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Fame, disperazione, bombe

Pubblichiamo l’articolo Fame, disperazione, bombe: «A Gaza non c’è pace», di Chiara Vitali, su L’Avvenire. E’ una lunga intervista, una testimonianza di Giorrgio Monti, coordinatore medico di Emergency.Alleghiamo altri due articoli su Gaza. Descrivono la tremenda realtà – quella che i grandi attori che attivano le guerre tengono lontana dalla loro mente e dai loro cuori al momento delle decisioni. Sono racconti e testimonianze che tormentano l’animo e sollecitano la mente: ci portano a chiedere alla Cisl di rilanciare “La maratona per Gaza”, proseguendo – oltre alla raccolta fondi – su percorsi ancora più impegnativi, come ad esempio passando sotto le finestre di Palazzo Chigi urlando messaggi al governo chiedendo l’invio di navi della nostra marina, cariche di materiali di soccorso di prima necessità, in quelle terre distrutte, ora allagate e al freddo, con la minaccia di epidemie (vedi allegato) . Non dimentichiamo mai l’Ucraina, dove nella regione del Dnipro i medici operano nel buio (vedi allegato)

Fame, disperazione, bombe: «A Gaza non c’è pace»

di Chiara Vitali   Avvenire 18-12-25

La testimonianza esclusiva di Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency: «Al mercato sono tornate uova e carne, ma la gente non ha i soldi per comprare niente. Pochi invece i camion umanitari». Un altro neonato morto assiderato.

L’ultimo neonato ucciso dal freddo a Gaza aveva solo due settimane. Si chiamava Mohammed Khalil Abu al-Khair. «È morto all’inizio di questa settimana, ed è il terzo nell’arco di poco tempo. Gli altri erano una bimbo di pochi giorni e una bambina di otto mesi» conferma Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency a Gaza. Lo raggiungiamo in videochiamata a Deir Al Balah, nel centro della Striscia, dove vive da più di un anno. Le ultime notizie sulla morte dei neonati sono «una tragedia immensa» dice Monti, e aggiunge che «a Gaza non c’è pace e ogni giorno è peggiore del precedente».

Macerie, distruzione, tende e fango: si presenta così il quartiere di Zeitun a Gaza City / ANSA

Dottor Monti, a Gaza è arrivato l’inverno. Qui vediamo le immagini di tende distrutte e allagate. Che cosa sta accadendo?

Sì, le immagini sono assolutamente realistiche. La pioggia è torrenziale e si susseguono forti folate di vento, anche perché la Striscia si trova sul mare. Le persone vivono in accampamenti fatti principalmente di pali in legno, pezzi di stoffa e tela cerata: il vento li porta via in un attimo. Tra le tende scorrono veri e propri torrenti e l’acqua diventa veicolo di malattie come epatite, gastroenterite e addirittura leptospirosi, una patologia che si prende per contaminazione con le feci degli animali. In più, la pioggia fa crollare i resti delle case bombardate: già 14 persone sono morte così.

Gli aiuti umanitari stanno entrando?

Guardi, si fatica a credere ciò che sta accadendo. Camminando nei mercati ho trovato alimenti che non vedevo da tempo, come le uova o in alcuni casi addirittura la carne. Ma questi beni entrano nella Striscia su camion commerciali, sono destinati esclusivamente ai mercati e vengono venduti a prezzi molto alti e non affrontabili per la metà della popolazione, che sopravvive solo grazie ad aiuti sul territorio, come dei forni che distribuiscono pane o pasti ricevuti da organizzazioni come la World Central Kitchen. La linea degli aiuti umanitari invece è bloccata. Tra ottobre e novembre Israele ha negato più di 130 richieste di accesso degli aiuti fatte delle Nazioni Unite, e a novembre i blocchi sono stati più numerosi rispetto al mese precedente. Gli effetti della mancanza di cibo li vediamo chiaramente anche nelle cliniche: a Gaza è raddoppiato il numero dei bambini nati prematuri e sottopeso, perché le madri devono portare avanti le gravidanze in condizioni di malnutrizione. Anche i farmaci non stanno arrivando: noi non abbiamo più antibiotici, antidolorifici, garze, e nemmeno coperte per il freddo. Il 60% delle donne non ha gli assorbenti per il ciclo mestruale.

La situazione è migliorata dopo che è entrato in vigore il cessate il fuoco?

Purtroppo non si può parlare di un vero cessate il fuoco: anche se il numero di attacchi israeliani si è ridotto, i bombardamenti hanno ucciso quasi 400 persone e ne hanno ferite altre mille (dati del ministero della Salute di Gaza, ndr). La settimana scorsa due bombe israeliane sono cadute a 300 metri dalla nostra casa, in una zona teoricamente sicura. Sì, spari ed esplosioni sono meno frequenti, ma la popolazione vive in una totale mancanza di certezze o di prospettive di ricostruzione. Per questo non possiamo dire che la situazione sia migliorata: ogni giorno è uno in più senza cure, senza acqua, senza la possibilità di vivere con un minimo di dignità. Un anno fa sentivo i palestinesi dire con orgoglio: «Non lascerò mai la mia terra». Ieri, invece, un uomo mi ha detto: «Se aprono i confini domani, io esco ieri».

Chi curerà i traumi psicologici dei gazawi?

Un milione di persone avrebbe bisogno di supporto e di farmaci per alleviare l’ansia, ma non ce ne sono. Gli psicologi locali organizzano attività di gruppo ma loro stessi portano un carico molto pesante: recentemente ho visto due di loro avere un attacco di panico. E poi ci sono i bambini. Tempo fa li definivo “maestri zen” perché riescono a giocare ovunque. Fanno scivoli tra le macerie, costruiscono altalene, calciano palloni sgonfi. Ma quando sentono il rumore di un’esplosione scappano via terrorizzati, segno che c’è uno stress latente che lavora sempre in loro. Probabilmente nessuno curerà le loro ferite. Qualcuno imparerà a conviverci, qualcuno troverà un suo modo di gestire il dolore. Ma qui un’intera generazione è perduta, e temo ci siano nei cuori tanti semi di odio e vendetta.

Qual è l’urgenza, adesso?

Tutto è emergenza, qui. Ma la paura più grande è che si stia spegnendo la luce su Gaza. Si parla sempre meno di quello che accade qui e l’indifferenza può diventare un’arma davvero letale. I gazawi lo sanno e lo temono.

C’è qualche storia personale che ci vuole raccontare?

 Ce ne sono molte, e tutte restano attaccate addosso. Penso a una mia collega, un’infermiera giovane, brava e sempre sorridente, che arriva al lavoro in lacrime perché ha perso il nonno: lui aveva un tumore e qui non ci sono i farmaci oncologici. Ho nel cuore una bambina che per me era diventata una mascotte. Lei soffre di una malattia molto rara che sostanzialmente le impedisce di sentire il dolore: si era rotta una gamba ma non se ne era accorta, quindi è arrivata da noi con una situazione complessa e noi l’abbiamo seguita moltissimo. Per un po’ non l’abbiamo vista, poi ho saputo tramite il papà che, dopo l’ennesima slogatura, in un altro ospedale le hanno amputato la gamba. È una cosa drammatica, non so se guarirà mai. O ancora, l’altro giorno vedo un mio collega, infermiere, con il cellulare in mano, seduto per terra. Mi avvicino, lui mi guarda e mi dice: “Giorgio, non è giusto”. Aveva appena saputo della morte di un amico e non aveva nemmeno il tempo di piangerlo. Dopo il lavoro, doveva prendersi cura della sua famiglia. Cercare il cibo, fissare la tenda, andare avanti. Qui non c’è nemmeno più spazio per la disperazione.

Lei domani tornerà in Italia, trascorrerà a casa le festività e poi rientrerà a Gaza. Possiamo immaginare che sia distopico il passaggio tra dentro e fuori la Striscia.

Sì, lo è, e poi siamo sotto Natale e devo dire che questo tempo mi interroga molto. Io sono in Palestina, Betlemme è dietro l’angolo, ed è la terra dove la storia cristiana è iniziata, così penso che quei neonati morti di freddo avrebbero potuto essere il bambino del presepe. E vorrei aggiungere un’altra cosa. Io sono cattolico, ci credo profondamente, per cui credo davvero che in qualche modo il bene ci sovrasti. Ma qui continuo a vedere cose profondamente illogiche. È tutto così fuori scala. Come si fa a parlare di Natale, qui?

Dottor Monti, che cosa vede fuori dalla finestra?

Vedo una casa distrutta da un bombardamento. Poi vedo una camera da letto devastata da un attacco avvenuto a fine agosto. Noi eravamo qui, a due passi, e quelli che erano in quella stanza sono tutti morti. Nella terza finestra vedo alcune tende che abbiamo ospitato nel nostro giardino. Infine, c’è l’ultima finestra da cui sento spessissimo una musichetta melensa. Mi affaccio e vedo sempre lo stesso uomo che avanza nella devastazione totale. Vende zucchero filato.https://www.avvenire.it/mondo/fame-disperazione-bombe-a-gaza-non-ce-pace_102264

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19/12/2025/0 Commenti/da redazione
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