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redazione
Sindacato italiano

La storia di Toni Ferigo

Toni Ferigo ci ha saluto venerdì 4 ottobre a mezzodì. Si è spento come uno stoppino quando finisce la candela. Chi gli teneva la mano al momento del trapasso non ha avvertito un sussulto. Così è stato l’ultimo metro del doloroso lungo ultimo miglio, iniziato alla fine del 2022. Toni è stato l’ideatore che ha spinto altri amici e compagni ad iniziare, nel 2009, l’esperienza di questo sito – www.sindacalmente.org – Pubblichiamo la sua storia sociale e sindacale, un’autobiografia registrata da Fulvio Peribi nel 2018. Nel 2023, all’inizio del ricovero nella RSA Piccola Mole di Torino, l’intervista è stata trascritta da Aldo Enrietti e poi sottoposta a Toni per una revisione e integrazione, compresa una lettura finale in gruppo. Era un periodo molto difficile, Toni soffriva della costrizione che si vive in una RSA e cercava di ribellarsi. Questo “lavoro di gruppo” gli è stato di aiuto. Di seguito il testo, che presenta qualche vuoto, qualche ripetizione, e incertezza su alcune date.

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<<  La mia origine sociale familiare è in Veneto, nel bellunese. Sono nato a Torino nel 1946,  abitavo in via Saluzzo, nel quartiere San Salvario. La casa con balcone a ringhiera era modestissima, all’interno di un cortile; oggi lì trovi gli immigrati dall’Africa. Dopo 16 anni ci siamo trasferiti alle Vallette, dove erano stati costruiti i primi nuclei di case di popolari.

Questa foto è del febbraio 2023, quando era ricoverato alla RSA San Giacomo di Susa, quando s’individuò la gravità della malattia.

Ho frequentato l’oratorio fin da ragazzino, facendo parte delle fiamme gialle; non mi sono iscritto all’Azione Cattolica perché non ero interessato a quel tipo di organizzazione e di vita. A 17 anni ho incominciato a  frequentare il circolo Acli delle Vallette. Posso quindi dire di essere stato educato in gioventù dalla Chiesa cattolica (altri sono stati educati da un’altra chiesa laica, ugualmente rigida, come era quella del PCI). Da giovanissimo ho  vinto un premio di catechismo e sono andato a Roma a vedere il Papa, Pio XII.

L’impegno con le ACLI – nel circolo delle Vallette e poi nella sede provinciale, a Torino in Via Perrone – ha certamente cambiato un po’ le mie prospettive, il mio modo di vedere il quartiere dove vivevo e più in generale la realtà del paese. Nel ’68 sono diventato delegato di Gioventù Aclista a livello provinciale e successivamente, dal ‘70 al ’73, sono stato vicepresidente nazionale. Erano gli anni del grande rinnovamento nelle ACLI.  Allora, a metà degli anni ’60, a Torino il mondo cattolico era ancora molto conservatore e chiuso nonostante ci fossero stati Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II. Pertanto la formazione che si riceveva era nel solco tradizionalista-conservatore.

Erano stati archiviati i nefasti slogan della campagna elettorale del 1948 contro i comunisti, ma permaneva nella maggioranza del mondo cattolico e delle sue gerarchie un distacco (spesso anche una contrarietà) alle lotte sindacali dei lavoratori: si temeva che  fossero manipolate dai comunisti. Inoltre il conservatorismo si manifestava sul piano culturale in senso lato: con la censura verso determinati libri e documenti, contro il vento di libertà dei costumi e della musica. Tutto ciò contrastava con il risveglio culturale in atto nel paese, in particolare nel mondo giovanile.

Però proprio in quegli anni si sono aperti spazi di discussione nel circolo delle Acli: è cresciuto l’interesse per le letture, gli incontri e le discussioni. In questo processo ha avuto un ruolo importantissimo Don Milani, La “Lettera a una professoressa” e la sua affermazione che “l’obbedienza non è sempre una virtù” ci hanno fatto scoprire e intravedere un mondo cattolico completamente diverso da quello in cui noi eravamo cresciuti ed eravamo stati educati. Allora, a cavallo degli anni 60-70, avevamo organizzato una piccola scuola popolare alle Vallette, sulla scia delle parole di Don Milani e del’esempio della scuola di Barbiana. Avevamo avviato rapporti con le Acli di Torino, con il presidente Ettore Morezzi (un ingegnere, dirigente della Olivetti di Ivrea) e con alcuni aclisti sindacalisti Cisl (ricordo Ascagni, Giacomo Bardesono, Gervino, Michele Revelli, Beppe Cervetto, Beppe Reburdo). I temi di confronto riguardavano principalmente i giovani, il lavoro, l’apprendistato. L’entrata nel mondo delle Acli è stato l’inizio della mia apertura verso un’altra visione del mondo rispetto a quella che possedevo nell’adolescenza.

Mi sono diplomato perito chimico all’ITIS Casalis; ho proseguito gli studi laureandomi in fisica e chimica. A scuola ho avuto la grande fortuna di incontrare il professore di storia Passera, che aveva fatto il partigiano ed era stato membro del Partito d’Azione. Era una persona di notevole cultura ed esperienza che mi ha aiutato nell’apprendere, ad esempio, l’importanza della tolleranza, il rispetto dell’impegno sociale, la storia delle diverse correnti del movimento operaio, che poi ho continuato ad approfondire. 

Leggevo molto – anche per il mio temperamento timido – così ho scoperto autori nuovi (ricordo i libri di Calvino); ho approfondito la storia e la cultura azionista che sono diventate un riferimento costante per la mia vita.

Tutto questo ha fatto sì che a 18 – 19 anni io fossi non solo profondamente cambiato rispetto a quando andavo all’oratorio, ma mi stessi formando una cultura dove si mescolavano diverse tradizioni. Dal mondo delle Acli ho tratto il valore di quel particolare pensiero cattolico che ha originato impegni sociali molto importanti, come ad esempio l’esperienza dei preti operai, avviata dalla JOC francese. E’ stato un pensiero anche filosofico, che perdura tutt’ora, imperniato sul personalismo comunitario cristiano di Emmanuel Mounier, fondatore della rivista Esprit: diffondeva l’idea della persona con una propria identità ben diversa da quella dell’individuo-individualista; la persona si crea nel rapporto con gli altri, nel rapporto col lavoro. Mounier era anche uno studioso del marxismo e questo mi incentivò alla lettura del giovane Marx. La mia crescita culturale è proseguita con  Giulio Girardi, un salesiano che aveva scritto un libro proprio sul Marx giovane; poi c’è stata la scoperta di Simone Weil, prima sindacalista, poi operaia e poi guida anche mistica; però a me interessava la prima parte. Per la mia formazione sono state importanti anche le letture sul marxismo libertario che si contrapponeva al marxismo stalinista.

Nei primi anni ’70 entro in fabbrica come operaio alla Castor, azienda che produce lavatrici, sono eletto  delegato e comincio l’impegno sindacale, con Gianni Fabbri. Nel 1974 Cesare Delpiano, segretario della CISL di Torino, mi propone il ruolo di responsabile sindacale per la CISL nella zona unitaria di Orbassano. Accetto con convinzione: sono gli anni della costruzione dei Consigli di Zona, scommessa poi persa dal sindacato.

Foto di Toni, qualche mese fa all’inizio del ricovero alla RSA Cottolengo di Grugliaco . Poco dopo è iniziato un deperimento veloce che lo ha consumato in poche settimane come una candela

Quando ho cominciato a fare il sindacalista a tempo pieno, in distacco sindacale, il bagaglio culturale acquisito fino ad allora mi portava a dialogare, ad essere attento alla tradizione anarco-sindacalista. Ho scelto i metalmeccanici della Cisl in quanto, più della Cgil di allora, lasciavano spazio per il libero dibattito, che nel linguaggio di fabbrica si traduceva con “..la Fim lascia il guinzaglio più lungo…”. La FIM torinese da pochi anni aveva avviato il nuovo corso con un Congresso provinciale che aveva visto l’affermazione di Alberto Tridente, Franco e Mario Gheddo e tanti altri giovani sindacalisti.

 Questo è stato un po’ il mio retroterra sui vent’anni.

Anni dopo, la mia esperienza nelle Acli è proseguita con un incarico nazionale, a Roma, in Gioventù Aclista. Al Congresso si eleggevano due segretari nazionali (una donna e un uomo) affiancati da un operatore; sono stato proposto come vice-segretario  da Beppe Soci, che ha contato molto per me, come pure il rapporto con Geo Brenna. Così ho iniziato a fare il pendolare, stavo un po’ a Roma, un po’ a Torino. Questa esperienza romana è avvenuta nel periodo in cui le Acli approfondivano il dibattito e operavano scelte per ridefinire la propria identità, caratterizzandola con una forte autonomia dai partiti politici. Ciò riguardava in particolare la Democrazia Cristiana, essendo storico il collateralismo con le correnti di sinistra di quel partito. Le  Acli sono nate nel dopoguerra collaterali alla Chiesa. Nel corso degli anni ’60, sulla spinta di movimenti giovanili e fortemente influenzate dal Consiglio Vaticano II, hanno costruito un’altra visione del loro ruolo verso  la Chiesa e nella società, fino ad affermare la necessità di una vera autonomia rispetto alle gerarchie ecclesiastiche e ad orientarsi su valori del socialismo libertario e pluralista.

Questa nuova identità aclista si è affermata con il Congresso di Torino, siamo nel 1967-1968, con Livio Labor presidente. Le Acli si sono caratterizzate nella società secondo il principio che “bisogna guardare a quello che unisce e meno a quello che divide” facendo proprio il messaggio di PapaGiovanni XXIII. Questa linea era seguita anche guardando al mondo sindacale, dove erano in atto nuovi impulsi all’unità d’azione, in particolare tra Cisl e Cgil nelle categorie dell’industria. Le Acli ritenevano in quel tempo che l’unità sindacale era una priorità e una necessità per i lavoratori e Livio Labor ha operato indefessamente per quella causa. (…) per proseguire aprire l’allegato (sei cartelle)

ARTICOLO CORRELATO – https://italialibera.online/economia-lavoro/il-piacere-di-condividere-il-proprio-sapere-con-gli-altri-la-vita-e-il-valore-sociale-del-lavoro-di-toni-ferigo/ di Adriano Serafino

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13/10/2024/da redazione
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