Lavoro in «paraschiavitù»
A fine maggio la cronaca ha messo in primo piano il clamoroso caso, a Milano per la costruzione del Consolato americano, dei lavoratori indiani sfruttati con modalità ricattatorie tali da impedire iniziative di contestazione. Pochi giorni dopo, all’inizio di giugno, il rogo di Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro braccianti agricoli migranti sono stati uccisi e arsi vivi all’interno di un minivan per “punizione” alla loro richieta di ricevere la paga. Fatti criminali che hanno sollevato profonda indignazione riaccendendo il dibattito sulla piaga del caporalato e sullo sfruttamento para-schiavistico nelle campagne e nelle città italiane, dal Nord al Sud. Sono due casi di «paraschiavismo» – termine improprio con la schiavitù legale del passato – realizzati con modalità diverse: a Milano con iniziative in apparenza sociali (si organizza dove dormire e per i pasti) per coprire così i pesanti ricatti per “fare tenere la bocca chiusa“; a Amendolara brutalmente si assassina in modo efferato e pubblico chi chiedeva di essere pagato. Due clamorosi casi che fanno ben capire che non basta il solo contratto e il regolare permesso di soggiorno per salvaguardare i diritti elemenatri di chi lavora, e nei casi ricordati duramente per molte ore, in condizione disagiate.
Ricostruiamo, per non perdere memoria, il clamoroso caso milanese. Per occultare le forme di ricatto e di supersfruttamento, il Consolato Usa di Milano ha invocato la necessità di riservatezza sulla la costruenda sede diplomatica negando l’assemblea al sindacato e ostacolando la stessa attività di accertamento dei carabinieri. La Procura di Milano (pm Paolo Storari e Mauro Clerici) ha messo sotto controllo giudiziario per sospetto caporalato e sfruttamento dei lavoratori la società edile statunitense Caddell. La narrativa più completa è quella postata, il 29 maggio, sul sito euronews da Cecilia Attanasio Ghezzi che pubblichiamo integralmente.
<< L’inchiesta della procura di Milano: i lavoratori venivano arruolati direttamente in India. Invocata la tutela della riservatezza della futura sede diplomatica di fronte ai Carabinieri venuti a raccogliere le testimonianze degli operai. “Condizioni di para-schiavismo e pizzo da 5mila euro per arrivare in Italia”. Così un decreto d’urgenza della procura di Milano commissaria la divisione italiana del colosso americano Caddel Construction, il gruppo dell’Alabama con un fatturato di 1 miliardo e mezzo di dollari e 2.000 dipendenti che costruisce ambasciate e consolati statunitensi in tutto il mondo. La notizia è stata data dal Corriere della Sera.

Nel cantiere ci sono stati momenti di tensione quando, di fronte ai Carabinieri venuti per assumere le testimonianze dei manovali indiani al lavoro venerdì mattina, 29 maggio, gli americani hanno invocato la tutela della riservatezza dell’area della futura sede diplomatica.
L’indagine, coordinata dai pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici, ha svelato quello che i magistrati definiscono nelle 103 pagine del decreto come un “meccanismo criminale ricorrente“. Secondo quanto ricostruito dai Carabinieri, i lavoratori venivano agganciati in India dalla società Dynamic House di Nuova Delhi con lo specchietto per le allodole di uno “stipendio dignitoso”.
Per poter partire alla volta dell’Italia e ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro, tuttavia, ogni operaio era costretto a pagare una tangente: 500mila rupie a testa, l’equivalente di circa 5mila euro. Una volta giunti a Milano, la realtà si rivelava però drammaticamente diversa dalle promesse.
Cosa succedeva agli operai indiani arrivati a Milano
Una volta atterrati a Milano, il personale dell’americana Caddell li avrebbe prelevati all’aeroporto, accompagnati in due residence a Garbagnate Milanese e Pieve Emanuele, e inseriti in cantiere il giorno dopo: ma prima un capocantiere (descritto dagli indiani come un altro turco) li avrebbe costretti a firmare alcune carte senza spiegazioni o traduzioni in lingua a loro comprensibile. Diversamente da quanto indicato nel contratto che assicura vitto e alloggio gratuiti a carico del datore di lavoro, ogni mese lo stipendio è decurtato (sui teorici 1.200/1.400 euro) di circa 500 euro per pagare i residence dove erano stati alloggiati Sono soldi che i lavoratori indiani bonificano in automatico attraverso la domiciliazione bancaria da loro autorizzata senza rendersene conto in quelle carte fatte firmare dal capocantiere, che poi ogni mese pretenderebbe in contanti altri 350 euro a pagamento dei pasti, minacciando altrimenti ritorsioni o licenziamenti.
Quanti sono i manovali impiegati nel cantiere di piazzale Accursio
Nel cantiere, la cui fine dei lavori è prevista nel 2028,sono impiegati in media dai 300 ai 400 manovali indiani, complessivamente sarebbero sin’ora un migliaio, inquadrati nella formalmente del tutto corretta procedura del “distacco transnazionale” in materia di immigrazione, che consente l’ingresso in Italia, al di fuori delle quote ordinarie, dilavoratori extra Ue trasferiti presso un’entità ospitante appartenente alla stessa impresa o al medesimo gruppo, però con una serie di condizioni su durata, mansioni, retribuzione e condizioni di impiego.
Trentacinque lavoratori indiani, ascoltati dai carabinieri del Comando Tutela Lavoro nell’inchiesta dei pm Mauro Clerici e Paolo Storari, si sono esposti e hanno raccontato quanto subito.
Quanto venivano pagati i manovali indiani – Dalle testimonianze drammatiche raccolte dagli inquirenti sono emerse violazioni sistematiche e reiterate. Paghe da fame, con retribuzioni inferiori fino al 50% rispetto alla soglia di povertà e ai contratti collettivi nazionali. Violazione costante delle norme sull’orario di lavoro, sui riposi giornalieri e sul riposo settimanale. Le paghe effettive sarebbero state di 2 euro l’ora, “molto al di sotto non solo del livello del contratto Edilizia Industria dichiarato da Caddell” nelle carte depositate in Prefettura (10-12 euro l’ora), e al di sotto anche delle buste paga consegnate agli indiani (4 euro l’ora), ma anche “molto al di sotto della soglia minima di proporzionalità e sufficienza” indicata dall’articolo 36 della Costituzione.
Chi sono gli indagati per il caporalato a Milano
L’inchiesta per caporalato vede attualmente iscritto nel registro degli indagati Ulas Demir, quarantasettenne di origine turca e preposto alla sede secondaria italiana della multinazionale dell’Alabama. La stessa Caddell Construction è finita sott’accusa in base alla legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti, portando così al commissariamento giudiziario d’urgenza dell’azienda per garantire la regolarizzazione dei lavoratori e la prosecuzione dei lavori nella legalità. La Procura di Milano ha contestualmente nominato il commercialista Francesco Brigatti come l’amministratore giudiziario incaricato di bonificare la situazione “adottando idonei assetti organizzativi anche in difformità da quelli proposti dall’imprenditore”.>>

Mercoledì 3 giugno si è svolto, davanti al cantiere, un presidio unitario promosso dalle categorie degli edili FenealUil, Filca Cisl, Fillea Cgil e dalle confederazioni metropolitane Cgil, Cisl, Uil di Milano, per:
- Rafforzare i controlli ispettivi e la catena delle responsabilità nei subappalti per impedire che lo sviluppo urbanistico si regga sulla violazione dei diritti umani.Le dichiarazioni di Cisl e Cgil
- Esigere legalità, trasparenza e sicurezza in tutti i grandi appalti della città, a partire da quelli che coinvolgono istituzioni internazionali.
- Esprimere solidarietà ai lavoratori coinvolti e chiedere tutele immediate contro i licenziamenti e lo sfruttamento.
L’infame rogo di Amendolara, il contratto non basta: il lavoro è in «paraschiavitù» –
La violenza e l’infamia dei quattro omicidi del rogo di Amendolara fanno ben capire che per contrastare le forme criminali dello sfruttamento dei lavoratori immigrati è indispensabile togliere dalle mani degli intermediari e dei caporali l‘organizzazione dei trasporti e delle aree dove dormono, dove si riposano per poche ore in condizioni igieniche disastrose.
Grida “vendetta sociale” prendere atto che oltre 200 milioni stanziati dal Pnrr per tali obiettivi saranno restituiti perché NON SPESI dal Governo Meloni, che a parole continua a vantare successi occupazionali e porsi obiettivi di giustizia sociale.
Alleghiamo due articoli di Luciana Cimino, su Il Manifesto, che ben riassumono il contesto e il quadro di questa realtà italiana, per la quale le principali confederazioni sindacali italiane doebbo stringere un patto di unità d’azione e un programma di mobilitazione per cancellare questa vergogna italiana.

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