SUSANNA E I VECCHI MARPIONI : V. Rieser – sindacato – 8/9

 Prima degli incontri con il governo in Agosto, c’era stato un breve documento congiunto delle “parti sociali”,dalle associazioni imprenditoriali ai sindacati dei lavoratori, in cui si diceva che era necessaria una”discontinuità” se si voleva realizzare un’efficace politica contro la crisi, che rilanciasse la crescita e l’occupazione. Naturalmente il documento non diceva come ciò poteva essere fatto – comunque era un “segnale” al governo, generico per forza di cose ma senza nulla di scandaloso. Al primo incontro col governo, invece, la Marcegaglia ha letto – a nome di tutte le parti sociali, quindi anche della Cgil – una dichiarazione ben più impegnativa.Di questa, diversamente dalla prima, i giornali non hanno pubblicato il testo, ma solo riassunti – sufficienti per far rizzare i capelli.

 

Sono 6 punti, i primi due dei quali chiedono l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del  pareggio di bilancio e l’accelerazione delle privatizzazioni, incluse quelle dei servizi in mano agli enti locali.

Questo samizbar anticipa alcuni dei possibili sviluppi di tale impostazione.

 Le autorità monetarie europee furono benevole con l’Italia: malgrado i poor standards della sua performance economica, decisero di aiutarla, a condizione che accelerasse le misure volte alla riduzione del debito. Venne quindi assunta come piattaforma di riferimento la proposta in 6 punti presentata dalle parti sociali all’incontro col governo: era quella che dava maggiori garanzie, sia per la radicalità dei contenuti, sia perché era stata approvata anche dalla segretaria della CGIL – cioè dell’organizzazione più antagonista esistente in Italia.

 Venne quindi inserito nella costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio. Questa misura suscitò le solite obiezioni di qualche intellettuale di sinistra (specie di “vetero-economisti”) e di qualche oppositore interno in Cgil; la segretaria Susanna ribadì il suo consenso “purchè essa non si traduca in misure che penalizzino i lavoratori”. Qualche perplessità ci fu inizialmente nel PD, soprattutto da parte della “corrente Penati” (“se si riduce la capacità di spesa degli enti locali, si riducono anche le nostre entrate”); ma le obiezioni rientrarono a fronte dell’impegno del governo ad approvare urgentemente le misure che permettevano (anzi imponevano) agli enti locali la vendita del loro patrimonio immobiliare e la cessione ai privati dei servizi ancora in mano pubblica. Così, il voto favorevole del PD permise di raggiungere il quorum necessario alla modifica della Costituzione.

 Prima di vedere le altre misure rapidamente approvate, vediamo alcuni importanti “corollari” della modifica costituzionale. Essa comportò alcune leggi specifiche che ne proteggessero e rafforzassero l’applicazione: furono quindi approvate leggi che definivano e perseguivano i reati di “apologia del keynesismo” e di “ricostruzione del fronte keynesiano”.

In base a queste norme furono immediatamente denunciati, tra gli altri, ToninoLettieri e Pierre Carniti, noti esponenti dell’organizzazione sovversiva “eguaglianza e libertà”. Inizialmente fu proposto l’arresto immediato, ma poi questo fu trasformato negli arresti domiciliari,sia in considerazione della veneranda età dei due imputati, sia perché – mentre il reato di apologia era chiarissimo –erano deboli le possibilità che essi potessero ricostruire un qualche tipo di organizzazione. Su questi provvedimenti emersero alcuni dissensi nel fronte sindacale: la Camusso li giudicò “forse eccessivi”, mentre Raffaele Bonanni espresse la sua “profonda soddisfazione”.

Le misure repressive contro i nostalgici del keynesismo  si susseguivano, anche se raramente portavano all’incarcerazione, data l’età in genere assai elevata dei colpiti dai provvedimenti. Tra questi, invece, erano relativamente giovani Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi, per i  quali si chiese l’arresto immediato, anche per le loro evidenti propensioni a frequentazioni sovversive;  ma questi controbatterono di non essere keynesiani, anzi di essere feroci critici di Keynes, sia pure da sinistra – e quindi il provvedimento di custodia cautelare verso di loro è al momento sospeso, in attesa dell’esito del ricorso.

Come episodio marginale, si può citare un rogo di libri di Keynes promosso da Nicola Rossi, che però ha registrato reazioni di distacco da parte degli economisti e sociologi del PD (“Keynes è morto, non c’è bisogno di bruciarlo”, ha detto Tito Boeri).

 Ma veniamo ad aspetti più sostanziosi delle misure di risanamento.

La vendita di beni immobili pubblici è sembrata avviarsi con grande slancio, testimoniato da alcune cessioni di grande rilievo. A Roma il Comune ha venduto il Colosseo allo IOR, che vi organizza rievocazioni del martirio dei primi cristiani, con grande afflusso di pubblico.  A Firenze, il sindaco

Renzi ha venduto palazzo Strozzi al dr. Milanese, che l’ha ceduto in comodato al ministro Tremonti. A Torino, il sindaco Fassino ha venduto il Palazzo di Città alla Fiat, che vi ha stabilito il suo ufficio di rappresentanza per l’Italia – gli uffici del Comune si sono trasferiti a Mirafiori, valorizzando così quell’area da tempo dismessa. “Un esempio significativo delle positive sinergie che possono stabilirsi tra Ente Locale e impresa” ha sottolineato il sindaco.

Tuttavia, dopo questi “casi-pilota”, e vendite sembrano essersi arenate. Quanto alle privatizzazioni dei servizi pubblici, esse sono al momento bloccate dai ricorsi al TAR del Lazio promossi dai referendari, in particolare sulla questione dell’acqua. (Ad essi è venuto un indiretto appoggio della Camusso, che ha detto “quando abbiamo approvato la proposta sulle privatizzazioni, ci riferivamo solo all’acqua gasata e non a quella naturale”).

Una prima sentenza del Tar in proposito, riguardante l’acquedotto pugliese, annulla il contratto di vendita stipulato dal governatore Vendola con una finanziaria israeliana, e stabilisce che nelle operazioni di vendita ha diritto di prelazione il “proprietario originario”, qualora esista; in questo caso esso è stato identificato nell’Impero Romano SpA (una sigla dietro a cui qualcuno ipotizza che ci sia il noto imprenditore romano Caltagirone).

 

         V.R                                                                                       (1 – continua?)

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