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Italia: politica, economia, società

L’ex-Ilva a forni spenti

Serve una strategia industriale per il nostro paese. L’ex Ilva rotola verso una possibile agonia perché si rinvia la scelta se interessa come priorità nazionale, o no, la la produzione di acciaio primario. Se interessa, perché ritenuta indispensabile alla nostra manifattura, la si smetta di esercitarsi, come stanno facendo tutti i politici italiani di governo e di opposizione, nella non nobile arte dell’“Ilva chiuderà, ma non è colpa mia”.  

Marco Bentivogli nell’articolo “L’Ilva compie 65 anni a forni spenti, sotto lo scacco della politica”, su Il Sole, ben sintetizza la gravità della storia della principale acciaieria europea. Di seguito il testo.

<< La sostenibilità dell’industria nel nostro Paese viene affrontata come farebbe un coltivatore di mele che, per coglierle, taglia il ramo, se non addirittura l’intero tronco. Lo stabilimento di Taranto ha compiuto 65 anni, dei quali solo venti in mani private; per oltre due terzi della sua storia è stato gestito dallo Stato attraverso Italsider o varie amministrazioni straordinarie. È il primo anniversario con tutti gli altoforni spenti (l’Afo4 tornerà in funzione domani).

Lo stabilimento di Taranto, la più grande acciaieria europea

Due vie per produrre acciaio. Esistono solo due processi: (1) ciclo integrale altoforno–convertitore e (2) forno elettrico (Eaf). In Italia l’unica acciaieria a ciclo integrale è Taranto. Questo tipo di produzione di laminati piani è indispensabile per auto, elettrodomestici, apparecchi elettrici ed edilizia. Nel Nord Italia gli impianti siderurgici utilizzano il processo fusorio da forno elettrico.

Il consumo interno italiano di laminati piani resta intorno a 15 milioni di tonnellate; nel 2023 abbiamo dovuto importarne oltre 11 milioni. Durante la lunga crisi dell’Ilva (oggi Acciaierie d’Italia) la produzione di laminati piani è precipitata da 9,3 milioni di tonnellate annue nel 2011 2012 – l’area a caldo fu posta sotto sequestro il 26 luglio 2012 – a 4,5 milioni nel 2019, per toccare circa 2 milioni nel 2024.

Quel crollo è stato pagato due volte: coi «prestiti ponte» a carico dei contribuenti e con la bilancia commerciale, appesantita dalle importazioni di quell’acciaio che un tempo producevamo. Gli spazi di mercato lasciati da Ilva sono stati occupati da concorrenti nord europei e, soprattutto, da cinesi, turchi e indiani. Già nel 2023 l’Italia era la prima destinazione Ue dell’acciaio cinese, con 3,8 milioni di tonnellate (oltre un terzo del totale Ue).

La girandola delle soluzioni mancate. Nel gennaio 2024 il Governo ha scelto ancora l’Amministrazione straordinaria, promettendo procedure lampo. Il 20 marzo i commissari hanno ricevuto mandato di trattare in esclusiva con il consorzio azero Baku Steel Azerbaijan Investment Company, per un’offerta complessiva intorno al miliardo.

Ma il 7 maggio un incendio all’Altoforno 1, già destinato allo spegnimento e alla sostituzione con un forno elettrico, ha portato al sequestro dell’impianto «senza facoltà d’uso». Ciò ha ridotto ulteriormente la capacità produttiva e aumentando i costi del rifacimento. Pochi giorni dopo, da Palazzo Chigi trapelava che Baku Steel chiedeva di dimezzare il prezzo, riaprendo le sirene di una nazionalizzazione totale.

Da giugno si è tornati alla routine italiana: stallo, rilanci politici, ribassi degli acquirenti e rischio di rottura dei negoziati. Nella nostra «guerra alle multinazionali» la politica continua a indennizzarne la fuga con denaro pubblico: il 12 giugno sono stati stanziati altri 200 milioni di liquidità ponte. I prestiti complessivi superano ormai il miliardo. Al di là delle etichette, il problema è capire se Governo ed enti locali debbano scrivere il piano industriale o limitarsi a fissare obiettivi – sostenibilità, occupazione, riqualificazione industriale – lasciando ai gestori la rotta.

Decarbonizzare davvero o solo proclamare? Da anni si parla di abbandonare il ciclo integrale e di installare tre forni elettrici alimentati da preridotto (Dri, Direct reduced iron). Il Dri, ottenuto riducendo il minerale con gas naturale, abbatte l’uso di coke e le emissioni di CO2, impiegato nei forni elettrici richiede meno energia, rendendo il processo più efficiente. Ma definire «green» il forno elettrico è un azzardo se l’energia proviene da gas naturale liquefatto o da elettricità generata con fonti fossili. E produrre Dri senza rigassificatore è un paradosso.

In prospettiva – lunga – l’acciaio «a zero emissioni» passa per l’idrogeno verde (oggi carissimo) o per l’idrogeno «circolare» ottenuto da plastica non riciclabile: tecnologie su cui alcune aziende italiane detengono brevetti. Servono però tempo, investimenti e scelte chiare. I piani governativi indicano 7-8 anni per la decarbonizzazione. E nel frattempo? Un giorno scriveremo la cronaca delle responsabilità di chi ha perso tempo dal 2012 al 2018 e dal 2018 a oggi.

Un braccio di ferro di demagogia. La vertenza Ilva resta incagliata nell’eterno scontro tra enti locali, azienda e Governi e poteri dello Stato. L’Aia – con conferenza dei servizi e accordo di programma – impone un confronto reale con il territorio, ma chiede anche a tutti i livelli di governo di prendersi la propria parte di responsabilità. Ma sarebbe un cambio di passo radicale che non si vede all’orizzonte dopo aver allenato la politica agli slogan e ai penultimatum che a tempo scaduto sono ancora più grotteschi.>>.

Articoli correlati in allegato- Paolo Bricco su Il Sole pubblica, a maggio e luglio, due articoli: il primo con il titolo “Nazionalizzare, scelta ragionevole”; il secondo sulle questioni che attualmente dividono Governo e Enti Locali in particolare sul nodo della gassificazione “Nave e volumi per la sopravvivenza”.

Nave rigassificatrice e volumi produttivi_BriccoDownload
Nazionalizzare scelta ragionevole_Bricco_SoleDownload
L’Ilva a forni spenti_BentivogliDownload
14/07/2025/0 Commenti/da redazione
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