e tanti altri (…) ho firmato documenti contro la pulizia etnica e contro l’abuso della memoria della Shoah per lanciare anatemi su chi difendeva la causa palestinese. Si poteva fare e io continuo a fare tutto questo, anche avendo il sionismo, mi viene da dire, come elemento biografico imprescindibile. L’avevo già scritto nel mio libro Gaza. Odio e amore per Israele: per me sionismo è sinonimo di salvezza.
Perché? Perché penso alle diverse storie della mia famiglia. Sia dalla parte di mia madre, nata a Tel Aviv ma figlia di ebrei, i miei nonni materni, che erano già nati in Palestina sotto l’impero ottomano, arrivati dalla Lituania con il movimento Hovevei Zion (“Amanti di Sion”, ndr) della seconda aliyah (iascesa, ndr), sia dalla parte di mio padre, nato ad Haifa, dai miei nonni paterni, gli unici sopravvissuti alla Shoah di una grande famiglia. Chi li aveva molto sconsigliati di emigrare in Palestina, dicendo loro che era una assurdità, una scelta folle, è stato sterminato: io sono andato con i miei figli a rendere omaggio alle fosse comuni nelle quali erano stati seppelliti già nei giorni dell’Operazione Barbarossa del 1941, perché si trovavano sul confine.
Il mio è un sionismo naturale, di chi ha avuto per lingua madre l’ebraico e che ha vissuto la nascita dello Stato d’Israele come qualcosa di provvidenziale. Da questo punto di vista, la controversia storica, se il sionismo debba oppure no considerarsi un movimento coloniale, io la ritengo, appunto, materia per gli storici. Se io guardo ai miei nonni e addirittura ai miei bisnonni, non vedo le divise di un esercito imperiale, colonialista che conquista un territorio, ma vedo dei profughi, vedo della gente che scappa e io devo a questa loro scelta la mia esistenza. (…) La dimensione personale mi sembrava giusto riportarla perché dentro alla stessa esperienza famigliare, io so che il sionismo non è nato come esclusivismo. So bene che ci sono stati correnti del sionismo, fin dal principio, che non solo in opposizione a Jabotinsky ma anche a Ben Gurion, affermavano la necessità di una convivenza con chi già abitava su quella terra e quella convivenza la perseguivano e la praticavano anche nell’esperienza di vita. (…) Per proseguire aprire l’allegato
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Articolo correlato – In “La deriva del sionismo” Andrea Piazza – sul sito www.settimanamews.it – così inizia « La storica e scrittrice Anna Foa, commentando il famigerato video del ministro Ben Gvir con gli attivisti della Flotilla, in un recente articolo su La Stampa, scriveva così: «Di fronte a fatti del genere, gli ebrei della diaspora non possono che rivoltarsi, gridare che queste pratiche, volute sì da un ministro estremista ma messe in atto senza proteste dai soldati di quello che ama definirsi “l’esercito più morale del mondo”, sono aberranti. Se non lo fanno, non possono che esserne complici. Ma se non lo fanno, lasceranno anche che ovunque il mondo ebraico sia assimilato a questo orrore. Lasceranno che tutta la diaspora sia trascinata nell’abisso». Queste parole – in particolare quell’ultima frase col riferimento all’abisso – mi hanno fatto pensare ad un libro recentemente pubblicato in Italia da Laterza, che si intitola Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele. L’autore è Omer Bartov, un ebreo-americano nato in un Kibbutz israeliano in una famiglia che, come racconta, è sempre stata sionista (…)» per proseguire aprire l’allegato.

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