Tanti al “concertone” e poi…
Dal 1990 il sindacato confederale promuove, unitariamente e con grande successo, il concerto del Primo Maggio, a Roma: decine di migliaia di giovani in festa dal pomeriggio alla mezzanotte. E poi? Nei giorni seguenti il sindacato “non vede più” i giovani, incapace di unirli e mobilitarli in sintonia con ciò che alberga nei loro cuori e nelle loro menti, le loro aspirazioni e la loro indignazione contro le ingiustizie sociali, contro la prepotenza dei potenti che scatenano e alimentano guerre nel mondo. La musica e le canzoni trasmettono emozioni non così, sembra, fanno i messaggi di Cgil, Cisl, Uil, sigle che capeggiano in alto del palco.
Proponiamo alcune riflessioni sul 25 Aprile festa della Liberazione e sul Primo maggio. Sono due eventi storici del sindacalismo mondiale e italiano che nel tempo hanno creato e poi rafforzato tra i lavoratori una coscienza morale comune, al di là delle fedi e scelte politiche diverse. Una coscienza necessaria per salvaguardare i principi della Costituzione, del diritto internazionale, dei diritti universali civili e politici e l’esistenza di organismi sovranazionali . Per promuovere azioni di solidarietà, per l’uguaglianza e la giustizia. Per dire No e mobilitarsi contro le guerre.

La storia ci insegna che il sindacalismo non deve mai smarrire il mix di due sue anime: quella caraterizzata da una coscienza morale comune per valori universali e quella pragmatica/razionale utile per ottenere risultati tangibili nelle realtà in cui s’insedia e opera. Un mix che s’indebolisce per una semplicistica adesione e interpretazione del pragmatismo* – presente oggi in più settori del sindaclismo italiano e certamente in auge da qualche tempo ai vertici della Cisl – che restringe l’orizzonte unitario e la stessa immagine di futuro per i lavoratori. Ne consegue l’incapacità di analisi unitaria per condannare con voce forte e ferma le fonti che – oggi – predicano e generano odio e violenza (vedi immagine); conseguentemente comprendere e dare sostegno alle ondate di indignazione che si manifestano, nel nostro paese e nel mondo, contro i soprusi e la prepotenza dei potenti che violano impunemente norme e diritti internazionali.
Se non si esplicita questo senso universale del sindacalismo e della coscienza morale comune, le parole in “sindacalese” non riescono a fare breccia negli animi inquieti e i giovani restano lontani dal sindacato. Ben diverso sarebbe se Cgil,Cisl,Uil decidessero con grande coraggio di convocare le rappresentanze istituzionali e quelle spontanee dei giovani mettendo al centro del confronto due punti.
Il primo, quelle norme specifiche dei decreti sicurezza (siamo al quarto decreto) approvati dal governo di destra per colpire la libertà e il diritto di manifestare la protesta, financo quella in forme di resistenza passiva, nel contempo dichiarando di volerle cancellare o radicalmente correggere. I giovani sono stati la componente più attiva che ha consentito la vittoria del No sulla riforma della magistratura, si sono mossi ben comprendendo che la magistratura resta il potere costituzionale che li può difendere quando protestano, e i motivi per protestare e contestare crescono di giorno in giorno.
Il secondo: la precarietà del lavoro, i difficili circuiti d’ingresso e nspesso mal pagati, il basso salario e la mancanza di case a canone popolare.
Il sindacato confederale Cgil,Cil, Uil può risorgere con una nuova e diversa unità d’azione? **
Il sindacato confederale, unitariamente, può fare molto perché il 25 Aprile diventi una grande giornata di manifestazioni unitarie che uniscono, portando al minimo i gesti contestativi di questi anni. Riflettiamo su quanto è successo a Milano, alle contestazioni verso la partecipazione della Brigata Ebraica, come pure sulle polemiche dei giorni precedenti scaturite dopo le parole del Presidente del Senato Ignazio La Russa (21 aprile ) che hanno riproposto di rendere omaggio, nel giorno della Liberazione, sia ai morti partigiani, sia ai caduti reubblichini di Salò.
Si è avvertito un mancato ruolo unitario di Cgil, Cisl e Uil, che non sono stati in grado di fare sentire e pesare la loro voce sia verso la Brigata Ebraica e sia verso la Questura, per avere garanzie che non fossero presenti vessilli, bandiere, simboli dei governi Usa e di Israle, e immagini di Netanyahu e di Trump, tacciati di crimini di guerra, di sterminio di civili, di torture, di razzismo e di ripetuti atti di violazione del diritto internazionale. L’indignazione della grande maggioranza dei manifestanti verso la Brigata Ebraica era, pensiamo, rivolta ad espellere dal corteo tutto quanto riconduceva a Netanyahu e Trump. Non esseci riusciti ha portato alla fuoriuscita dell’intero spezzone dal corteo.
Il sindacato confederale, unitariamente, molto può fare per accreditare e dare maggior visibilità “all’altra Israele”, a quelle intrepide minoranze (vedi articolo allegato) che operano in quel paese, oggi marcatamente razzista che pretende di cancellare la storia e l’esistenza dei palestinesi come popolo, a Gaza come in Cisgiordania. Analogamente va fatto per i non pochi rappresentanti ebrei che vivono nel nostro paese (come ad esempio Gad Lerner, Anna Foa e altri) che da anni rappresntano “l’altra Israele” scrivendo articoli e libri che denunciano le spinte razziste e il regim di fatto di apartheid istaurato dai governi Netanyahu dopo la trasformazione dello Stato di Israele in stato ebraico. Molto si può fare e molte cose cambierebbero nel sindacato e nel paese.

Ancora un’osservazione. Serve, più di anni fa, rafforzare la memoria storica e la coscienza morale del sindacalismo italiano e dei lavoratori sul valore unitario del 25 Aprile, ricordando con messaggi confederali unitari da trasferire sui luoghi di lavoro e nel territorio che affermino “la pietà umana consente di compiangere chi è morto, molti sui vent’anni, chi in buona fede per cause contrapposte, ma non sono equiparabili le cause per le quali si è persa la vita, impossibile mettere sullo stesso piano chi si è battuto per la causa della libertà e chi per la dittatura (vedi in allegato Michele Serra) .
Infine riprendiamo l’articolo Primo maggio 2026, i vescovi italiani: il lavoro come strumento di pace, di Stefano Leszczynski, pubblicato sul sito del Vaticano. Riassume il messaggio per la Festa dei lavoratori della Conferenza Episcopale Italiana che denuncia gli effetti dei conflitti sull’economia, sollecitando una riconversione dell’industria bellica. Centrale il ruolo educativo verso i giovani e la responsabilità delle istituzioni nel contrastare la logica del riarmo.
<< Il lavoro è la “grammatica della società”. Così i vescovi italiani sottolineano la natura profondamente relazionale e generativa del lavoro in vista delle celebrazioni per la ricorrenza del 1°maggio 2026. Il lavoro umano deve essere inteso come un’azione collettiva capace di costruire comunità, favorire lo scambio di competenze e contribuire allo sviluppo del Paese e dell’intera umanità, perché il lavoro non è soltanto produzione economica, ma una forma di “amore civile”, attraverso cui le persone collaborano anche senza conoscersi direttamente, costruendo legami sociali e prospettive future.
Guerra e lavoro, un intreccio sempre più evidente – Il messaggio della Cei evidenzia come, nell’attuale contesto segnato da conflitti crescenti, il lavoro in Italia sia sempre più influenzato dalla guerra. L’aumento dei costi energetici, ad esempio, grava sia sulle famiglie, in particolare quelle più fragili, sia sulle imprese. I vescovi italiani constatano che sempre più di frequente il lavoro umano si intreccia con la pace e con la guerra e che può essere orientato sia alla costruzione della pace sia alla distruzione. Ma se da un lato l’attività economica in tempo di pace favorisce lo sviluppo, dall’altro la guerra devasta vite, ambiente e sistemi economici. Costruire case e ricostruire edifici distrutti – si legge nel messaggio – non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano. Nel suo primo discorso ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede, Papa Leone XIV ha ribadito: “[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari”.
Il ritorno della logica del riarmo – Un passaggio centrale del documento diffuso dalla Conferenza episcopale riguarda il mutamento dello scenario internazionale: si assiste a un ritorno alla logica della deterrenza e del riarmo, con un progressivo coinvolgimento anche delle industrie civili e tecnologiche nel settore bellico. Secondo i vescovi, vi è il rischio di considerare i quasi ottant’anni di pace in Europa come una semplice parentesi storica, dimenticando lo sforzo politico, economico e sociale che ha reso possibile tale periodo. “Dimentichiamo – si legge nel documento della Cei – che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro”. Oggi al contrario il lavoro posto al servizio di obiettivi bellici investe risorse economiche sempre più ingenti, sottraendole ad altre finalità. Come sottolineato già da Leone XIV nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno, le spese militari, hanno raggiunto il 2,5% del Pil mondiale. Senza contare le responsabilità di quella parte della finanza che direttamente o indirettamente alimenta con i propri investimenti l’industria bellica e l’economia di guerra.
La riconversione dell’industria bellica – Un punto chiave del messaggio è l’invito a una “coraggiosa riconversione” delle industrie militari verso produzioni civili, sostenendo peraltro l’impegno di chi pur lavorando in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili. In questo senso il documento dei vescovi italiani richiama la testimonianza del venerabile Vescovo Tonino Bello, che rivolgendosi agli operai costruttori di armi disse: “Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita”.
Una responsabilità verso nuove generazioni – La preoccupazione dei vescovi italiani per il deteriorarsi della situazione internazionale e la retorica della guerra è, in particolare, rivolta ai giovani e alla responsabilità educativa di chi si avvicina al mondo del lavoro. È necessario, si legge, contrastare ogni narrazione che alimenti la vendetta o normalizzi la guerra come destino inevitabile. Il riferimento è anche al magistero di Papa Francesco, che aveva richiamato l’urgenza di costruire una cultura della pace fondata sul perdono e sulla giustizia, eliminando “ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari”.
Il lavoro come vocazione alla pace – In conclusione, i vescovi ribadiscono che il lavoro non può perdere la sua vocazione originaria: essere strumento di pace e di relazione positiva tra le persone e con la natura. Nonostante le derive verso l’economia di guerra, il lavoro continua a rappresentare una chiamata alla costruzione di un mondo diverso. La guerra viene definita “il grande inganno”, mentre la pace resta l’unico orizzonte capace di dare senso pieno all’attività umana. Il messaggio si chiude così con un forte invito: orientare ogni forma di lavoro alla costruzione della pace, per un futuro che non sia segnato dalla distruzione, ma dalla responsabilità condivisa. >>
* https://it.wikipedia.org/wiki/Pragmatismo
** Sindacato, 30 ‘’ex’’ per l’unità: lettera aperta di un gruppo di già storici dirigenti delle tre confederazioni ai leader di Cgil, Cisl e Uil – Una lettera aperta ai leader di Cgil, Cisl e Uil per invocare un ritorno all’unità sindacale. La firmano trenta ex dirigenti delle tre confederazioni, a vari livelli, in occasione del Primo maggio. Nel testo, si chiede il rilancio della concertazione (ma di questo, piuttosto, si dovrebbe chiedere al Governo: che nemmeno in occasione della stesura del decreto su salari e contratti ha ritenuto di ascoltare i pareri dei sindacati), e di un lavoro comune che sappia ‘’rappresentare i bisogni dei lavoratori e dei cittadini”. in allegato il testo e le firme
Questi richiami provengono dal Vaticano e sono connotati di una forza morale che ben convive con la coscienza laica. Come già avvenuto per i messaggi e le esortazioni di Papa Francesco. E’ un segno dei tempi. Le parti più “forti” di questi richiami non sono ancora penetrati e fatto breccia nel linguaggio sindacale, neppure nei messaggi del Primo Maggio. Spesso si richiamano metaforicamente le “radici” della propria storia, dai valori originari da cui si proviene, ma poco tempo si dedica all’analisi critica di quanti siano, oggi, i rami rinsecchiti a causa di tarli che vanno rimossi, per fare rivivere il grande albero. La coscienza morale comune agisce prendendo parola, già esplicando un diverso linguaggio si possono innescare azioni di cambiamento, a volte rapide a volte in progress, scuotendo l’apatia e le convinzioni di chi afferma “..non c’è nulla da fare”.
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