Perché la destra è così forte in Europa. Ernesto Galli della Loggia inizia il suo editoriale, su Il Corriere della Sera, così. Dalla Spagna alla Polonia, dalla Svezia alla Germania all’Ungheria, la destra antiliberale è in ascesa dappertutto in Europa. Miete successi elettorali che mettono sempre più in difficoltà i partiti di centro, partecipa al governo di regioni e Stati del continente, i suoi temi tendono a dominare la discussione pubblica e, come accaduto l’altro giorno a Varsavia, è in grado d’inscenare manifestazioni di piazza che raccolgono folle imponenti. Ma non si tratta di un ritorno del fascismo. Del fascismo novecentesco, infatti, mancano alla destra antiliberale di oggi due tratti essenziali – l’organizzazione paramilitare e l’impiego della violenza contro gli avversari politici – senza i quali il fascismo stesso non sarebbe mai giunto al potere negli anni ’20-‘30 del secolo corso. (…)

Sottolinea che “Il fattore cruciale dell’ascesa della destra antiliberale è il nazionalismo(…) il «punto di raccolta dell’ira», non il fascismo (…)

È un nazionalismo, tuttavia, che ha perso completamente il carattere centrale che fu suo nella storia del Novecento, e che consistette essenzialmente nell’espansionismo, nella competizione aggressiva sul terreno della politica estera.(…)

Oggi la nazione è invocata come un rifugio dalle novità che sottratte a ogni nostro controllo e contro ogni nostra volontà fioriscono e impazzano nel mondo «là fuori», finendoci poi rovinosamente addosso. Novità economiche, innanzi tutto. Un rifugio quindi principalmente dagli effetti negativi della globalizzazione: dalla chiusura incomprensibile di fabbriche che ancora ieri sembravano andare bene; dal brutale ridimensionamento dell’organico impiegatizio per l’arrivo dei computer; un rifugio dall’improvviso venir meno, deciso in una lontana capitale europea, di quella spesa pubblica che poteva permettere a un Comune di aggiustare una scuola o di assumere qualcuno; una difesa dal passaggio in mani straniere di aziende che erano tutt’uno con i luoghi e ora invece si trovano a dipendere da chi di quei luoghi fino a ieri non conosceva neppure il nome. (…)

Galli della Loggia prosegue descrivendo la caratteristica di “rifugio culturale” del nuovo nazionalismo che conquista consensi crescenti in quella parte della società più esposta alle conseguenze della “modernità della globalizzazione”.  Scrive (…) La frattura tra una parte, dotata di maggiori risorse, in stretto rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, orientata al nuovo, familiare con la più ampia diversità degli stili di vita, impregnata di individualismo permissivo, insofferente di ogni vincolo, passabilmente anglofona, insomma psicologicamente e culturalmente cittadina del mondo; e un’altra parte, invece, perlopiù dotata di assai minori risorse, maggiormente legata a una dimensione comunitaria, a un modo di pensare tradizionale e a un rapporto con il passato; ancora convinta – pur se tutt’altro che osservante – della propria identità cristiana, della bontà delle regole da sempre a presidio della riproduzione e dei rapporti tra i sessi e tra le generazioni, aderente al significato tramandato della gerarchia e dei ruoli sociali.

È per l’appunto questa parte della società orientata culturalmente al passato la quale, di fronte alla perdita di presentabilità sociale che colpisce il suo modo di pensare, di fronte alla critica sovente sommaria quando non duramente censoria a cui questo viene sottoposto specie dai media, di fronte alla scomparsa pressoché dovunque del cattolicesimo politico che in qualche modo rappresentava in precedenza i suoi valori, ha cominciato da tempo a vedere nella nazione, nell’ovvia radice antica dell’identità nazionale, un utile scudo protettivo contro una modernità percepita come qualcosa di ostile e distruttivo che giunge da «fuori».

Così si conclude l’editoriale.  Il cuore del nazionalismo attuale, insomma, è costituito in tutti i sensi da una posizione polemica, perlopiù fatta propria dagli strati disagiati della società, contro il nuovo, contro la modernità. E allora si capisce la radice della difficoltà che ha la sinistra a farci i conti. Dimentica del Manifesto di Marx ed Engels, la sinistra, infatti, nel corso della sua lunga vicenda si è sempre più andata rafforzando nell’idea che a opporsi al nuovo, al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo) non potessero essere che i grandi interessi, le classi dominanti, conservatrici per definizione, mai le classi inferiori. E che quindi il proprio posto non potesse che essere sempre dall’altra parte, a favore di ogni innovazione, comunque nelle schiere della modernità. Un calcolo sbagliato che rischia di esserle fatale.

  • In allegato il testo integrale dell'editoriale di Ernesto Galli della Loggia pubblicato il 15 novembre su Il Corriere della Sera
  • Vedi anche articolo correlato Salvini alla disfida di Bologna, le tre piazze

Allegato:
perche_la_destra_e_cosi_forte_in_europa_galli_della_loggia.doc
salvini_alla_disfida_di_bologna_tre_piazze.doc

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