Sulla mia bacheca Facebook ho posto di recente la seguente domanda: sapete che fine ha fatto il sindacato? Ho avuto molte risposte, in gran parte ironiche se non sarcastiche, alcune drastiche del tipo «non c’è più», «è stato ammazzato», «si è suicidato ». Tutte, però, concordavano sulla scomparsa del sindacato, nessuna dava un giudizio positivo, nessuna indicava un’iniziativa, un avvenimento che segnalasse la presenza dell’organizzazione dei lavoratori, nessuna, infine, contestava il carattere provocatorio del mio quesito. Che il sindacato in Italia sia scomparso dalla scena insomma è apparsa ai miei interlocutori una verità incontrovertibile.

Proprio in questi giorni in Francia è nato un grande movimento di protesta. Il motivo ufficiale è l’aumento del prezzo del gasolio, in realtà le ragioni della contestazione sono molto più ampie e riguardano la situazione di disagio di una buona parte dei cittadini francesi e lo scontento contro le misure sociali del «presidente dei ricchi» cioè di Emmanuel Macron. Movimento di destra o di sinistra? Egemonizzato da Jean-Luc Mélenchon leader di La France insoumise o da Marine Le Pen leader del Fronte popolare? Ancora oggi non è chiaro: non è facile nelle nuove proteste distinguere la destra dalla sinistra, districarsi nel groviglio delle rivendicazioni, delle identità, dei sentimenti di rivolta.

Solo una cosa appare evidente: anche in Francia, anche in questo movimento appena nato, si può constatare l’assenza del sindacato, la mancanza nei cortei e negli striscioni delle parole d’ordine delle organizzazioni dei lavoratori che pure fino a pochissimo tempo fa erano presenti in tutte le manifestazioni anche in quelle non direttamente promosse da loro.

La crisi dei corpi intermedi

Abbiamo l’impressione che, sia pure in forma e gradi differenti, questo sia avvenuto in molti altri paesi europei. E che alla scomparsa del sindacato si affianchi quella di gran parte dei cosiddetti «corpi intermedi » cioè delle tante organizzazioni, gruppi organizzati che rappresentano la società civile e che interagiscono con le istituzioni dello Stato in modo da rendere più fluido, più veritiero, il rapporto di queste con i bisogni e gli interessi dei cittadini rappresentati.

A volte i corpi intermedi hanno vita breve, giusto il tempo necessario per affrontare e risolvere un problema. A volte – ed è il caso dei sindacati – hanno una storia più che centenaria e rappresentano interessi e bisogni ancora presenti e pressanti. Sicuramente – lunga o breve che sia la loro storia – queste organizzazioni hanno svolto un ruolo importante e sono stati un cardine della democrazia. Particolarmente importante, anzi decisivo, è stato il ruolo del sindacato che è intervenuto e ha regolato per decenni i rapporti di lavoro.

La sua scomparsa dalla scena è quindi particolarmente grave. La causa principale è stata l’incapacità di rispondere ai cambiamenti e ai nuovi problemi posti dalla globalizzazione a cominciare dalla precarietà, dalla flessibilità e dalla fluidità del lavoro. Di fronte alla condizione di quella working class sulla quale negli ultimi due decenni dagli Stati Uniti ai paesi dell’Est si è abbattuto un uragano che ha sradicato ogni sicurezza e ha portato instabilità, paura e solitudine i sindacati si sono ritirati.

In poche parole hanno abdicato al loro ruolo e hanno rinunciato alla loro ragione sociale. Il passaggio dall’inefficacia, al decadimento, alla scomparsa è stato inevitabile. Hanno contribuito a costruire quest’assenza anche i partiti e i governi – anche quelli di sinistra – che fiduciosi nelle moderne e progressive virtù della globalizzazione hanno considerato il sindacato (e con esso i rappresentanti di tutti i corpi intermedi) sostanzialmente inutili, parte di una vecchia cultura partecipativa da ridimensionare perché non adeguata alla modernità che irrompeva nelle aziende e nei mercati.

Democrazia semplificata

È direttamente ai cittadini, al popolo, che la politica in questi anni ha voluto rivolgersi per chiedere il consenso, senza intermediazioni, proponendo una democrazia semplificata che voleva essere più veloce e che invece si è rivelata asfittica: chi governa e chi esegue, chi comanda e chi obbedisce. Nel grande teatro della politica chi recita e chi applaude o fischia. Non stupisce che su questo terreno privato dalla mediazione sociale dei corpi intermedi, del sindacato in primis, siano cresciute in Italia, ma, come sappiamo non solo in Italia, le forze che si pongono in un rapporto diretto con il popolo, che si rivolgono direttamente ai lavoratori che si offrono addirittura di difenderli da quelle che sono state le loro organizzazioni.

Negli Usa è Trump che si è proposto come difensore della working class impoverita e indebolita dalla globalizzazione, in Italia è il governo del movimento 5stelle e della Lega, non i sindacati, che propongono di intervenire sui redditi e sulle pensioni dei più poveri. Non c’è da meravigliasi che in questa nuova situazione il sindacato ne esca stritolato.

Ce n’è consapevolezza? Ci si può attendere dopo anni d’imbarazzante silenzio almeno la presa d’atto di un’enorme sconfitta? Sarebbe questo il primo passo per tentare una risalita. Il prossimo congresso della Cgil, la probabile leadership di Maurizio Landini, un sindacalista più attento di altri ai grandi cambiamenti, potrebbe almeno avviare una pubblica presa di coscienza. Per il resto ci vorrà un lavoro di anni, forse di decenni.

Ritanna Armeni       Rocca n. 12 dicembre 2018

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