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L’invasione silenziosa

«Dobbiamo aver paura della Cina?». Così titola il n.6 della rivista Eco, diretta da Tito Boeri, che in quarta di copertina scrive «Mentre gli Stati Uniti alzano i dazi e le guerre tornano a ridisegnare gli equilibri globali, la Cina avanza nei mercati mondiali con auto elettriche, batterie e tecnologie verdi. Il suo successo nasce da una lezione spesso trascurata in Occidente: la politica industriale non consiste nello sce­gliere in anticipo i vincitori, ma nel creare le condizioni perché l’innova­zione emerga e le soluzioni migliori possano essere sostenute. La vera sfida per l’Europa non è quindi solo commerciale, ma istituzionale: ser­vono maggiore continuità delle politiche pubbliche e una capacità più rapida di adattare regole e strategie ai cambiamenti tecnologici.» Riproduciamo l’editoriale e alleghiamo l’indice.

L’invasione silenziosa di Tito Boeri

Mentre Trump spara dazi e Netanyahu e Putin sparano missili, Pechino inonda l’Europa di auto elettriche, batterie e macchinari. Perché tra prove ed errori anche gravi ha capito una lezione fondamentale: non si tratta di scegliere a priori un settore vincente su cui investire, ma di costruire le condizioni perché l’innovazione possa svilupparsi e poi sostenere le soluzioni più promettenti. La vera sfida che l’Occidente deve affrontare allora non è commerciale: è istituzionale. Per non perdere ulteriore terreno, l’Unione europea deve riuscire a garantirsi maggiore continuità amministrativa e capacità di adattamento delle sue regole.

Viviamo in un’epoca di invasioni. Donald Trump scatena nuove guerre, colpisce con i dazi i mercati degli alleati storici, minaccia di assorbire il Canada come cinquantunesimo stato e sogna di annettere la Groenlandia. Vladimir Putin invade su vasta scala l’Ucraina e lancia droni contro paesi dell’Unione europea per testare le loro reazioni, con l’ambizione di ridisegnare le frontiere europee. Benjamin Netanyahu rade al suolo Gaza, scatena i coloni in Cisgiordania e invade il sud del Libano facendo stermini di civili e calpestando decenni di diritto internazionale umanitario. Sono invasioni rumorose, che occupano pressoché ogni spazio del dibattito pubblico occidentale. Tra il 60 e il 70% della copertura estera dei media occidentali è stata dedicata negli ultimi due anni a questi conflitti.

La Cina si avvicina

Nel frattempo, quasi in silenzio, la Cina conduce la propria invasione. Non con carri armati né con tariffe punitive, ma con container, auto elettriche che costano la metà di quelle europee, pannelli solari, batterie agli ioni di litio, macchinari a controllo numerico, apparecchiature elettroniche. Un’ondata silenziosa, tecnica, chirurgica nella sua precisione. E – questo è il punto che rende la sfida qualitativamente diversa da quella del primo “shock cinese” degli anni Duemila – non si tratta più di beni di consumo assemblati a basso costo. Si tratta di prodotti ad alta intensità tecnologica, di beni intermedi, di macchinari: la Cina non è più soltanto la “fabbrica del mondo”. Sta diventando la “fabbrica delle fabbriche”.

Il primo “shock cinese” – quello che seguì all’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 – aveva estromesso l’industria manifatturiera occidentale dai settori ad alta intensità di lavoro: tessile, abbigliamento, calzature, elettronica di consumo di fascia bassa. Era stato doloroso, ma il sistema si era riadattato. Le democrazie avanzate avevano risposto risalendo lungo la catena del valore, specializzandosi in produzioni più sofisticate, puntando sull’innovazione. Era una risposta possibile perché il vantaggio cinese si trovava in settori diversi da quelli del vantaggio comparato dell’Occidente. E l’Europa e gli Stati Uniti avevano livelli di produttività superiori a quelli della Cina, tali da compensare in gran parte i prezzi più bassi del made in China.

Lo “shock cinese 2.0” è tutt’altra cosa. Colpisce al cuore la manifattura avanzata europea: chimica, macchinari, elettronica, automotive. Secondo le elaborazioni della Banca d’Italia, di cui diamo conto in questo numero di eco, nei settori più esposti alla concorrenza cinese la produzione industriale europea ha registrato un progressivo indebolimento e la pressione competitiva sembra incidere negativamente anche sugli investimenti in ricerca e sviluppo. Germania e Italia – i due grandi paesi manifatturieri dell’Eurozona – appaiono particolarmente vulnerabili, perché la loro specializzazione produttiva si sovrappone in una parte importante a quella cinese. Le proiezioni suggeriscono che, se le tendenze attuali dovessero proseguire, entro il 2030 Pechino potrebbe conquistare quote di mercato globali equivalenti a circa il 12% delle attuali esportazioni manifatturiere dei paesi del G7, per un valore di 650 miliardi di dollari. (…) Prosegue con questi capitoli:

  • Il mito della politica industriale cinese
  • Dittature e mercati efficienti
  • Quel che serve è continuità amministrativa

E conclude con: Europa e regolamentazione – << Non è neanche vero che per reggere la competizione cinese bisogna deregolamentare. La Cina non è un paese senza regole. È un paese con regole diverse, spesso più semplici e capaci di adattarsi ai cambiamenti. Pensiamo al caso delle regole sulla privacy, sull’accesso ai dati, altro campo su cui Pechino sta soppiantando l’Occidente.  Il regolamento europeo (General Data Protection Regulator, Gdpr), entrato in vigore nel 2018, è stato a suo modo pionieristico. Tuttavia, anche perché applicato in modo incoerente, ha aumentato fortemente i costi di accesso e di utilizzo dei dati per le imprese europee, scoraggiando l’innovazione e gli investimenti, senza benefici apparenti per gli individui. Nel frattempo, la Cina ha preso il posto dell’Europa come leader nella regolamentazione sovranazionale della privacy, imponendo modelli in grado di tenere in maggior considerazione il crescente valore economico dei dati. Anche in questo caso le autorità cinesi sembrano avere imparato dagli errori degli altri e reagito per tempo. Sono state capaci di osservare e adattarsi più che di inventare. L’alternativa non è fra regole e non regole, ma fra regole obsolete e regole in grado di recepire i cambiamenti.

Le democrazie europee non devono perciò imitare la Cina, né nella governance autoritaria dei dati né nei meccanismi di sussidio industriale. L’Europa nel suo complesso e i suoi governi nazionali hanno bisogno di strumenti che consentano continuità strategica al di là dei cicli elettorali, senza rinunciare alla democrazia e all’alternanza. Non è una contraddizione in termini: esistono precedenti. Le banche centrali indipendenti gestiscono la politica monetaria su orizzonti decennali, al riparo dall’instabilità politica contingente. Le agenzie tecniche europee – dall’Ema (Agenzia europea delle medicine) all’Enisa (Agenzia europea per la cybersecurity) – operano con mandati pluriennali ed expertise accumulata nel tempo. Il principio di sottrarre alcune scelte strategiche alla logica del ciclo elettorale breve è già incorporato nell’architettura istituzionale europea: occorre estenderlo alla politica industriale e alla governance tecnologica. Abbiamo bisogno di istituzioni e amministrazioni capaci di favorire la scoperta e l’innovazione: un sistema che, come l’esperienza cinese nell’e-commerce insegna, sappia riconoscere e amplificare le opportunità mentre emergono, non di selezionarle a priori. Fondi europei per la ricerca di base con orizzonti pluridecennali e criteri di valutazione tecnici sottratti alla negoziazione politica. Politiche di formazione del capitale umano che guardino al 2040, non alle prossime elezioni. Infrastrutture digitali comuni pianificate su scala continentale. La vera lezione che l’Europa deve trarre dall’esperienza cinese non riguarda perciò i sussidi, né la pianificazione centralizzata. Riguarda il tempo. La Cina ha imparato – non senza errori e distorsioni enormi – a pensare in decenni. L’Europa continua a pensare in legislature. Finché questo divario persiste, il container che arriva nel porto di Amburgo carico di auto elettriche di Shenzhen racconta una storia che ha radici istituzionali prima ancora che industriali.>>. https://www.rivistaeco.com/2026/06/19/linvasione-silenziosa/

In allegato il testo completo dell’editoriale e l’indice della rivista Eco 6, in edicola e libreria a Giugno .

L’invasione soilenziosa_Boeri_Eco n 6Download
Indice Eco 6Download
04/07/2026/0 Commenti/da redazione
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