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La tempesta dei dazi

Franco Chittolina in “La tempesta dei dazi sulla EU”, sul sito di Apiceuropa scrive «..Basta uno sguardo alla carta geografica per prendere coraggio: il mondo non coincide con gli Stati Uniti, la sua forza economica risiede in un Prodotto interno lordo di poco superiore a quello UE, 25 a 22, le sue infrazioni alle regole e ai patti internazionali sono lungi da rendere Trump affidabile, la fragilità delle finanze pubbliche USA, in particolare con la nuova legge di bilancio, potrebbero farne presto il “malato del mondo”..» . Federico Fubini in “Cambiare schema” afferma «..Significa che i dubbi sul crescente debito americano, sul dollaro e sulla gestione di Trump stanno facendo uscire molto denaro dagli Stati Uniti e che esso sta entrando nell’unica area al mondo dove valgono ancora la trasparenza, lo stato di diritto, la separazione dei poteri e un sistema di governo prevedibile: l’unione europea. Siamo meno deboli di come pensiamo, dunque forse non siamo condannati a restare inerti.…». Si può regagire e serve unità, innanzitutto in Europa. Alleghiamo i testi completi.

Di seguito il testo di Franco Chittolina che potete trovare anche con queto link https://www.apiceuropa.com/la-tempesta-dei-dazi-sullunione-europea/ << Sarà il caso di prendere nota di questo giorno, 12 luglio 2025, per la storia e il futuro dell’Unione Europea e non solo. La decisione di Donald Trump di imporre dazi del 30% sul commercio europeo verso gli Stati Uniti non può non segnare una svolta nelle relazioni transatlantiche già ampiamente manomesse da Washington in questa prima metà dell’anno, con riferimento ai fronti di guerra nel conflitto della Russia contro l’Ucraina e in quello israelo-palestinese. 

Carico di containers

I segnali di un peggioramento dei rapporti USA-UE non sono certo mancati, forse occultati dalla logica contraddittoria di un Trump ad alto tasso di imprevedibilità, e sono probabilmente stati sottovalutati. A Bruxelles, dalle permanenti incertezze e divisioni tra i Ventisette; a Roma da una illusoria capacità di proporsi come pontiere tra le due sponde dell’oceano.

Adesso tutto dovrebbe almeno essere chiaro. Basta mettere in fila alcuni di questi segnali: le pretese di espansione territoriale di Trump sul continente europeo con le minacce alla Groenlandia, la sorprendente legittimazione della Russia nella sua aggressione all’Ucraina, un Paese massacrato dal quale ricavare risorse in materie prime critiche come rimborso per il sostegno dato all’Ucraina dal suo predecessore, l’imposizione agli alleati NATO di un aumento della spesa militare del 5% entro il 2035, la disponibilità a fornire armamenti militari all’Ucraina a patto che a pagarli siano gli alleati e, adesso, la stangata sui dazi dopo tutte le umilianti concessioni europee di questi ultimi giorni che non sono servite a niente.

Ormai per l’Unione Europea non è più il momento di salvare la faccia, ma quello esistenziale di salvare la pelle. Non tanto e solo la pelle dell’economia, minacciata da una pesante recessione, ma quello molto più importante – ed esistenziale – della sua dignità di attore internazionale e della sua credibilità politica agli occhi del resto del mondo.

Per cominciare ci aspettiamo adesso almeno un rimbalzo di orgoglio; da parte della incompiuta ma non inerme sovranità europea e delle fragili sovranità nazionali. Lo ha appena fatto il Brasile, punito con dazi del 50% per il suo rifiuto di piegarsi all’arroganza dell’imperatore nord-americano, lo aveva fatto con ben altra forza economica e commerciale la Cina, potrebbe rifarsi sentire il Canada e riprendere coraggio Giappone e Paesi limitrofi.

Basta uno sguardo alla carta geografica per prendere coraggio: il mondo non coincide con gli Stati Uniti, la sua forza economica risiede in un Prodotto interno lordo di poco superiore a quello UE, 25 a 22, le sue infrazioni alle regole e ai patti internazionali sono lungi da rendere Trump affidabile, la fragilità delle finanze pubbliche USA, in particolare con la nuova legge di bilancio, potrebbero farne presto il “malato del mondo” e, in tempi non lunghi, provocare un risveglio negli incauti elettori americani già alle elezioni parlamentari dell’anno prossimo, sempre che l’indebolimento della democrazia nazionale non si traduca in un’autocrazia dell’uomo – e che uomo! – solo al comando.

Rialza la testa, vecchia Europa! Fossero ancora qui i tuoi Padri fondatori non esiterebbero a farsi sentire e se la “madre” defilata che oggi presiede la Commissione europea e la “sorella d’Italia”, che a Roma vantava relazioni speciali con l’aggressore americano, non saranno all’altezza della sfida, altri vengano in soccorso. Non c’è più tempo da perdere.>>.

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Federico Fubini  in “Cambiare schema” – 13 lug 2025 Corriere della Sera – sostiene che quel che preme davvero a Trump. La tassazione delle multinazionali, le regole europee sul digitale, la difesa della salute degli europei da certi prodotti dell’industria alimentare Usa. Così inizia << La qualità logica delle politiche commerciali di Donald Trump si riassume in ciò che egli sta facendo con Mosca e Kiev. Quando in aprile il presidente americano annunciò i suoi dazi «reciproci» contro 90 Paesi, la Russia risultò del tutto esente – lo è ancora – con l’argomento che comunque l’import degli Stati Uniti dal Paese di Vladimir Putin è poca cosa. Contro l’Ucraina, il Paese aggredito nella guerra, Trump stabilì invece un dazio «reciproco» del 25% su tutti i prodotti. Quella barriera doganale resta tuttora in vigore. Poco importa che l’export ucraino verso gli Stati Uniti sia tre volte più piccolo di quello russo e comunque non si capisca il senso di dazi «reciproci», perché sui prodotti americani Kiev pratica dazi a zero.

Se questo è il raziocinio con cui la Casa Bianca conduce le sue trattative commerciali, forse l’unione europea farebbe prima ad alzare bandiera bianca ed arrendersi. Senza discutere. Questi non sono negoziati classici ai quali generazioni di funzionari e commissari europei sono stati addestrati fino all’ultimo comma, fino all’ultimo codice-prodotto. Questo è uno scontro di potere. Come tale va condotto con gli strumenti del potere e con quelli della psicologia umana, non solo come una normale trattativa sugli scambi.

La qualità logica delle politiche commerciali di Donald Trump si riassume in ciò che egli sta facendo con Mosca e Kiev. Quando in aprile il presidente americano annunciò i suoi dazi «reciproci» contro 90 Paesi, la Russia risultò del tutto esente – lo è ancora – con l’argomento che comunque l’import degli Stati Uniti dal Paese di Vladimir Putin è poca cosa. Contro l’Ucraina, il Paese aggredito nella guerra, Trump stabilì invece un dazio «reciproco» del 25% su tutti i prodotti. Quella barriera doganale resta tuttora in vigore. Poco importa che l’export ucraino verso gli Stati Uniti sia tre volte più piccolo di quello russo e comunque non si capisca il senso di dazi «reciproci», perché sui prodotti americani Kiev pratica dazi a zero.

Se questo è il raziocinio con cui la Casa Bianca conduce le sue trattative commerciali, forse l’unione europea farebbe prima ad alzare bandiera bianca ed arrendersi. Senza discutere. Questi non sono negoziati classici ai quali generazioni di funzionari e commissari europei sono stati addestrati fino all’ultimo comma, fino all’ultimo codice-prodotto. Questo è uno scontro di potere. Come tale va condotto con gli strumenti del potere e con quelli della psicologia umana, non solo come una normale trattativa sugli scambi.(…) >> per proseguire aprire l’allegato

Cambiare schema_Fubini_CorseraDownload
14/07/2025/0 Commenti/da redazione
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