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Globalmondo

No al riarmo degli eserciti nazionali

Il vertice Nato si riunisce il 24-25 giugno all’Aia per decidere l’aumento delle spese per gli stati aderenti (fino al 5% del Pil!) per il riarmo degli eserciti nazionali. Giuseppe Conte, leader del M5S, ha inviato una lettera appello ai partiti e ai movimenti progressisti europei (vedi testo https://www.movimento5stelle.eu/a-laia-per-difendere-il-futuro-dei-nostri-cittadini/) per dire NO a questo indirizzo politico alternativo alla necessaria difesa comune – nel prossimo aggiornamento pubblicheremo articoli su questo importante tema – e al primato della diplomazia rispetto al ricorso alla guerra. Conosciamo poco sull’entità attuale del complesso militare-industriale che determina gli indirizzi della politica estera e delle politiche industriali, con grande commistione tra interessi/affari privati e la politica. Al riguardo Gianni Alioti, da anni esperto in questo campo” ha scritto l’articolo che riproduciamo

Papa Leone XIV nella sua prima intervista, rilasciata al TG1, rivolge al mondo intero un pressante appello per « respingere il fascino degli armamenti e stare tutti uniti per trovare una soluzione..». Aprire l’allegato

Gianni Alioti * pubblica “Ue, il nuovo complesso militare-industriale“ su il Manifesto del 17-6-25. << Il complesso militare-industriale cresce, in dimensione e potere, in tutti i crocevia del mondo. Spinto dalle guerre e dai mercati finanziari che, oltre agli Stati, investono migliaia di miliardi nel riarmo. Cresce soprattutto in Europa. Secondo i dati ufficiali del Consiglio Europeo, dal 2014 al 2024, le spese militari e quelle specifiche per armamenti nei paesi Ue sono già aumentate in termini reali, rispettivamente, del 121% e del 325%. E il programma Re-Arm Europe (2025-2030) deciso dalle élite politiche, economiche e finanziarie della Eu, prevede spese militari aggiuntive di 800 miliardi di euro.

ANCHE NELLA Ue, il complesso militare-industriale sembra determinare l’agenda e i contenuti della politica estera, della difesa comune e delle politiche industriali. In una commistione tra interessi privati e politica. A Bruxelles c’è chi ironizza sul fatto che sia l’amministratore delegato della tedesca Rheinmetall, in realtà, a svolgere le funzioni di “commissario UE” agli affari esteri e alla difesa. Con grave pregiudizio per la nostra democrazia e la nostra libertà. Ma con incomparabili benefici dei titoli in borsa della sua azienda e delle altre multinazionali europee operanti nel settore militare.

IL RAPPORTO dell’Area Studi Mediobanca1 sui dati finanziari di 40 multinazionali che operano nel comparto militare, pur confermando che i player statunitensi risultano tre volte più grandi di quelli europei (come enfatizzato dal piano Draghi sulla competitività dell’Ue), evidenzia – al contrario – che i maggiori beneficiari degli investimenti dei mercati finanziari sono le multinazionali europee del settore .

Nel corso del 2025 il divario di performance nelle Borse tra le principali aziende americane del settore Difesa e quelle europee si è allargato enormemente a favore di quest’ultime. Mentre le big americane hanno fatto registrare un calo nei primi due mesi dell’anno (Lockheed Martin meno 13,0%, Northrop Grumman meno 6,5%; General Dynamics meno 8,0%), i dati evidenziano il forte rialzo, dall’inizio del 2025, delle azioni dei principali gruppi europei della Difesa, con l’indice azionario FtsEurofirst 300 Aerospace & Defence che a marzo ha registrato il suo massimo storico (+34,4% da inizio 2025 e +182,2% negli ultimi 3 anni).

IL MOMENTO chiave che ha accelerato questa tendenza si è verificato a fine febbraio, quando le crescenti tensioni geopolitiche e la pressione Usa sugli alleati europei affinché rafforzassero autonomamente le proprie capacità nella Difesa ben oltre la soglia minima del 2% del PIL, hanno spinto la Commissione Europea e il Consiglio Europeo a portare l’asticella dei singoli Stati al 3 o 4% (fuori dai vincoli di bilancio) e di destinare 150 miliardi di euro del bilancio Ue alle spese per armamenti.

Il 3 marzo, tutte le aziende del settore quotate in Borsa hanno registrato in un solo giorno un balzo straordinario: Bae Systems ha guadagnato il 15%, Leonardo il 16%, Thales il 16%, Rheinmetall il 14% e Saab il 12%. Questi rialzi si sono aggiunti alla crescita accumulata nei primi mesi dell’anno, come riportato nella Figura 4. L’italiana Leonardo ha superato i 47 euro per azione, il livello più alto degli ultimi due decenni, con una crescita di circa il 495% rispetto a inizio marzo 2022. La tedesca Rheinmetall nello stesso periodo ha raggiunto 1.112 euro per azione, con una crescita record del 695% circa. E questo trend al rialzo (nel momento che scrivo) non sembra aver fine.

LA PROSPETTIVA di una pace in Ucraina, secondo gli analisti, potrebbe causare un temporaneo ribasso anche brusco (fino a -20% sulle azioni delle aziende della difesa), ma le politiche di riarmo degli Stati, gli altri conflitti armati e le tensioni internazionali tra le potenze mantengono alto l’interesse dei mercati finanziari a investire nei titoli dell’industria aerospaziale e della difesa.

Seppure per volume di affari e investimenti complessivi in ricerca-sviluppo le aziende americane sono dominanti e nonostante l’Europa soffra di una certa frammentazione per mancanza di coordinamento degli approvvigionamenti militari dei singoli Stati, non si può affermare, pertanto, che l’industria militare europea nel mondo non sia rilevante e dinamica per andamento dei valori azionari e dei ricavi.

SEMPRE SECONDO il Sipri, tra il 2022 (inizio della guerra in Ucraina) e il 2023 diverse aziende europee hanno registrato variazioni in doppia cifra dei fatturati militari: la JSC Ucrainian Defense Industry (+69%), la Turkish Aerospace Industry (+45%), la tedesca Diehl (+30%), la norvegese Kongsberg Gruppen (+27%), la turca Baykar (+25%), la Czechoslovak Group (+25%), la svedese Saab (+16%) e la tedesca Rheinmetall (+10%). Anche riguardo gli investimenti rispetto al 2019, la crescita dei player europei (+30,8%), trainati dai big tedeschi Rheinmetall e Hensoldt (+39,0%), è stata superiore rispetto a quella registrata dai player statunitensi (+23,4%).

IN UN QUADRO internazionale segnato dall’allargamento dei conflitti e dall’aumento delle spese per armamenti, continuano a crescere anche gli ordinativi. Il portafoglio ordini della britannica Bae Systems, ad esempio, è passato da 58,7 miliardi di euro nel 2020 a 93,7 miliardi di euro nel 2024 (+60%), grazie a nuove commesse da vari paesi per sottomarini, fregate e aerei da combattimento. Per la tedesca Rheinmetall il portafoglio ordini è cresciuto addirittura del 293%, da 14,0 miliardi di euro nel 2020 a 55,0 miliardi di euro nel primo semestre del 2024. E per il gruppo franco-tedesco Knds, nato dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, leader nel settore dei carri armati e dei veicoli corazzati da combattimento, il portafoglio ordini è aumentato del 130% in un solo anno, dal 2022 al 2023.

IL COMPLESSO militare-industriale europeo è rilevante, altrettanto, nell’export. Nel periodo 2019-2023, il 33% del valore dei sistemi d’arma esportati nel mondo è riconducibile alle aziende europee, contro il 41% delle aziende americane, l’11% di quelle russe, il 6% di quelle cinesi e il 2% di quelle sud-coreane. Ma se passiamo dai valori aggregati per paesi alla propensione all’export delle singole multinazionali, la caratteristica distintiva dei gruppi americani è la loro dimensione prettamente domestica: il mercato interno concentra il 78% dei loro ricavi complessivi e solo il 22% dei loro ricavi nel 2023 è generato da vendite fuori dagli Usa (13% in Asia e 9% in Europa). Al contrario i gruppi europei mostrano una maggiore diversificazione delle vendite a livello globale: la metà del loro fatturato è realizzata in Europa, il 28% negli Stati Uniti e il 22% nel resto del mondo.

I DUE GRUPPI italiani Leonardo e Fincantieri risultano i più orientati ai mercati internazionali (82% di vendite all’estero), seguiti dai player tedeschi (70%), da quelli francesi (65%), da quelli britannici (61%) e da quelli svedesi (58%). È l’opposto di quanto sostenuto sull’industria della Difesa nel “rapporto Draghi sul futuro della competitività europea”.

Gianni Alioti – una vita nel sindacato, nella Fim-Cisl e Cisl, ora è attivista e ricercatore di The Weapon Watch, Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei. Su SettimanaNews in questi mesi ha già pubblicato L’Italia e gli armamenti all’Ucraina (28 gennaio 2025) e Il Parlamento e le armi (11 febbraio 2025).

    Quest’articolo è tratto dall’ebook di Sbilanciamoci! Europa a mano armata, a cura di Futura D’Aprile, scaricabile dal sito https://sbilanciamoci.info

    C’è chi alimenta i conflitti armati e c’è chi si oppone, anche con azioni esemplari e difficili come quelle mese in atto da lavoratori portuali che si sono rifiutati di scaricare armi destinati a Netanyhau, che teorizza il primato della guerra rispetto alla diplomazia. Alleghiamo un articolo di Gianni Alioti .

    Respingere il fascino degli armamenti_Leone XIV_CorseraDownload
    Chi boicotta le armi di Israele_AliotiDownload
    20/06/2025/0 Commenti/da redazione
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