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Italia: politica, economia, società

Paolo Griseri non c’è più

Paolo Griseri è morto improvvisamente nella notte di giovedì 24 ottobre per infarto. Avrebbe compiuto 68 anni il prossimo 17 novembre. Lascia un figlio, Gabriele, e la moglie, Stefania Aloia. Per il saluto laico svoltosi, domenica  27 pomeriggio, alla camera ardente allestita nella sede de La Stampa in Via Lugaro 15, erano presenti in gran numero personalità, giornalisti, amici e compagni che lo hanno conosciuto. Numerosi gli interventi per ricordare anedotti, la sua professionalità e le sue qualità umane. Numerosi anche gli articoli di firme illustre che lo hanno ricordato sui quotidiani per i quali ha lavorato. Abbiamo scelto di riprendere due articoli (pubblicati sul sito www.laportadivetro.it e sul Manifesto) che si soffermano sull’inizio della prestigiosa carriera di Paolo, che negli anni 80 aveva avviato i primi passi collaborando con il centro stampa Cisl in Via Barbaroux 43, prestando servizio civile come obiettore di coscienza.

Paolo con i suoi articoli, più volte, ha descritto per Torino, e altri territori, come cambia l’organizzazione del lavoro, e quanto sono pesanti le condizioni in particolari attività del lavoro frammentato. Articoli che hanno coperto un vuoto del sindacato che da tempo promuove sempre meno inchieste, uno strumento fondamentale per dare la parola a chi lavora. Si apre un vuoto da colmare. Paolo sull’organizzazione del lavoro ne sapeva molto…anche di più di tanti sindacalisti.

Questo l’articolo sul sito laportadivetro.it << Si fa fatica ad accettare la realtà. E si rimane increduli poi nello scoprire al mattino che qualcuno che conosci e che leggi da tempo, come nel caso di Paolo Griseri, non ci sia più. “Se ne vanno sempre i migliori”, si è abituati a dire per sdrammatizzare o esorcizzare la morte, o più semplicemente per giocare con il fato, ma nel caso di Paolo Griseri è vero. Lui era diventato di anno in anno, di giorno in giorno, sempre più bravo nell’essere giornalista e nel fare giornalismo.

Una crescita continua. Erano gli anni Ottanta, prima metà di quel decennio che ha rappresentato uno spartiacque tra le speranze di cambiamento sociale e la progressiva involuzione di valori solidali e principi anche morali, quando Paolo Griseri appariva sul piccolo schermo di VideoUno, l’emittente televisiva di un circuito nazionale, emanazione del settore “Stampa e propaganda” del Partito comunista italiano, diretto da Mario Zanoletti.

In quel palazzo di via San Francesco da Paola 16, dove conviveva anche ciò che rimaneva dell’Unità torinese (Piergiorgio Betti, Michele Costa, Nino Ferrero, Claudio Mercandino, Michele Ruggiero e qualche altro collaboratore sopravvissuto alla chiusura delle redazioni locali) e Diego Novelli, non più sindaco di Torino, al quale era stato riservato un ufficio personale, VideoUno era diventata il simbolo di un giornalismo controcorrente, con un aperto desiderio di slegarsi dai vincoli della politica che l’aveva partorito e lo sosteneva.

In quella redazione televisiva, Paolo aveva costituito un “duo” di punta, grintoso e brioso nei servizi, con il collega Marco Gregoretti, che avrebbe trovato poi altre soddisfazioni professionali in prestigiose testate della carta stampata e televisive. Al governo di quell’emittente battagliera, vi era Enrico Buemi, destinato a diventare parlamentare dell’Ulivo e senatore nelle liste del Pd, morto nell’aprile scorso, mentre l’amministrazione era stata affidata (come quella del Pci torinese) a Primo Greganti, che nel ’92 sarebbe stato per tutti il “Compagno G”.

Oltrepassata quell’avventura ricca di entusiasmi, ma breve e complicata per gli affanni finanziarie in cui precipitava regolarmente il Pci, Paolo Griseri divenne un cronista puntiglioso e militante del Manifesto, che aveva avuto tra le sue firme l’operaio, poi operatore sindacale Fim-Cisl Gianni Montani, la cui redazione torinese era affidata alla penna seria e brillante allo stesso tempo di un giornalista tra i più competenti di Torino, il marchigiano Loris Campetti.>> https://www.laportadivetro.com/post/paolo-griseri-non-c-%C3%A8-pi%C3%B9

Paolo Griseri, un talento sbocciato al Manifesto

Loris Campetti così lo ricorda << È morto a 67 anni Paolo Griseri. Aveva lavorato al manifesto dal 1987 al 2000, prima da Torino seguendo i temi sociali, poi da Roma specializzandosi sul sindacato, con particolare attenzione alla Fiat. Oggi sarà possibile ricordarlo alle 18.30 alla parrocchia torinese dell’Ascensione, domani dalle 12.30 alle 18:30 la camera ardente sarà alle redazioni della Stampa e di Repubblica. Il collettivo del manifesto si stringe ai familiari, ai colleghi e a tutte le persone che gli hanno voluto bene.

Una delle cose più belle del mestiere di giornalista è la formazione dei giovani apprendisti stregoni. Metti a disposizione le tue conoscenze, le sensibilità, i trucchi, insomma appoggi sul tavolo – il desk – il poco o molto che hai da offrire per far crescere il giornalista in nuce che hai di fronte. Devi soprattutto valorizzare le sue qualità, aiutarlo a costruirsi un’autostima, ma anche colpire sul nascere i suoi vizi nonché l’eventuale eccesso di autostima. Se lo fai bene, questo lavoro vale più di cento articoli e ti regala soddisfazioni.

È un lavoro di semina. A volte riesce bene e il frutto che ne nasce è buono e succoso e l’allievo supera il maestro, altre volte va peggio, forse hai sbagliato tu, forse quel seme era sterile o entrambe le cose. Nel caso di Paolo Griseri il mio lavoro di “formatore” era stato facilitato dalle qualità del seme che già aveva iniziato a germogliare prima del nostro incontro. La notizia della morte improvvisa di Paolo mi ha colto impreparato e incredulo, un pezzo della mia storia, dei miei affetti, se n’è andato.

Un ragazzone allegro e positivo preceduto dai suoi riccioli aveva bussato alla porta della redazione torinese del manifesto, un buco di 30 metri quadrati che pure era un punto di riferimento per la sinistra sociale e politica negli anni bui seguiti alla sconfitta operaia alla Fiat del 1980. Paolo si era presentato, aveva già un’esperienza di lavoro radiofonico. Curioso, ironico e autoironico, si era subito messo al lavoro e si capiva che aveva già il mestiere nella testa e nelle dita, si cercava le notizie, faceva inchiesta, rispettava le persone che raccontava.

All’inizio erano soprattutto gli operai, poi la curiosità l’aveva spinto su territori inesplorati, dallo sport alla cultura, dalla politica alla “cronacaccia” perché era un cronista di razza. Con Paolo si rideva, si cazzeggiava, si litigava. Insomma, si lavorava bene insieme. È rimasto al manifesto per un bel po’ di anni, poi ha deciso che a uno che voleva correre come lui era necessario un motore più potente, le prestazioni della gloriosa Trabant gli andavano strette e andò a Repubblica gettando nello sconforto noi piloti sognatori, fottuti sessantottini di Formula 1.

Aveva Torino nel cuore e finì per tornarci, promosso a vicedirettore della Stampa, il giornale che i vecchi torinesi (e con loro io, Paolo e altri giovanotti promettenti e cazzeggianti come Marco Contini, prima di loro era passato dalla redazione torinese Rocco Moliterni e dopo Gabriele Polo) chiamavano la busiarda.

Paolo è diventato uno dei giornalisti che con più professionalità ha raccontato la Fiat e un pezzo di capitalismo italiano, senza mai vendersi l’anima, senza dimenticare chi le automobili le costruisce davvero che sono gli operai e chi li rappresenta sindacalmente (anche perché politicamente non li rappresenta più nessuno). Continuammo a cazzeggiare a distanza, quand’era possibile vis a vis, e a litigare, sulla Tav in val di Susa o sulle performances di Sergio Marchionne. Da poco era andato in pensione e da pensionato ha lavorato più di prima, da inviato, da editorialista, ha raccontato sia il lavoro che i padroni.

Il penultimo articolo è sul rider bolognese costretto a spingere sui pedali durante l’alluvione e, infine l’ultimo: un’intervista al nostro comune amico Marco Revelli per parlare degli operai ammazzati alla Toyota di Bologna.

Paolo veniva da una famiglia cattolica torinese, i cattolici dei santi sociali; secondo me alla fine, se la morte fulminea gli ha lasciato il tempo di sognare qualcosa, ha pregato di poter continuare a scrivere e cazzeggiare ancora, da qualche parte.

Ciao amico mio, un abbraccio al figlio Gabriele, alla moglie Stefania, a Enrica e a chi gli ha voluto bene.>> https://www.ilmanifestoinrete.it/2024/10/26/paolo-griseri-curioso-ironico-e-autoironico/

28/10/2024/da redazione
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