Reshoring è il termine inglese che indica la pratica di trasferire un’attività commerciale trasferita all’estero nel paese da cui era stata originariamente trasferita. Il reshoring può aiutarci a riequilibrare la nostra economia, creare nuovi posti di lavoro e ridurre il nostro deficit commerciale. E’ il rientro di delocalizzazioni realizzate nel ventennio della globalizzazione spinta che ora registra una revisione strategica.

Stefano Cingolani, dopo aver esaminato uno studio del biennio 2016-17 sui casi di reshoring negli Usa, in Italia e altri parti del mondo inizia l’articolo, su Il Foglio, con queste considerazioni  “Tutti a casa” con queste considerazioni “Chi ha risciacquato i panni nel Tamigi lo chiama reshoring, un termine che evoca le amate sponde. Noi che dalle rive del Teve­re abbiamo bazzicato Cinecittà, preferiamo l’espressione tutti a casa. E’ il complesso di Itaca direbbe un letterato infarinato di psi­coanalisi; è la fine del sogno cosmopolita; è la rinascita della patria, piccola o grande che sia, gongola Ernesto Galli della Loggia; è la volontà di potenza che vince sul libero scam­bio, insomma si possono ricamare infinite trame. Di che si tratta? Prosaicamente resho­ring indica il ritorno al proprio paese d’origi­ne di un’attività economica spostata all’este­ro, quella che gli economisti definiscono de­localizzazione. Non è un fenomeno solo ita­liano, al contrario l’Italia non fa che seguire l’onda partita, ancora una volta, dagli Stati Uniti. Donald Trump ne ha dato una immagi­ne provocatoria e caricaturale con la sua America First, tuttavia anche lui non faceva che cavalcare la tigre o forse sarebbe più op­portuno dire che seguiva il passo del gambe­ro perché comunque lo si voglia giudicare rappresenta un ritorno indietro e, se spinto troppo in là, diventa pericoloso per tutti, a cominciare da chi l’ha cominciato.

Non siamo i soli né tanto meno i primi, dunque, anche se come tutti i neofiti, stiamo andando molto in fretta. Uno studiorelativo al biennio 2016- 2017 vede in testa l’America con circa 326 casi aziendali, seguita dall’Italia che ne conta 121, poi Regno Unito con 68 e Germania con 63.(…)

Cingolani cita in sintesi numerosi e significativi casi e conclude così l’articolo (…) “Ecco il salto verso la dimensione geopo­litica; e potrebbe diventare un doppio salto mortale se il fossato che la nuova Guerra fredda ha aperto tra Stati Uniti, Cina, Europa e Russia si facesse invalicabile. Una nuova distensione è di là da venire nonostante le speranze riposte nella nuova amministrazio­ne. Tutto quello che Joe Biden può ottenere è una rivincita della diplomazia per preparare un futuro disgelo, ma prevale il pessimismo della ragione perché nemmeno la pandemia ha innestato un cambio di marcia; al contrario, la corsa ai vaccini ha assunto molti aspetti di una corsa agli armamenti.

Rimpiangeremo il ventennio della globalizzazione e leveranno alti lai persino i critici da sinistra, quando vedranno i paesi in via di sviluppo che più hanno beneficiato del libero commercio sprofondare di nuovo verso il terzo o quarto mondo.

C’è il rischio che accada prima del previsto se, come ha denunciato il Fondo monetario internazionale i vaccini non arrivano. Eppure, analizzando il ritorno a casa con mente aperta e spirito non partigiano, si scopre che non siamo davanti a una restaurazione, almeno non soltanto. La fragilità della catena produttiva mondiale impone la creazione di cuscinetti locali, tornano fondamentali le scorte di magazzino per ragioni strategiche, dal petrolio alla medicina passando per l’intera manifattura: dal just in time al just in case, è lo slogan di moda. Ma far fronte all’emergenza è solo una delle molte cause del cambiamento. Secondo gli esperti della A.T. Kearney, tra le prime società di consulenza al mondo, il reshoring è favorito dalla rivoluzione digitale. Le aziende che vogliono raggiungere i più alti livelli tecnologici non hanno bisogno di una manodopera a basso costo specializzata in singole operazioni (elementi essenziali delle precedenti catene di montaggio), ma cercano personale qualificato e competente.  L’industria 4.0, insomma, trasforma il modello di produzione, definisce nuove figure essenziali per le imprese e presenta la necessità di insediarsi in luoghi e modi diversi da passato. I paesi avanzati che hanno mantenuto un’ampia base manifatturiera, come America, Giappone, Germania e Italia, hanno chance importanti se sono in grado di sfruttarle. Si tratta di riportare in casa le produzioni a più alto valore aggiunto, puntando sulla qualità e non sulla quantità, ma continuando a lavorare per il mondo intero. Protezionismo, rivincita patriottica, colbertismo all’italiana, nazionalismo di ritorno, rigurgito autarchico? Piano con gli insulti, ancor una volta ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne comprenda la nostra filosofia”. In allegato il testo integrale

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