«Milano, non venderti l’anima». Così titola l’intervista a Uliano Lucas, il decano dei fotografi italiani, a cura di Gianluigi Colin, sul Corriere della Sera. Lucas è l’autore dello scatto simbolo del boom economico con le sue contraddizioni: l’immigrato sardo davanti al Pirellone nel 1968. Con l’obbiettivo ha fissato le trasformazioni della città «Ho cercato di dare un volto agli invisibili, va difeso il diritto alla dignità….Oggi si pensa solo ai soldi, ma la solidarietà resta…Negli anni Sessanta c’era un’energia densa di utopie, di fantasie e d’impegno. Si litigava rimanendo amici e insieme si cresceva. Poi è saltato tutto: partiti, famiglie, certezze, amicizie. Rispetto ad allora si è monetizzato tutto: vita, pensiero, amicizia…” mentre crescono le nuove povertà anche per chi ha un lavoro.

Un immigrato sardo davanti al Pirellone, foto di Uliano Lucas, Milano, 1968

«Milano stava cambiando davanti ai nostri occhi. Era una rivoluzione rapida, irrefrenabile, con il suo bagaglio di umanità in cammino. Portava con sé silenziosi dolori, poche felicità e grandi speranze.

Volevo capire il senso di questo cambiamento. E in quegli anni, i Sessanta, il grattacielo Pirelli rappresentava il simbolo più potente di quella modernità e di una rivoluzione antropologica e culturale».

Uliano Lucas, ripensando alla sua immagine dell’emigrante sotto il Pirellone, parla con voce ferma e allo stesso tempo appassionata. D’altronde lui di quella trasformazione è stato testimone e narratore con la forma di scrittura che frequenta da sempre e che ha due ingredienti speciali: la luce e il tempo.

Così termina l’interessante intervista che risveglia ricordi e storia (…) Qualcosa, però, si «salva»: «Ci sono sacche di resistenza e anche un’idea di solidarietà: penso alla Milano di questi giorni e alle file per il pane. Penso alla disuguaglianza sempre più drammatica che sta vivendo la nostra società. Ma penso anche alla scena di un cantante, Fedez, che elargisce buste con mille euro a bordo di una Lamborghini. E allora vado a rileggere Dickens: e mi chiedo dov’è finita la dignità? L’ostentazione della ricchezza è davvero fastidiosa e in questo caso proprio fuori luogo. Cosa dobbiamo fare? Ritorniamo alla carità paternalistica, al pietismo? Torniamo all’Ottocento?». Certo, ognuno ha la sua idea di solidarietà, e «ognuno deve fare la propria parte, ovviamente». Lucas continua: «Io faccio semplicemente il fotografo e ho cercato di dare volto agli invisibili. Pensiamoci, la fotografia può essere uno strumento di potente denuncia: ricordiamo Lewis Hine che ha rivelato lo sfruttamento del lavoro minorile nell’economia americana. Questo per dire che c’è una cosa che tutti noi dobbiamo difendere. Il diritto alle conquiste sociali, i diritti di ogni singola persona, il diritto alla loro dignità. Non dimentichiamolo: Milano è una città ancora tutta da scoprire. Tutta da raccontare».

Nota – La carriera di Uliano Lucas . La potenza di un sognatore nei reportage e nei libri. Decano dei fotografi italiani, Uliano Lucas (Milano, 1942) ha realizzato reportage documentando la contestazione giovanile, le proteste di piazza, l’immigrazione, l’industrializzazione, la devastazione del territorio, le condizioni nelle carceri e negli ospedali psichiatrici. Noti anche i suoi reportage di guerra e dedicati alle lotte per la democrazia. Lucas ha esposto le sue immagini nei più importanti musei del Paese, in mostre personali ma anche in collettive come La strada, la lotta, l’amore (con opere di Letizia Battaglia e Tano D’Amico) che si è tenuta a Fermo fino allo scorso 4 ottobre. Vastissima anche la produzione libraria dal 1965 a oggi: l’ultimo libro di Uliano Lucas è Sognatori e ribelli. Fotografie e pensieri oltre il Sessantotto (Bompiani, 2018)

In allegato il testo completo dell’intervista a Uliano Lucas

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