Mangificamente umani
“Nuove tavole. Per governare l’intelligenza artificiale bisogna restare magnificamente umani” – Daniele Boggi su Linkiesta.it recensice il saggio appena pubblicato, di Jamie Metzl che riscrive a quattro mani con ChatGPT-5 i dieci comandamenti, e il risultato è affascinante: l’IA per elaborare le regole del futuro attinge al passato, a cominciare dal Rinascimento italiano
Di seguito il testo di Daniele Boggi
<< Il libro di Jamie Metzl “Magnificamente Umani. I Dieci Comandamenti dell’intelligenza artificiale” (uscito a giugno 2026) è un condensato di storia dell’umanità, bisogno del trascendente e ricerca di regole universali per un mondo migliore, capaci di salvaguardare l’umano senza rinunciare alle meraviglie della tecnologia.

È un’ambizione enorme per 232 pagine e forse proprio per questo il libro sceglie una scorciatoia audace: non limitarsi a parlare dell’intelligenza artificiale, ma scrivere con essa, lasciando che GPT-5 entri nel racconto in prima persona. L’IA, infatti, ha “imparato” leggendo tutto ciò che l’umanità ha scritto su se stessa.
Dai Dieci Comandamenti, che Metzl considera uno dei documenti più importanti della storia umana, alle nuove tavole (scritte dall’IA) che oggi ci troviamo davanti, il salto è enorme, ma il bisogno che le muove è lo stesso di sempre: regole universali capaci di orientarci anche quando il mondo cambia più in fretta di noi. Il Sinai, in questo senso, non è solo un mito fondativo: è un modello di governance morale, dieci regole semplici capaci di attraversare i secoli.
Metzl sa bene però che quel mondo lento non esiste più e che servono nuove tavole non perché le vecchie siano sbagliate, ma perché furono pensate per un’altra velocità della storia, quella di un’umanità che impiegava generazioni, non mesi, per assorbire un’innovazione.
Qui sta, a mio avviso, uno dei passaggi più interessanti del libro. I nuovi comandamenti non sono davvero “inventati” dall’intelligenza artificiale. Metzl chiede alla macchina di attraversare millenni di religioni, filosofie e codici morali per cercarne il minimo comune denominatore. E ciò che l’IA restituisce non è una morale futuristica, ma qualcosa di sorprendentemente antico: compassione, dignità, verità, generosità, libertà, rispetto della vita.
La macchina, interrogata sul futuro, ci rimanda al meglio del nostro passato. Più che un oracolo, diventa uno specchio.
Altrettanto delicato è il passaggio sulla fede: non un deposito fisso da custodire, ma un dialogo continuo tra una saggezza divina senza tempo e vite che cambiano senza sosta. È un’idea che rovescia l’accusa più comune rivolta alla religione di fronte alla tecnica, quella di essere per definizione reattiva, in ritardo.
Metzl propone l’opposto: la fede sopravvive proprio perché si confronta con i problemi reali delle persone, e l’IA potrebbe aprire, non chiudere, nuove possibilità spirituali. Colpisce, e da italiano non posso non farci caso, il ruolo che il libro assegna al nostro Paese: laboratorio di innovazione, (vedi il Rinascimento) e proprio per questo chiamato in causa come possibile guida morale, non soltanto tecnica, della transizione che viviamo. Non è un’analogia casuale.
Il Rinascimento italiano non fu soltanto un’esplosione di tecnica e di arte: fu il tentativo – riuscito per un tratto di storia – di tenere insieme sapere scientifico e visione dell’uomo, bottega e filosofia, invenzione e responsabilità. È esattamente la sintesi che oggi manca e che Metzl sembra chiedere di nuovo anche a un Paese che quella sintesi l’ha già saputa produrre.
I fili che mi hanno colpito di più sono forse quelli meno appariscenti: il parallelo con Gutenberg come “cesura” nella storia umana, il valore della parola come architettura del mondo condiviso e, di contro, l’epidemia di solitudine come sintomo di un’umanità sempre più connessa e sempre più sola.
Sono facce dello stesso problema: ogni volta che una tecnologia moltiplica la parola, dal torchio tipografico alla rete, promette comunità ma può anche produrre isolamento. Il libro sembra chiedersi se questa volta possa andare diversamente, se si possa vivere in armonia con strumenti pensati non per sostituire la relazione ma per restituirla.
I dati recenti sulla socialità dei giovani rendono la questione ancora più concreta e drammatica. L’American Time Use Survey, realizzata dal US Bureau of Labor Statistics di Washington, ha mostrato quanto possa essere estremo l’isolamento di una parte delle nuove generazioni negli Stati Uniti: nel 2023 un giovane americano su dieci, tra i ventitrè e i ventinove anni, non ha scambiato un solo minuto di interazione faccia a faccia con un’altra persona in un giorno intero. Non è soltanto un declino della socialità: è una crescente disuguaglianza di connessione.
L’ultimo tassello, economie progettate .per servire il progresso umano, non il contrario, è forse il più radicale. Qui Metzl sfiora il terreno della critica al capitalismo sfrenato ed estrattivo e di quanti chiedono di riportare innovazione e crescita dentro una finalità per il bene di tutti. Meriterebbe quasi un comandamento tutto suo.
Un limite, o almeno una domanda, resta nel gesto fondativo del libro. Una macchina che non possiede esperienza morale può davvero ricavare una morale universale riconoscendo le ricorrenze presenti nei testi prodotti dall’umanità? È una domanda più interessante del semplice dubbio sulla co-autorialità.
Metzl resta infatti l’architetto del percorso, ma utilizza l’intelligenza artificiale come interlocutore e strumento di sintesi. Il cortocircuito rimane affascinante: chiediamo a una macchina senza biografia di aiutarci a capire quale biografia morale dovremmo darci. Forse è proprio questo il punto. Se davanti a una tecnologia dal potere quasi divino le nostre emozioni restano paleolitiche e le nostre istituzioni spesso medievali, allora il bisogno di sapere chi siamo, di costruire un’origine e un senso della nostra vita terrena resta lo stesso di sempre. E qui il titolo acquista tutto il suo significato.
Il futuro non dipenderà dal costruire macchine sempre più simili agli uomini, né dal costringere gli uomini a competere con le macchine sul loro terreno. Dipenderà dalla nostra capacità di restare magnificamente umani: coltivare ciò che una macchina può imitare, forse, ma non vivere al nostro posto: responsabilità, relazione, compassione, giudizio, meraviglia.
Se il Rinascimento italiano ha insegnato qualcosa, è che la tecnica da sola non basta a tenere insieme una civiltà: serve una visione dell’uomo che le dia senso. Magnificamente Umani, alla fine, non è un libro sull’intelligenza artificiale. È un libro su cosa resta di umano quando tutto il resto può essere delegato a una macchina.
Ed è forse questo il comandamento implicito del volume, quello che nessuna tavola, antica o nuova, potrà mai scrivere al posto nostro. >>.
AGGIUNGERE le tre regole di Asimov e quanto sintetizato da Ia Google
