La Corte Costituzionale ha reso pubbliche le motivazioni per le quali un mese fa ha deciso di bocciare anche la limitazione al diritto al reintegro in caso di licenziamento economico per motivi insussistenti, pertanto tale specifico punto risulta incostituzionale per violazione del principio di uguaglianza la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori realizzata dalla «legge Fornero» nel 2012. L’opera di cancellazione della più forte garanzia dei lavoratori era stata poi completata dal «Jobs act» renziano, ma quest’ultima legge era già caduta sotto i colpi della Corte.

Tempo pasquale, risorge anche l’articolo 18

La Corte Costituzionale motiva tale giudizio nella sentenza n. 59 depositata il 1 aprile e anticipata già lo scorso 24 febbraio dalla stessa Consulta.

In caso di licenziamento, il reintegro è un obbligo se il fatto è insussistente.

Per i giudici, infatti, è “disarmonico e lesivo del principio di eguaglianza il carattere facoltativo del rimedio della reintegrazione per i soli licenziamenti economici, a fronte dell’inconsistenza della giustificazione addotta e della presenza di un vizio ben più grave rispetto alla pura e semplice insussistenza del fatto”. Il riferimento è all’articolo 3 della Costituzione che stabilisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.

In particolare, la Corte ha censurato la norma poiché il principio di eguaglianza risulta violato se il reintegro, in caso di licenziamenti economici, è previsto come facoltativa quando il fatto che li ha determinati è manifestamente insussistente mentre è obbligatorio nei licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo . La scelta tra due forme di tutela profondamente diverse – quella del reintegro e quella dell’indennità – viene così rimessa a una valutazione del magistrato senza che vi siano precisi punti di riferimento mentre “Il vaglio della genuinità della decisione imprenditoriale garantisce che il licenziamento rappresenti pur sempre una extrema ratio e non il frutto di un insindacabile arbitrio”

https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/2021/04/01/news/la_consulta_incostituzionale_la_modifica_dell_articolo_18_introdotta_dal_jobs_act-976256/ per aprire l’articolo con il commento della Cgil. Poco rilievo sui media. Sul Sole 24 ore, quotidiano della Confindustria, è stato pubblicato, il 2 Aprile, un articolo “Reintegrazione facoltativa illegittima” di Angelo Zambelli che ben spiega la decisione della Corte Costituzionale, peccato che sia finito alla pagina 34, confinato in un trafiletto su una sola colonna. (v.allegato). Per ora silenzio dalla Cisl. Che si aspetta per metetre in campo una iniziativa unitaria adeguata per richiedere una modifica della legislazione?

Pietro Ichino, fine giuslavorista, polemizza con piena ragione con chi, giornali o Tg, ha titolato la notizia con “ incostituzionale la legge Fornero sui licenziamenti” e considera – con meno ragione – la portata della decisione della Consulta molto più modesta essendo circoscritta al solo punto della reitrega obbligatoria anche nel caso risulti insussitente il motivo economico. E’ così, ma per noi e per molti quel punto è rilevante e assai importante. Alleghiamo l’articolo di Ichino pubblicato su Il Foglio.

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1 commento
  1. franco trinchero
    franco trinchero dice:

    la riforma del 2012 fu in parte un pasticcetto, anche perché una parte significativa del PD, ed alcuni suoi importanti esponenti, era troppo preoccupata di non inimicarsi troppo la Confindustria: il compromesso sul licenziamento per GMO (giustificato motivo oggettivo), in realtà ingiustificato, ne è un evidente riflesso; tuttavia qualche spiraglio rimaneva, non tutto era perduto.
    Il disastro vero è stato compiuto con l’obbrobrio autodefinito contratto a tutele crescenti; la questione andrebbe riaperta, perché è evidentemente in gioco la possibilità anche teorica di costruire ancora un sindacato autonomo dai padroni: per dirne una, se un ritardo di 5 minuti può essere sanzionato con il licenziamento, poi dichiarato illegittimo ma sanato con 4 soldi, chi è che si presta ancora a fare il rappresentante sindacale eletto liberamente dai lavoratori (a meno che non sia scelto liberamente dal padrone)?

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