Accordo unitario…in pejus
La trattativa interconfederale Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulla rappresentanza sindacale e sul contrasto al dumping contrattuale prosegue da mesi, con scarsa informazione – agli iscritti e ai lavoratori – sul merito dei problemi ancora insoluti (vedi articolo https://sindacalmente.org/content/fine-dei-contratti-pirata/ ). Il 17 luglio Cgil Cisl Uil hanno sottoscritto un documento unitario di sei cartelle – v.allegato – inoltrato alla Confindustria per definire un nuovo protocollo unitario interconfederale, aggiornando quelli del 2011,2014 e 2018.

Valentina Conte su la Repubblica del 18 giugno commenta così il documento unitario dei tre segretari confederali, Landini, Fumarola, Bombardieri. << Non era scontato. Avere una piattaforma unitaria, firmata da tutti e tre i sindacati confederali di nuovo compatti. Sei pagine che Cgil, Cisl e Uil firmano alle due di notte. Per consegnarle poi ieri alle organizzazioni delle imprese: “Proposte per un accordo quadro”. Un messaggio di unità. (…) Il cuore della proposta targata Cgil, Cisl e Uil è misurare e certificare la rappresentanza, con il doppio binario di iscritti e voti. Le imprese dovranno comunicare nel modello Uniemens inviato all’Inps gli iscritti ai sindacati. Stesso principio sul fronte datoriale, a cui si chiede criteri «omogenei, certi e misurabili». Ogni contratto dovrà essere depositato con campo di applicazione e codice Ateco. Poi c’è il salario. Le retribuzioni dovranno essere adeguate al «reale recupero e incremento del potere di acquisto». Il riferimento è l’Ipca-Nei, l’indice Istat dell’inflazione al netto dei beni energetici importati. La verifica annuale a giugno e l’adeguamento continueranno, per tutti, anche a contratto scaduto, in “ultrattività”. (…) >>. Per proseguire aprire l’allegato.
Daniela Fumarola in “Una piattaforma unica per le relazioni industriali in Italia”– su Il Sole del 20 giugno – espone i punti qualificanti del documento unitario, di cui consigliamo un’attenta lettura -sottolineando che “Al cuore dell’intesa vi è una convinzione chiara: le retribuzioni si determinano attraverso la contrattazione collettiva. Non solo quella nazionale, ma anche quella decentrata, che deve crescere per numeri e qualità. Il sindacato è e resta l’autorità salariale del Paese. In un sistema nel quale la quasi totalità dei lavoratori dipendenti è coperta dai contratti collettivi, la risposta non è affidare ad altri la definizione dei salari, ma rafforzare l’efficacia della contrattazione. Da questa impostazione discendono le proposte contenute nella piattaforma (…).” Per proseguire aprire l’allegato.
Un primo nostro commento – Un documento unitario Cgil, Cisl, Uil sulle materie in oggetto, di per sé, dovrebbe essere un atto positivo, una pausa al procedere sparso delle Confederazioni, ognuna per conto proprio, spesso tacitamente contrapposte per rimarcare identità, care ai gruppi dirigenti sindacali, che spesso allontanano i lavoratori.
Temiamo però – per quanto scritto o per quanto non citato nel documento – che per i salari si stia delineando un accordo con prospettiva in pejus rispetto al contesto in cui furono sottoscritti gli accordi unitari interconfederali del 2011, 2014 e 2018, che trovate in allegato. Come pure in pejus potrebbe essere definita la modalità di voto per certificare la validità di un accordo.
Ci spieghiamo meglio. I tre accordi unitari interconfederali citati, per quanto riguarda il potere d’acquisto dei salari fanno riferimento ad un nuovo indice IPCA (Indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo per l’Italia), introdotto con l’Accordo unitario Interconfederale del 28 giugno 2011. Il nuovo indicatore statistico è depurato però dai costi dei beni energetici importati (come ad es. gas e petrolio). Tale indice venne introdotto nel nell’accordo interconfederale del 2009 (senza la firma della Cgil).
Questo indice, calcolato da un ente terzo rispetto alle parti, è diventato il parametro per adeguare gli stipendi al costo della vita. Era un metodo da sperimentare nell’arco di anni dove l’inflazione è stata contenuta e poche volte ha superato il livello definito di fisiologico (2%).
Dopo il Covid, con le guerre e i dazi unilateralmente imposti dalle grandi potenze che generano inflazione continua, il tasso importato è diventato un fattore primario nell’erosione continua del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni. Inoltre, i governi nell’arco degli ultimi 15 anni hanno depotenziato, fino ad annullare, le norme legislative che consentivano il recupero indicizzato del fiscal drag.
Qual’è la differenza per il salario reale tra fare riferimento all’indice Ipca-Nei rispetto a quello riferito al carrello della spesa, dei consumi alimentari e per la cura della persona non comprimibili? Per curiosità abbiamo posto questa domanda alla IA di Google, La risposta la trovi in allegato.
Queste due considerazioni ci consentono di dire che sia un azzardo l’affidarsi alla sola contrattazione (nazionale e decentrata), come pare affermi Daniela Fumarola nell’articolo su Il Sole del 20 giugno. L’esperienza dell’ultimo quinquennio certifica tutt’altra realtà
Per quanto riguarda la validità di un contratto, oltre alla certificazione della rappresentanza – un mix tra voti delle Rsu e numero di iscritti – non abbiamo letto nel documento unitario del 17 luglio, la necessità del voto dei lavoratori per approvare o meno un contratto sottoscritto dai sindacati. E infine non abbiamo trovato nessuna indicazione per una norma legislativa che garantisca l’erga omnes per i contratti con una regolare certificazione.

Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!