Mario Draghi, nel colloquio con John Biden – al di là della frasi di rito di unità tra Usa e Eu – ha seguito quella che sembra essere la nuova linea dell’Europa usando parole simili a quelle pronunciate da Emmanuel Macron, presidente di turno del Consiglio Europeo, chiedendo di “utilizzare ogni canale per la pace, per un cessate il fuoco e l’avvio di negoziati credibili”. La risposta pubblica di Biden affidata alla portavoce Jen Psaki fa trasparire i divergenti interessi strategici degli Usa con una guerra in Ucraina di lunga durata ricercando una vittoria militare che va ben oltre gli interessi dell’Ucraina e dell’Europa. Le due strategie hanno come obiettivo due diverse concezioni di “vittoria”. Nel frattempo, secondo brevi note di stampa della catena Gedi – la posizione della Cina resta di attesa. Il presidente Xi Jinping è tornato a parlare di Ucraina con il presidente Macron. I due leader – secondo l’Eliseo – hanno ribadito la necessità di un cessate il fuoco «e il loro impegno a rispettare l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina».

La strategia Usa – Continuare ad inviare armi sempre più offensive (esempio: moderni missili e carri armati) per alimentare una guerra di lunga durata – sul territorio ucraino e con soli soldati ucraini – con l’obiettivo di sconfiggere o logorare gravemente l’esercito russo? Con tutto quanto ne conseguirebbe per Putin sul piano politico interno in Russia. E’ quanto dichiarato più volte, poi a volte rettificato nel volgere di poche ore, dal presidente John Biden e da suoi collaboratori. Come pure da alcuni alti esponenti della Nato e dell’Europa.

La strategia Eu – Inviare armi e mezzi per sostenere la resistenza armata al fine di conquistare nel più rapido tempo possibile un compromesso: già prospettato fin dal tempo degli accordi di Minsk (2014-2015) concedendo ampia autonomia e/o indipendenza a province russofone del Donbass, con clausole di solide garanzie internazionali sulla sicurezza e ricostruzione dell’Ucrania. In questo diverso quadro la vittoria degli ucraini consisterebbe nel fatto di impedire la realizzazione dei principali obiettivi di Putin: abbattere il legittimo governo di Zelesky e conseguentemente consentire con un “governo fantaccio” l’annessione alla Russia di quella parte dell’Ucraina del Sud (la lunga stricia da Est a Ovest) togliendo all’Ucraina ogni sbocco al mare. Il protocollo di Minsk è stato sottoscritto, il 5-9-2014, per porre fine alla guerra dell’Ucraina orientale, dal Gruppo di Contatto Trilaterale sull’Ucraina, composto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Doneck (DNR) e Repubblica Popolare di Lugansk (LNR). Un protocollo di 12 punti disatteso  dalle parti sottoscriventi, con l’Europa…dormiente ma ben sveglia per definire i contratti su gas e petrolio, a prezzi convenienti, per il nostro comune benessere.. vedi articolo con un clic qui https://sindacalmente.org/content/la-guerra-ruba-lanima-e-il-futuro/

Zelesky con un breve e efficace messaggio ricorda l’8 Maggio 1945

Alleghiamo alcuni articoli che esprimono analisi e orientamenti diversi. Anche uno con un pò di storia sul Donbass.

Giuliano Ferrara in “Evviva chi non teme di parlare di Vittoria, contro i chierichetti alla Tarquinio”, su Il Foglio, è certamente sostenitore della prima strategia, si rischia a sintetizzare il suo linguaggio, spesso brillante, costellato di argute osservazioni e richiami della storia. Consigliamo la lettura dell’allaegato.

Carlo De Benedetti, 87 anni, imprenditore e editore, in “L’Europa non deve seguire Biden per una lunga guerra”, intervista rilasciata a Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera, è chiaramente alternativo a quanto sostenuto da Ferrara; mentre Sergio Romano, 93 anni, ambasciatore, giornalista e saggista, in “La neutralità mancata di Kiev e i troppi che sfruttano il conflitto” sostenendo la priorità del negoziato si ritrova nell’area della seconda strategia, come pure Marco Tarquinio, preso di mira dagli strali di Giuliano Ferrara, per quanto scrive in “La semplice verità”. Così conclude il suo editoriale l’ex-direttore de Il Foglio contro il “chierichetti dell’equidistanza e dell’equivoco”: ” …tutto scompare di fronte al tema fino a ieri rimosso della vittoria in guerra. La guerra non è igienica come volevano i futuristi, le giornate che la preparano non hanno niente di radioso, delle sue atrocità e della sua stessa inanità cogliamo oggi, in una cultura che dopo i drammi del Novecento si è cercato di costruire nella pace e per la pace, l’aspetto disumano, spietato. Questo è evidentemente un progresso, un’apertura mentale che ha qualcosa di sfolgorante nei secoli; a condizione che i chierichetti dell’equidistanza e dell’equivoco, e cito solo tra di loro uno strano esemplare di cattolico tiepido come Marco Tarquinio, direttore di Avvenire montato sul carro degli sbrodolatori, posto che questi vitaioli della parola non dimentichino o oscurino il nocciolo etico che fa della vittoria minuscola il compenso da far pagare all’ingiustizia maiuscola.”

Mario Giro, politologo,  in “Si può ancora avviare un negoziato”, su Domani, scrive “.. Fino ad ora non sono state gettate le basi per un vero negoziato tra Mosca, l’Ucraina e l’occidente che la sostiene. Un mese prima della guerra i russi hanno presentato agli americani una proposta di trattato, respinta senza incontrarsi. Se si fosse parlato non ci sarebbe stata guerra? (…)

Andrea Lavazza in “l’arduo compito dell’Europa” , su L’Avvenire, analizza cosa signica stare con L’Ucraina ma non contro il popolo russo, si aggancia al discorso di Macron pronuciato a Strasburgo per ricordare ‘8 maggio 1945, così conclude. E purtroppo il conflitto non sembra avviato a una soluzione in tempi rapidi, mentre le sue conseguenze si vanno estendendo tragicamente in termini di vittime, di radicamento d’inimicizia e persino d’odio e di effetti economici nel Vecchio Continente e nel mondo, per la mancanza di approvvigionamenti di cereali in Africa e Asia. Resta quindi sul tavolo dell’Europa comunitaria il tentativo di far cessare una guerra di cui non è responsabile, ma che deve contribuire a portare a conclusione senza sacrificare l’Ucraina, prima vittima della crisi. È quindi indiscutibile che a questo punto si debba saper dosare la pressione sulla Russia, in modo progressivo, con tutte le leve disponibili esclusa l’escalation militare. Non è la linea di Washington e Londra, ma l’Europa continentale è il terreno dello scontro e l’Unione ha il dovere di essere protagonista di una determinata ed efficace ricerca della giusta pace. Bisogna, perciò, lavorare a fondo per allargare gli spiragli di trattativa aperti, e ampliati nelle ultime ore dal presidente Zelensky nonostante l’algida rigidità dello zar Putin. È un compito arduo, e però sarebbe terribile rassegnarsi alla violenza insensata di una guerra che nessuno vuole perdere e nessuno può vincere, ma continua a fare strage. Qui il testo https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/larduo-dovere-delleuropa

Antonio Polito, su Il Corsera, inizia l’editoriale con le parole di Emmanuel MacronQual è il nostro obiettivo di fronte alla decisione unilaterale della Russia di invadere l’Ucraina e attaccare il suo popolo? Fermare questa guerra il più possibile. Fare tutto il possibile per assicurare che l’Ucraina possa alla fine resistere e che la Russia non vinca mai. Per preservare la pace nel resto del continente europeo ed evitare qualsiasi escalation” proseguendo contro talune manipolazioni delle parole del presidente pubblicate sui media (…) vedi allegato

UN PO’ DI STORIA SUL DONBAS – Per avere un quadro di quanto in parte è successo e succede nel Donbas è ben utile leggere Gli staterelli russi nel Donbas non sono “repubbliche popolari” di Simone Pirano pubblicato su sito Jacobin. Qui il link per il testo riginale in francese, in allegato il testo tradotto in automatico, https://jacobinmag.com/2022/03/donbas-donetsk-luhansk-ukraine-russia-putin –  In effetti, gli staterelli controllati dal Cremlino sono dominati dal governo militare e dalla repressione del lavoro organizzato, un indicatore preoccupante del futuro che Putin ha in serbo per le regioni vicine. (…)

L’Osservatore Romano pubblica in prima pagina l’articolo “In una foto il No alla guerra” – Così inizia. Kim e Nick la guerra la conoscono bene. Vietnam, 8 giugno 1972: fuoco sul villaggio di Trang Bàng, 40 chilometri a ovest di Saigon. Dall’alto cadono bombe al napalm. Nick Ut “ferma” in uno scatto la disperazione della piccola Kim Phúc Pahn Thi che corre, avvolta dal napalm, con i vestiti evaporati per il fosforo. Quella fotografia è diventata una delle immagini più iconiche della storia del Novecento. Quasi mezzo secolo dopo eccoli qui, insieme, Kim e Nick, in piazza San Pietro, con Papa Francesco. A dire che la guerra è una follia. Per questo hanno donato al Pontefice una copia, con le loro due firme, della foto che da cinquant’anni dice “no alla guerra”.

Cinquant’anni fa quella foto contribuì a suscitare indignazione nel mondo riempiendo le piazze, con molti giovani, con manifesti e slogan “Yankee go home”, americani ritornate a casa. Le manifestazioni in Europa e in Italia sono state caratterizzate da molti striscioni e parole d’ordine invocanti la pace ma assai rare quelle con un perentorio Russians go home“, russi tornate a casa! E su questoil variegato mondo pacifista deve pur riflettere.


Cosa dice la guerra in Ucraina sulla carestia – Un articolo pubblicato su Alternatives economiques – Il nuovo disordine globale – Al di là dei suoi – molto differenziati – impatti sui paesi poveri, la guerra in Ucraina è soprattutto un indicatore della permanenza delle primavere della fame. Aprire l’allegato

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