La sostenibilità climatica
Il Foglio del 17 Agosto pubblica il “Manifesto di sostenibilità climatica. Il gran caldo si può governare” di Giulio Boccaletti, che ha conseguito il dottorato in Scienze atmosferiche e oceaniche presso l’università di Princeton. Un documento di oltre 3600 parole, che potete leggere in allegato. Sono sei cartelle che ripercorrono le grandi fasi dell’era industriale, si soffermano sul presente prospettando il futuro. Un tempo nel sindacato era possibile trovare elaborazioni di questo tipo, per comprendere eventi che influenzano profondamente l’economia e il sociale. Adesso non più. Poco studio, poco confronto con studiosi e ricercatori. Sempre polarizzati sull’Agenda del Governo. Perché accade questo? Perchè il sindacato, e in modo rilevante la Cisl, derubrica questi temi decisivi per la condizione di vita e di lavoro?
Il filosofo Mauro Ceruti, direttore del Centro di Ricerca sui Sistemi Complessi presso l’Università Iulm di Milano, ha rilasciato un’intervista, La Repubblica 17 agosto, nella quale afferma «Siamo sull’orlo dell’abisso. L’umanità è diventata una specie potenzialmente suicida. Prima con l’atomica. Ora si è aggiunta la crisi climatica che, mi viene da dire, è il solo grande problema, perché al suo interno racchiude tutte le altre questioni globali, dalle migrazioni ai conflitti». (…) Conclude così alle due domande finali di Luca Fraigli.
Che tipo di politica servirebbe? «Di fronte ai due pericoli esistenziali, l’atomica e il clima, occorre un’assunzione di responsabilità nel costruire di politiche di solidarietà globale. Paradossalmente, assistiamo alla rinascita di sovranismi, identitarismi, nazionalismi: padroni a casa nostra. Ma tutte le crisi di questa epoca non hanno confini: riscaldamento globale, armamenti, energia. Come si può pensare di affrontarli invocando la sovranità nazionale?». «In effetti, le conseguenze del riscaldamento globale di quest’estate sono paragonabili a quelle di una pandemia: in una sola settimana, nell’ondata di calore di giugno, in Europa sono morte 10mila persone in più. E però da parte dei governi, e in particolare dei governi come il nostro, delle destre radicali, non solo non si menziona il problema climatico ma addirittura si afferma che le politiche ambientali sono sconsiderate, costose, lontane dai bisogni delle persone, nascondendo i molto maggiori costi prodotti dal riscaldamento globale».
E le opposizioni? «Se le destre negano, le sinistre globali senz’altro non brillano. Sono silenti, probabilmente perché non hanno una visione di lungo periodo ma solo elettoralistica. Ritengono che la battaglia per il clima sia impopolare, danno per scontato che gli argomenti negazionisti colgano di più la pancia degli elettori. Ma con questa strategia, finisce sempre per vincere l’originale». (in allegato il testo completo dell’intervista)
In allegato il testo integrale che ben serve a comprendere quanto sta avvenendo, di seguito alcuni stralci.

<< Affrontare il caldo, alluvioni, siccità, richiede interventi fisici sul territorio e sulle nostre città. Investimenti per dotare le abitazioni di aria condizionata, le città di zone verdi che riducano gli impatti del caldo urbano, una mobilità organizzata per gestire una società che deve navigare condizioni difficili. (…)
L’Italia non è stata per ora in grado di perseguire in maniera efficace la transizione di cui ha evidentemente bisogno. Le infrastrutture idrauliche sotto stress con l’intensificarsi delle precipitazioni. Problemi strutturali: le dovranno eccedere ciò che una singola città o amministrazione locale può fare (…)
Nell’Italia del secolo scorso la domanda di elettricità portò a una trasformazione territoriale, che poi facilitò anche la gestione idraulica, l’estensione delle bonifiche agricole dell’ottocento, fino a quando Mattei non portò il gas in Italia. Il territorio fu trasformato assieme alla sua trasformazione energetica (…)
Se non c’è abbastanza acqua sia per il riso del vercellese che per le pesche della Romagna, che per i data center, chi decide chi fa senza? E se il caldo richiede interventi sulla rete e di sacrificare terreni alla produzione elettrica, chi gestisce quei costi? Il problema è la capacità esecutiva e amministrativa delle nostre istituzioni pubbliche (…)
Gli effetti li abbiamo visti con il Pnrr, che ha introdotto nel paese enormi risorse e potenti vincoli esterni alla politica nazionale. Dove il paese aveva capacità centralizzata di sviluppare e implementare progetti, come nel caso delle ferrovie o della digitalizzazione, siamo riusciti a fare passi avanti significativi sulla spesa prevista. Sui capitoli territoriali della sicurezza idrogeologica o urbana, i fondi originalmente stanziati – già minimi rispetto al problema – sono stati tagliati. La ragione? La supposta incapacità di autorità locali di strutturare ed eseguire progetti nei tempi necessari. (…)
Il ritorno per gli investimenti sul territorio dovrà venire dalla crescita economica. Il cuore della competitività dell’economia è il sistema energetico nazionale: è da lì quindi che bisogna partire (…) >>

Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!