Indice Ipca e carrello della spesa
Da quanto tempo la Cisl non promuove inchieste mirate su campioni di propri iscritti (pensionati e attivi) per evidenziare la perdita del potere d’acquisto reale sui generi alimentari, di consumo essenziali (tariffe energetiche, di trasporto), di salvaguardia alla salute (consumi non comprimibili)? Quanto differisce il tasso inflattivo calcolato con l’indice Ipca dei rinnovi contrattuali rispetto a quello costruito con il cosiddetto “carrello della spesa? Il Report Cisl sulla contrattazione nazionale accredita e fa da cassa di risonanza alla narrazione governativa di Giorgia Meloni (vedi articolo in allegato pubblicato su Il Tempo) sulla capacità della contrattazione di recuperare il tasso inflattivo, rendendo superflui, dispendiosi e poco efficaci altri interventi legislativi (es.salario minimo, recupero fiscal drag attraverso indicizzazioni automatiche). Gli studi del ricercatore Marco Leonardi, sintetizzati nell’articolo “La perdita salariale è reale e l’inerzia le gioca contro“ confutano la metodologia e le conclusioni del Report Cisl.

Nel Report Cisl si legge « Il sistema contrattuale italiano – spiega Mattia Pirulli, segretario confederale della Cisl – produce molto di più di ciò che l’indice Istat fotografa. Leggere la dinamica salariale solo attraverso i minimi tabellari significa ignorare il valore della contrattazione decentrata e delle politiche fiscali redistributive. Questa distorsione rischia di alimentare letture fuorvianti e di oscurare un sistema che sa dare risposte concrete ai lavoratori». (…) Il terzo Report CISL sulla Contrattazione Nazionale nel secondo semestre 2025 si inserisce in un contesto di progressiva stabilizzazione dopo gli anni della pandemia e di alta inflazione, ma anche al riaffacciarsi di turbolenze dovute ai riflessi economici dei conflitti in corso. In assenza del report semestrale del CNEL sui Contratti Nazionali per il periodo cosiderato, questo numero si avvale principalmente dei dati ISTAT sul terzo e quarto trimestre 2025, integrati con le analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI), del Rapporto INPS 2025.
I dati confermano la tendenza di recupero retributivo avviato nel 2023 con le retribuzioni contrattuali orarie che crescono in media del 3,1% sull’intero 2025, superando per il secondo anno consecutivo l’inflazione IPCA (+1,7%). (…) In allegato il pdf del Report (12 cartelle)
La perdita salariale è reale e l’inerzia le gioca contro di Marco Leonardi *
<< La CISL ha pubblicato un rapporto sul la contrattazione con la tesi che la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori italiani non sarebbe così grave. Guardando alle sole retribuzioni contrattuali, la caduta reale è intorno al -6,4 per cento rispetto al 2019. Ma se si considerano le “retribuzioni di fatto”, cioè quelle che includono premi, straordinari e contrattazione decentrata, la perdita si riduce a circa -1,7 per cento. E una lettura suggestiva. Ma purtroppo non è corretta.
Il punto è metodologico, ma le implicazioni sono politiche. La CISL usa il monte salari totale diviso per il numero di occupati. La misura corretta del potere d’acquisto ê un’altra: il salario reale per ora lavorata. Guardando alle ore lavorate, la perdita resta nell’ordine del 6-7 per cento, sostanzialmente in linea con quella dei minimi contrattuali. Non c’è alcun recupero nascosto. C’é, piuttosto, un effetto statistico. Questo accade perché la contrattazione di secondo livello – quella che dovrebbe spiegare la differenza tra retribuzioni contrattuali e di fatto – copre solo una parte dei lavoratori. Nei servizi, nel turismo, nelle piccole imprese, quella leva semplicemente non esiste.
Il rapporto CISL è quindi anche un tentativo di sostenere che, tutto sommato, il sistema funziona. Che non servono interventi strutturali. Ma è una conclusione pericolosa.
Primo, perché il potere d’acquisto è davvero sceso e non recupererà facilmente. Il ritardo accumulato negli anni dell’inflazione non si riassorbe automaticamente.
Secondo, perché il tema dei contratti pirata è stato a lungo sottovalutato. Oggi, improvvisamente, tutti riconoscono che é importante. Ma affrontarlo significa fare ciò che nessuno ha mai voluto davvero: una legge sulla rappresentanza che stabilisca chi può firmare contratti validi per tutti.
Terzo, perché la strategia degli ultimi anni era coerente con un mondo senza inflazione. Si puntava ad allargare la contrattazione decentrata, a sviluppare welfare aziendale, sanità e previdenza integrativa Tutti strumenti utili ma che funzionano quando i prezzi sono stabili. Con l’inflazione torna centrale il ruolo dei contratti nazionali e dei minimi salariali.
Il problema è di governance. Il governo ha insistito per anni che andasse tutto bene, mentre allo stesso tempo ha allargato il tavolo a nuove sigle sindacali spesso più deboli, quando non apertamente favorevoli a contratti al ribasso Ora che la fase politica è più fragile, è difficile immaginare una correzione di rotta. Il decreto sul Primo Maggio rischia di tradursi nell’ennesima intesa tra le parti, che storicamente non ha mai funzionato senza un supporto legislativo.
Ma una legge sulla rappresentanza significherebbe scontentare proprio quei nuovi interlocutori che il governo ha contribuito a legittimare. Il risultato piú probabile è l’inerzia. Proprio nel momento peggiore. Perché se l’inflazione dovesse tornare a salire – e molti segnali vanno in quella direzione – si ripeterà lo stesso schema: rinnovi tardivi, aumenti insufficienti, nuova perdita di potere d’acquisto.
Si parla anche di introdurre un’indennità di vacanza contrattuale più generosa. Ma se resta una tantum e non entra nei minimi, serve a poco. Alla scadenza del contratto si riparte da una base che non è cresciuta e quindi non si recupera nulla del salario minimo legale. Non si parla in nessun modo di come si intende affrontare il problema che ormai da anni ha sollevato la Procura di Milano. Può piacere o no, ma in assenza di un riferimento chiaro é il giudice che decide se i contratti sono dignitosi in parti molto rilevanti dell’economia, non solo in piccolissime imprese marginali ma anche nei grandissimi gruppi che le utilizzano regolarmente nella catena dei subappalti.
L’inerzia ha funzionato finché l’inflazione era bassa. Ora che è tornata, servirebbe un intervento deciso su contrattazione e rappresentanza Ma è esattamente ciò che questo governo non ha mai voluto fare. E che oggi, probabilmente, non ha più la forza per farlo. >> *da Il Foglio 17/04/26

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