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redazione
Sindacato italiano

35 ore:lavorare meno e meglio

Dal sito www.laportadivetro.it riprendiamo un interessante articolo di Dunia Astrologo – Proseguiamo il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore, dopo gli interventi di Rocco Palombella e Stefano Boschini[1]. Un dibattito che si è riaffacciato dopo anni di silenzio o di interventi portati avanti a singhiozzo dai sindacati nell’indifferenza o quasi del ceto politico. Atteggiamento che rifletteva la scelta singolare di un Paese tra i più avanzati al mondo industrialmente, e che deve le sue fortune al settore manifatturiero e di trasformazione, incapace di formulare un piano industriale almeno per i settori cosiddetti strategici. Ma, di recente, i sindacati dei metalmeccanici, all’interno della piattaforma per il rinnovo del contratto, seppur tra più distinguo, anche retaggio di antiche contrapposizioni che decretarono a metà degli anni Ottanta del Novecento la fine della Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici) e dell’unità d’azione, hanno richiesto la riduzione generalizzata, per il loro settore, dell’orario contrattuale di lavoro da 40 a 35 ore settimanali[2].

<< È un tema che in Italia non veniva più proposto da un quarantennio ed ora ritorna in auge per diverse ragioni. Il periodo del lock-down durante il COVID-19 ha fatto emergere, con il lavoro a distanza (impropriamente chiamato “smart working”) un modello di flessibilità, come sempre a due facce, ma che dal punto di vista dei lavoratori ha offerto una possibilità di conciliazione positiva tra tempo di lavoro e tempo libero, mentre dal lato dei datori di lavoro ha consentito una riduzione dei costi e un sensibile aumento di produttività, almeno in alcune aziende.

La diffusione dello smart working in Italia

Alcuni studi hanno infatti rilevato tale aumento nel 53% delle aziende che hanno adottato il lavoro a distanza nel periodo della pandemia[3]. Altri studi successivi, sia del Politecnico di Milano, sia di Confindustria, hanno messo in luce l’articolazione del fenomeno da vari punti di vista [4], mettendo in evidenza come esso sia piuttosto diffuso in Italia, anche se al di sotto della media europea [5], e coinvolga prioritariamente e con risultati positivi in maggioranza le aziende con oltre 100 addetti. Ma la rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro va ben al di là dell’ipotesi di ampliare la diffusione di quel modello di flessibilità che, tra l’altro, quasi mai ha comportato (in pandemia) e comporta attualmente una diminuzione delle ore lavorative giornaliere.

Il tema si lega maggiormente a una considerazione molto attuale circa l’impatto dell’innovazione tecnologica sui processi produttivi.

Infatti l’automazione industriale e l’uso di sistemi di controllo sofisticati (IA, digital twins, IoT ecc.) anche se riguardano al momento quasi solo le grandi imprese, si stanno diffondendo rapidamente con effetti ancora non del tutto misurabili, ma piuttosto chiari sull’organizzazione del lavoro. In primo luogo rendono indispensabile l’aggiornamento e la formazione del personale addetto a questi sistemi complessi. In secondo luogo danno origine a un sensibile aumento di produttività, intesa come valore aggiunto per unità di prodotto.

In terzo luogo, purtroppo, tendono a rendere superflua una parte della forza lavoro utilizzata prima dell’introduzione di queste “macchine”.

Lo sviluppo tecnologico nell’analisi marxiana

Non è certo una sorpresa. Quasi duecento anni fa Karl Marx nel libro II dei Grundrisse scriveva “…l’intero processo di produzione non si presenta [più] come sussunto sotto l’abilità immediata dell’operaio, ma come impiego tecnologico della scienza. Dare alla produzione carattere scientifico è quindi la tendenza del capitale e il lavoro immediato è ridotto a un semplice momento di questo processo.” E ancora “…il valore oggettivato nelle macchine si presenta …come una premessa rispetto alla quale la …singola forza-lavoro scompare come qualcosa di infinitamente piccolo”[6].

Da queste premesse nasce la considerazione, che accomuna Marx a Ricardo e costoro a Keynes: l’aumento di produttività del capitale come risultato del progresso tecnico-scientifico è destinato a ridurre sempre di più il fabbisogno di lavoro umano diretto, all’interno dei processi produttivi, provocando, come disse Keynes, una disoccupazione tecnologica di tipo nuovo. Anche se nessuno di loro poteva immaginare la dimensione e la rapidità dell’impennata tecnologica di questo secolo, tutti costoro avevano compreso quale fosse la traiettoria del modello capitalistico di sviluppo.Una traiettoria non lineare né omogenea che però va certamente (a meno di grosse rotture di continuità e di passi indietro che questi tempi di guerra ci lasciano temere) nella direzione ipotizzata dai tre saggi economisti, e non solo da loro.

Una traiettoria di cui già vediamo gli effetti: le imprese che chiamiamo Big Tech stanno sviluppando, a una velocità mai vista prima, prodotti e applicazioni innovative che rendono sempre meno necessario il ricorso al lavoro umano, anche se contemporaneamente la loro espansione si estende a settori nuovi e diversi del lavoro stesso creando nuove opportunità: posti di lavoro qualificati per i progettisti, i conduttori di sistemi IA, i technical hakers e così via, ma anche “turk workers” e addetti alle manutenzioni, alla logistica, alle pulizie… Tutti coloro che in questi ultimi mesi si stanno interessando agli sviluppi attuali e potenziali dell’IA, si chiedono quindi quanti posti di lavoro verranno spazzati via dalle sue applicazioni e quanti nuovi lavori saranno invece richiesti. Quasi tutti concordano sul fatto che il saldo sarà negativo e moltissime persone non troveranno, alle condizioni attuali, alcuna collocazione nel mercato del lavoro.

Quindi la richiesta di anticipare le mosse del capitalismo “tecnologizzato” richiedendo una redistribuzione del tempo di lavoro è una mossa politicamente e socialmente positiva e giusta, che tra l’altro accoglierebbe e darebbe spazio all’atteggiamento delle nuove generazioni verso il lavoro, meno totalizzante e più orientato a dare valore al cosiddetto “tempo della ri-produzione”, che non è “solo”, ma “anche”, una rivendicazione femminile.

Riduzione dell’orario di lavoro e occupazione

Quando all’inizio dei secoli scorsi le lotte operaie, dure e a volte sanguinose (ricordiamoci i morti di Chicago, tanto per fare un esempio[7]), chiedevano di portare l’orario di lavoro a otto ore, si gridò allo scandalo, gli imprenditori si strapparono i capelli pensando alle ricadute negative sui loro profitti, che invece continuarono a salire.

Anche oggi molti si opporranno, ritenendo che ridurre l’orario di lavoro a parità di salario costituirà un grave handicap per le aziende e non si rifletterà su un aumento dell’occupazione. Ma il processo è già in atto in molti paesi europei ed extraeuropei, come Francia, Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia, Islanda, Svezia; ma anche in Spagna, Gran Bretagna, Belgio si stanno sperimentando nuove forme di riorganizzazione del lavoro con ulteriore riduzione di orario.[8] E anche se non vi sono evidenze di un aumento dell’occupazione conseguente alle riduzioni di orario, è difficile ma non impossibile immaginare quale sarebbe la dimensione della disoccupazione se tale riduzione non vi fosse.

Per quanto riguarda la situazione del nostro Paese, è abbastanza ovvio che non si possa giungere rapidamente e uniformemente a una riduzione degli orari, poiché le differenze di dimensioni, di organizzazione dei processi produttivi, di ammodernamento tecnologico delle aziende italiane sono ancora molto accentuate; inoltre gli impedimenti di carattere nazionale, che vanno da insufficienti investimenti infrastrutturali (per la connettività, ad esempio, ma anche per la mobilità) alla scarsa efficacia nel sostegno all’innovazione nelle imprese, nella ricerca e nel trasferimento tecnologico, nella formazione professionale, sono tutti fattori che rallentano la crescita delle dimensioni di impresa, ma soprattutto la crescita della produttività del sistema economico in generale[9].

Tuttavia nei settori e nelle aziende più innovative questa ricomposizione del tempo di lavoro può essere sperimentata. In alcune già lo si sta facendo: sono noti i casi di Luxottica, Intesa San Paolo, Lamborghini, SACE. In queste realtà la scommessa è che gli effetti positivi sulla motivazione, sul rendimento individuale, sul clima organizzativo accompagnati dall’uso intelligente della tecnologia si possano tradurre direttamente in un aumento dell’efficienza aziendale. In sostanza in un vantaggio per tutti.

Se queste sperimentazioni avranno successo e se le rivendicazioni dei metalmeccanici avranno la forza necessaria per provocare un consistente cambiamento, si comincerà veramente a lavorare meno per lavorare meglio e forse, un giorno, a lavorare meno e meglio, tutti.

Note

[1]https://www.laportadivetro.com/post/dalla-lotta-il-rilancio-di-mirafiori-lo-sciopero-generale-di-otto-ore;https://www.laportadivetro.com/post/metalmeccanici-al-bivio-le-35-ore-settimanali-sono-strategiche;https://www.laportadivetro.com/post/contratto-metalmeccanici-ripartiamo-dalla-riduzione-dell-orario-di-lavoro

[2] https://www.fiom-cgil.it/net/attachments/article/10943/24_02-piattaforma-ccnl-federmeccanica-assistal.pdf

[3] https://www.osservatori.net/it/ricerche/osservatori-attivi/smart-working

[4] https://www.assolombarda.it/centro-studi/smart-working-2022

[5] nel 2022 in Italia le persone impegnate nel lavoro a distanza sono state il 5,2% degli occupati mentre la media europea è stata del 22, 4%

[6] Karl Marx “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica1857-1858”, vol II, La nuova Italia ed. Firenze 1970, pp 392-393; parentesi quadre, corsivo e tagli miei.

[7] Nota come la rivolta di Haymarket Square, Chicago,  del 3-4 maggio 1886:  dopo un grande sciopero per le otto ore, violentemente represso dalla polizia, vi fu un attentato anarchico dove rimasero uccisi sei agenti; in seguito a ciò la condanna a morte di cinque operai e la comminazione dell’ergastolo per altri tre.  https://www.storicang.it/a/rivolta-i-haymarket-e-i-diritti-dei-lavoratori_15188.

Ma è bene ricordare anche la lotta ventennale, tra fine Ottocento e inizio del Novecento, delle mondine piemontesi, lombarde ed emiliane per le 8 ore, che portarono nel 1912 ad ottenere quel risultato https://terzomillennio.uil.it/blog/mondine-di-vercelli/)

[8] https://www.ildiariodellavoro.it/riduzione-dorario-dalle-aziende-ai-contratti-a-patrimonio-generale-perche-sarebbe-una-soluzione-win-win/

 [9] https://lavoce.info/archives/103619/laffaire-produttivita/

Articolo correlato – Lavorare meno uguale lavorare meglio – Ilario Galati il 5-4-24 sul sito Sbilanciamoci, così inizia «Il rinnovato interesse per una prospettiva di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario si accompagna alla difficoltà di valutazione degli effetti a posteriori su occupazione, organizzazione del lavoro e produttività. Sotto quest’ultimo aspetto si registrano risultati significativi per il “work-life balance”». Per proseguire   https://sbilanciamoci.info/lavorare-meno-uguale-lavorare-meglio/

15/04/2024/0 Commenti/da redazione
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