Poichè la prima puntata di rùmine ( https://sindacalmente.org/content/i-due-commensali/ ) ha suscitato un qualche interesse vi propongo ora una seconda puntata. Altre seguiranno per i 12 mesi (febbraio, marzo, aprile, ecc) in cui è previsto si svolga la sperimentazione. Vi invito sin da ora a proporre vostri scritti, appunti, domande su cui siete interessati a rùminare in compagnia. Lo potete fare inviandomi (ossolaep@gmail.com)  i vostri scritti o anche soltanto i vostri desideri. È appena iniziato un nuovo anno, è quindi il momento adatto per  provare a … rùminare un po’ su cosa desideriamo per il futuro. Per dar forma a questo desiderio Tommaso Moro ha proposto la parola “utopia” alludendo contemporaneamente a due parole greche: eutopia, cioè «buon luogo», e outopia, che significa «nessun luogo». Un’utopia è infatti allo stesso tempo la descrizione di un “buon luogo” in cui desidereremmo vivere e la presa d’atto che si tratta di un luogo che ancora non esiste, ma che … potrebbe esistere se solo lo volessimo in tanti con convinzione e testardaggine. Il “pascolo” che vi propongo per brucare e rùminare su quanto precede è un estratto dell’articolo «L’utopia nell’età dell’incertezza» presentato nel 2005 dal noto sociologo Zygmunt Baumann alla London School of Economics. 

L’utopia nell’età dell’incertezza

guardacaccia, giardiniere e cacciatore

Zygmunt Baumann

La vita delle persone, anche delle più felici tra noi, è tutt’altro che esente da problemi. Pochi tra noi sono pronti a dichiarare che nella loro vita tutto va come vogliono che vada, e anche quei pochi conoscono momenti di dubbio. Ciò che ci preoccupa di più quando ci sembra che tutto vada bene è l’arrivo improvviso delle sciagure, la loro irregolarità, la loro sgradevole capacità di apparire da qualsiasi direzione, in modo imprevedibile. Non c’è da stupirsi se sogniamo spesso un mondo senza problemi, prevedibile,  affidabile, di cui ci si possa fidare. Un mondo sicuro.

«Utopia» è il nome che, per gentile concessione di Tommaso Moro (Tommaso Moro, L’Utopia, o la migliore forma di repubblica, Laterza, Roma-Bari 2006 prima ed. circa 1516), è stato dato comunemente a sogni come questi dal XVI secolo in poi. Un’utopia è innanzitutto l’immagine di un altro mondo, diverso da quello che si conosce per esperienza diretta o per sentito dire. L’utopia prefigura un mondo interamente creato dalla saggezza e dalla dedizione dell’uomo. L’idea che gli esseri umani possono sostituire il mondo-che-c’è con un mondo altro e differente, un mondo costruito interamente da loro, era quasi del tutto assente dal pensiero umano prima dell’avvento di quella che è stata definita dagli storici età moderna.

[L’inizio dell’età moderna è comunemente fissato nel 1492, anno dell’arrivo in America di Cristoforo Colombo, mentre per quanto riguarda la fine gli storici sono in disaccordo: alcuni la fanno terminare nel XIX secolo altri la fanno durare addirittura fino alla fine della seconda guerra mondiale (1945). All’età moderna segue l’età contemporanea che è quella in cui stiamo vivendo].

Nell’età moderna il mondo è stato nel suo complesso un mondo ottimista, teso a vivere verso l’utopia. Un mondo convinto che una società senza utopia non è una società vivibile, e che di conseguenza una vita senza utopia non è degna di essere vissuta.  Oscar Wilde scrisse: “Una carta geografica del mondo che non comprenda Utopia non merita neanche uno sguardo, giacché lascia fuori l’unico paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando l’Umanità vi arriva guarda altrove, e scorgendo un paese migliore, alza le vele e riparte. Il progresso è la realizzazione delle Utopie”. Sull’altro versante della Manica, in sintonia con Oscar Wilde, ecco un’altra perla di saggezza, questa volta di Anatole France: “Senza le utopie dei tempi andati, gli uomini vivrebbero ancora nelle caverne, infelici e nudi. Sono stati gli utopisti che hanno tracciato le linee della prima città […] Dai sogni generosi nascono benefiche realtà. L’utopia è il principio di ogni progresso, il tentativo di un futuro migliore”.

Per nascere, il sogno utopistico aveva bisogno di due condizioni. In primo luogo, una soverchiante (anche se generica e ancora non articolata) sensazione che il mondo non stesse funzionando come doveva e che difficilmente avrebbe potuto essere rimesso in sesto senza una revisione totale. In secondo luogo, la convinzione di essere all’altezza del compito, cioè che «noi esseri umani siamo in grado di farcela», armati come siamo della ragione, capace di individuare cos’è che non funziona nel mondo, scoprire cosa usare per sostituire le parti malate, e della capacità di costruire gli strumenti e le armi necessari per trapiantare questi progetti nella realtà umana. In breve, ci voleva la convinzione che sotto la gestione umana il mondo potesse essere plasmato in una forma più adatta a soddisfare i bisogni umani, a prescindere da quali fossero o quali potessero diventare tali bisogni.

Si può dire che, se l’atteggiamento premoderno (età antica e medioevo) nei confronti del mondo era simile a quello di un guardacaccia, la metafora più adatta per esprimere la concezione e la pratica del mondo dell’era moderna è  quella del giardiniere.

Il compito principale del guardacaccia è  difendere il territorio assegnato alla sua vigilanza contro ogni interferenza umana, allo scopo di difendere e preservare, per così dire, il suo «equilibrio naturale», incarnazione dell’infinita saggezza di Dio o della Natura. Compito del guardacaccia è di scoprire prontamente e neutralizzare le trappole piazzate dai bracconieri in modo da non mettere a repentaglio la perpetuazione di quell’«equilibrio naturale». I servizi del guardacaccia si basano sulla convinzione che le cose stanno meglio se non ci si mettono le mani; in epoca premoderna la convinzione di fondo era che il mondo fosse una catena divina dell’essere, in cui ogni creatura aveva il suo giusto posto e la sua funzione, anche se le capacità mentali umane erano troppo limitate per comprendere la saggezza, l’armonia e l’ordine del disegno di Dio.

Non la pensa così il giardiniere; egli presuppone che nel mondo (o almeno in quella piccola parte del mondo affidato alle sue cure) non ci sarebbe alcun ordine se non fosse per la sua attenzione e i suoi sforzi costanti. Il giardiniere sa quali tipi di piante devono crescere e quali no nel terreno affidato alle sue cure. Dapprima elabora nella sua testa il progetto migliore, e poi provvede a trasformarlo in realtà. Impone al terreno il suo progetto precostituito, incoraggiando la crescita dei tipi di piante giusti (per lo più, piante da lui stesso seminate o piantate) ed estirpando e distruggendo tutte le altre, adesso ribattezzate «erbacce», la cui presenza non desiderata perché non richiesta, non si accorda con l’armonia generale del disegno.

Sono i giardinieri i più appassionati ed esperti, si sarebbe tentati di dire professionali, fabbricanti di utopie. È all’immagine dell’armonia ideale del giardiniere, concepita inizialmente come modello nella sua mente, che «approda di continuo» il giardino, un prototipo di come l’umanità, per richiamare il postulato di Oscar Wilde, tenderebbe ad approdare sempre nel paese chiamato «utopia».

Se oggi i dibattiti contemporanei sono infarciti di espressioni come «la morte dell’utopia», o «la fine dell’utopia», oppure «l’esaurimento dell’immaginario utopistico», tanto da mettere radici nel senso comune ed essere considerate verità ovvie ed evidenti, è perché ormai l’atteggiamento del giardiniere sta cedendo il passo all’approccio del cacciatore.

Diversamente dalle due figure simboliche che l’hanno preceduto, il cacciatore non è mimimamente interessato all’«equilibrio generale delle cose», sia esso «naturale» oppure progettato e meditato. L’unico compito che i cacciatori perseguono è «uccidere» e continuare a farlo, finché i loro carnieri non sono colmi fino all’orlo. Sicuramente non ritengono loro dovere garantire che la disponibilità di selvaggina nella foresta possa ricostituirsi dopo (e malgrado) la loro caccia. Se i boschi sono rimasti senza selvaggina a seguito di una scorribanda particolarmente proficua, i cacciatori possono spostarsi in un’altra zona relativamente intatta, ancora pullulante di potenziali trofei di caccia. Può darsi che a un certo punto, in un futuro lontano e ancora indefinito, il pianeta rimanga a corto di boschi ancora ricchi di selvaggina; ma se così sarà, loro non lo vedono comunque come un problema immediato (e certamente non come un loro problema). Una prospettiva così remota, dopo tutto, non mette a repentaglio i risultati della caccia in corso, o della prossima, e perciò non obbliga in alcun modo me, singolo cacciatore fra tanti, o noi, singola associazione di cacciatori fra tante, a ragionarci su e tanto meno a fare qualcosa in proposito.

Adesso siamo tutti cacciatori, o così ci dicono, e siamo chiamati o costretti ad agire da cacciatori, pena l’esclusione dalla caccia, o addirittura (Dio ne scampi!) la retrocessione a selvaggina. Ogni volta che ci guardiamo attorno, vedremo probabilmente altri cacciatori. Dovremo impegnarci molto prima di scorgere un giardiniere intento a vagheggiare, dietro la staccionata del suo giardino privato, il progetto di una qualche armonia, e poi uscire per trasformarlo in realtà. Sicuramente non incontreremo molti guardacaccia. Questa relativa penuria di giardinieri, cioè di persone che si riconoscono nell’utopia del bene comune e si impegnano per realizzarla, e la crescente abbondanza di cacciatori, è quello che gli studiosi di scienze sociali indicano col dotto termine di ‘individualizzazione’, mentre la lenta ma costante estinzione della filosofia «del guardacaccia» insieme al declino della sua variante, la filosofia «del giardiniere», è ciò che gli uomini politici esaltano sotto il nome di ‘deregulation’.

Sembra logico che in un mondo popolato prevalentemente da cacciatori sia rimasto poco spazio, per non dire nessuno, per elucubrazioni utopistiche, e che pochi sarebbero propensi a prendere sul serio progetti utopistici, se qualcuno li sottoponesse loro. Perciò, anche se si sapesse come fare per rendere migliore il mondo, e si prendesse a cuore il compito di renderlo migliore, il vero scoglio da superare sarebbe individuare qualcuno che dispone di risorse sufficienti e di un’adeguata volontà per fare ciò che va fatto…

Forse non siamo “alla morte dell’utopia” ma certamente allo stravolgimento delle sue finalità e del suo significato.

Il Roget’s Thesaurus [autorevole dizionario inglese di sinonimi la cui prima edizione risale al 1852], testo di riferimento per i ‘cacciatori’, giustamente apprezzato per l’affidabilità con cui registra i progressivi mutamenti nell’uso lessicale, adesso sembra avere tutto il diritto di elencare il concetto di «utopistico» in stretta prossimità con «fantasioso», «fantastico», «immaginario», «chimerico», «campato in aria», «impraticabile», «irrealistico», «irragionevole» e «irrazionale».

Un secondo fa ho digitato [Baumann ha digitato] la parola «utopia» sul mio computer, e il motore di ricerca di Google mi ha restituito 4.400.000 siti web. Il primo della lista, e probabilmente il più impressionante, informa i naviganti che «Utopia è uno dei più grandi giochi interattivi gratuiti online del mondo, con oltre 80.000 partecipanti». Poi, sparsi qua e là, si trovano alcuni riferimenti alla storia delle idee utopistiche ma questi siti, nel complesso, rappresentano una minoranza delle voci trovate. Compaiono anche le pubblicità di molte aziende che si sono appropriate del termine utopia. La maggior parte sono società di viaggi, arredamento d’interni e prodotti cosmetici, oltre che case di moda. Questi siti hanno qualcosa in comune: offrono tutti servizi individuali a individui in cerca di soddisfazione individuale ed evasione individuale a disagi individuali.

«Utopia» indicava di solito una meta lontana, ambita e sognata, alla quale il progresso doveva, poteva e alla fine avrebbe portato coloro che erano alla ricerca di un mondo che rispondesse meglio ai bisogni umani. Nei sogni contemporanei l’immagine del «progresso» sembra aver smesso di esprimere il concetto di miglioramento collettivo, passando a significare sopravvivenza individuale. Il progresso non è più concepito nell’ottica di uno stimolo a spingersi in avanti, ora è associato a uno sforzo disperato per rimanere in corsa.

La consapevolezza del progresso rende guardinghi e invita alla vigilanza: quando sentiamo dire che «i tempi corrono», tendiamo ad aver paura di essere lasciati indietro, di cadere da un veicolo in rapida accelerazione, di non trovare posto al prossimo turno del «gioco delle sedie».  Il tempo scorre, e il trucco sta nel cavalcare l’onda. Se non vuoi affogare, devi continuare a surfare, e questo significa cambiare il guardaroba, il mobilio, la tappezzeria, l’aspetto, le abitudini il più frequentemente possibile.

Alle tue preoccupazioni e ai tuoi sforzi non rimane altro che concentrarsi sulla lotta per evitare di perdere, lotta che deve assorbire gran parte della tua attenzione e delle tue forze: cerca almeno di rimanere tra i cacciatori, giacché l’unica alternativa che hai è quella di ritrovarti tra le prede. Per condurre questa lotta in modo adeguato e con una possibilità di successo, dovrai dedicarle tutta la tua attenzione, dovrai vigilare ventiquattr’ore al giorno e sette giorni la settimana, dovrai soprattutto stare sempre in movimento, più veloce che puoi.

La caccia è un’occupazione a tempo pieno, consuma una gran quantità di attenzione e di energie, non lascia quasi tempo per qualsiasi altra cosa.  L’intoppo, tuttavia, è che una volta provata, la caccia diventa una costrizione, una dipendenza e un’ossessione. Catturare la lepre equivarrebbe a una doccia fredda: non farebbe altro che rendere la prospettiva di un’altra caccia più seducente, perché si è scoperto che l’esperienza più piacevole (l’unica piacevole?) di tutta la faccenda sono le speranze che accompagnano la caccia. La cattura della lepre è il presagio della fine di quelle speranze; a meno che un’altra caccia non sia prevista per il giorno dopo e cominci il mattino seguente.

Se una vita fatta di caccia continua e illimitata è un’altra utopia, essa è un’utopia davvero singolare. Se si considera che le  utopie dell’età moderna prevedevano un punto in cui il tempo si sarebbe fermato; per meglio dire, una fine del tempo in quanto storia. Ma nella vita di un cacciatore un punto del genere non esiste, non esiste un momento in cui si possa dire che il lavoro è stato completato, che la missione è compiuta, e guardare al resto della vita da «vivere felici e contenti, di qui all’eternità».  La terra delle soluzioni e delle cure non è più collocata in un «altrove» remoto, ma nel «qui e ora». Invece di vivere in direzione di un’utopia, ai cacciatori viene offerto di vivere dentro un’utopia.

Per i giardinieri, l’utopia era la fine della strada; per i cacciatori, è la strada stessa. I giardinieri visualizzavano la fine della strada come la giustificazione e il trionfo definitivo dell’utopia. Per i cacciatori, la fine della strada può essere soltanto la definitiva, ignominiosa sconfitta dell’utopia vissuta. Per aggiungere al danno la beffa, sarebbe anche una sconfitta interamente personale e una prova inconfutabile di personale insuccesso. È improbabile, per non dire impossibile, che anche gli altri cacciatori smettano di cacciare, e perciò non prendere parte alla caccia in corso può essere percepito soltanto come l’ignominia dell’esclusione personale, e quindi (presumibilmente) di una personale inadeguatezza.

A differenza delle utopie di una volta, l’utopia dei cacciatori non offre un significato alla vita, autentico o ingannevole che sia. Aiuta soltanto a scacciare dalla mente dei viventi gli interrogativi sul significato dell’esistenza. Avendo ridisegnato il corso della vita in una serie infinita di inseguimenti mirati a se stessi, ciascun episodio vissuto come un preludio per il successivo, questa utopia non offre nessuna occasione per riflettere sulla direzione e il senso del tutto. Quando (se mai) un’occasione del genere finalmente arriva, nel momento in cui finiamo fuori dalla caccia o ci impediscono di parteciparvi, di solito è troppo tardi perché questa riflessione possa incidere sul modo in cui è plasmata l’esistenza – tanto la propria quanto quella degli altri – e quindi troppo tardi per opporsi alla sua forma attuale e metterne in discussione la correttezza.

Nessuno potrebbe pretendere di esprimere i dilemmi con cui ci trovano a dover fare i conti con parole più efficaci di quelle che il grande Italo Calvino fa pronunciare a Marco Polo nelle Città invisibili: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno cha abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Se a questo punto state abbandonando il pascolo per recarvi in un luogo tranquillo in cui rùminare, vi propongo alcune domande che possono aiutare e stimolare la nostra rùminazione collettiva:

  • La metafora del Guardacaccia, del Giardiniere e del Cacciatore vi sembra utile ed appropriata ?
  • E’ vero, come sostiene Baumann, che la maggior parte degli esseri umani si identifica oggi con la figura del cacciatore ? Perchè ?
  • Concordate con quanto affermano le citazioni di  Oscar Wilde, Anatole France e Calvino proposte da Baumann ? 
  • Pensate ci siano alternative diverse da quelle indicate da Calvino ?
  • La visione del progresso come “realizzazione delle Utopie” proposta da Wilde e Anatole France è ancora attuale ?
  • Il tipo di progresso che secondo Baumann stiamo vivendo corrisponde alla realtà ? I sostenitori della decrescita (più o meno felice) interpretano correttamente i limiti e le incongruenze di questa visione del progresso ?
  • La sensazione che il mondo non sta funzionando come deve è certamente molto presente e diffusa, ma lo è anche quella che riguarda la capacità dell’uomo di porvi rimedio dando vita a nuovi assetti economici e sociali ?
  • Cosa può significare per il sindacato la frase  “cerca almeno di rimanere tra i cacciatori, giacché l’unica alternativa che hai è quella di ritrovarti tra le prede” ?
  • Può un sindacato o un partito vivere senza “un’utopia” a cui fare riferimento ?
  • la cattura della lepre è il presagio della fine delle speranze dei cacciatori; a meno che un’altra caccia non sia prevista per il giorno dopo e cominci il mattino seguente”. E’ questa la base del nostro vivere sociale e la forza della nostra economia ?

Se rùminando vi vengono in mente altre domande utili a stimolare l’altrui ruminazione, scrivetele nei commenti a questo articolo. Renderete un servizio assai utile. Spesso una buona domanda vale più di una risposta.

3 commenti
  1. Dora Marucco
    Dora Marucco dice:

    Devo confessare che non riesco ad appassionarmi a riflessioni di questo tipo che coinvolgono la parte ludica di noi. Scusate ma faccio fatica a entrare in questa dimensione.
    Nel merito, per quel poco di commento che posso aggiungere, non penso che si possano contrapporre cacciatore e giardiniere. In ognuno di noi c’è un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Quanto all’utopia essa è implicita nella critica del presente, del mondo in cui viviamo anche se si limita ad essere un’aspirazione per lo più generica. Lo stesso dicasi del progresso: tutti pensiamo che la stessa insoddisfazione del presente è generata dal desiderio di qualcosa di diverso e di migliore che ai nostri occhi ha il carattere del progresso.

    Rispondi
  2. Pierluigi Ossola
    Pierluigi Ossola dice:

    Baumann non sostiene che siamo tutti ‘cacciatori’. E’ vero, in ciascuno di noi probabilmente convivono, con ‘pesi’ diversi, gli atteggiamenti del cacciatore, del giardiniere e del guardacaccia. Baumann era un sociologo non uno psicologo.
    Quel che Baumann dice è che la nostra epoca (NON le singole persone che vivono oggi) è caratterizzata dalla figura del cacciatore, così come l’antichità era caratterizzata dalla figura del guardacaccia e l’epoca moderna da quella del giardiniere. Si tratta di una metafora che ovviamente può anche non appassionare, ma che ci può aiutare a meglio capire ed interpretare le dinamiche della nostra società, non è certo un ‘gioco’.
    Io ho studiato sociologia non per soddisfare la parte ludica che è in me ma per cercare di capire meglio la società in cui vivo. Baumann con i suoi scritti e le sue analisi è una delle figure che più mi ha offerto strumenti utili per riflettere e cercare di orientarmi nel mondo complesso in cui viviamo.
    A me appassiona da sempre la sociologia e quindi propongo … analisi di tipo sociologico. E’ bello e giusto che altre persone siano appassionate da cose diverse: l’economia, la storia, la psicologia, la politica, ecc.
    Questo spazio ‘rùmine’ nasce proprio per dar modo a tutt* di proporre le cose da cui si sentono appassionat* e di proporle per rùminarle insieme. Attendo proposte di cose da rùminare per i prossimi mesi.

    Rispondi
  3. redazione
    redazione dice:

    Adriano Serafino – Dieci domande di quel genere sono troppe…più che ruminare (nel nostro caso meditare idee e sulle idee) si rischia…. l’indigestione o la rinuncia a rispondere. Per ora mi fermo ad esprimere alcune prime considerazioni, riproponendomi di continuare con un secondo commento.
    Non mi convincono le citazioni riportate di Oscar Wilde e Anatole France.
    “Utopia è il paese al quale l’Umanità approda di continuo….il progresso è la realizzazione delle Utopie”. Non mi pare proprio osservando il secolo scorso e questo inizio di secolo.
    Cosa intendeva Wilde e cosa pensiamo noi debba essere il progresso-utopia? Tutto quello che viene dopo grazie alle scoperte scientifiche e tecnologiche?
    Gli uomini che vivevano nelle caverne erano nudi ma non per questo possiamo definirli anche “infelici”. L’evoluzione antropologica a mia avviso no fa parte dell’utopia. E’ evoluzione della specie.
    Per quanto mi frulla in testa le metafore di Baumann (guardiacaccia, giardiniere, cacciatore) non mi sono di gran aiuto.
    Le scoperte continue della scienza e le innovazioni tecnologiche sono il risultato dell’evoluzione del sapere scientifico, dello studio, dell’applicazione e segnano certamente le tappe del progresso.
    L’Utopia, a mio avviso, trova le sue radici e le sue visioni innanzitutto nella filosofia, nell’etica, nel pensiero religioso, nel pensiero sociale e politico, per dare senso alla vita, alla persona, alla vita colletiva, al mondo, pe fare prevalevere il bene contro il male.
    Oggi c’è una cesura profonda tra progresso scientifico e valori propri dell’Utopia.
    Oggi il progresso è indicato con tutto quello che viene dopo…non mi pare che sia cosi…

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *