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LA TRAPPOLA DEL BREVE PERIODO E…AL DIAVOLO I POVERI – Beppe Boni – Economia & Lavoro – 27-12-09

Beppe Boni – per anni è stato il responsabile della formazione per la Cisl Torinese – ci ha inviato un  saggio sulle caratteristiche della crisi in cui siamo immersi. Vi consigliamo la lettura completa del testo allegato ( sei cartelle) suddiviso in dieci brevi capitoli che elenchiamo: nessuno pensava a questo tipo di crisi, o preferiva non dirlo; la trappola del breve periodo; visione ideologica; il potere fragile; Il sogno perfetto; delegittimazione culturale; il ritorno di Keynes; al diavolo i poveri; la debolezza; supremazia politica e culturale; crisi culturale di vaste proporzioni. Nel capitolo “Al diavolo i poveri” l’analisi si sofferma sul ruolo dei manager e sulla supremazia del valore delle azioni. Così scrive Boni “…ma, nell’era della supremazia finanziaria, questo aspetto è stato svalutato da troppi manager. In effetti, il ruolo di questi ultimi, è passato da un ruolo di ‘ mediazione ‘, e secondo logiche gestionali di lungo periodo, tra i vari soggetti, o stakeholder – che vivono dentro e per l’impresa, con particolare attenzione ai lavoratori dipendenti – ad un ruolo di “ passiva subordinazione “ verso gli azionisti maggiori. La remunerazione delle azioni degli azionisti più grandi e potenti ha costituito, in una logica, però, soltanto di breve periodo, l’obiettivo massimo dell’attività manageriale.

Per queste e altre ragioni, la crisi finanziaria ed economica che stiamo attraversando sembrerebbe essere il risultato di una scarsa responsabilità sociale delle imprese, soprattutto quelle segnate da logiche eminentemente finanziarie..”

Beppe Boni, in conclusione del saggio propone alla riflessione i seguenti dieci punti:

·   in primo luogo, non è vero che chi sa fare più soldi è più intelligente di chi non lo sa fare. Una giustificazione per difendere gli immeritati guadagni finanziari di molti uomini di affari e manager;

·   in secondo luogo, la crisi ha messo in rilievo che il mercato non è autosufficiente, vale a dire non sa autogovernarsi. Infatti, lasciato a se stesso non riesce a diffondere benessere per tutti;

·   in terzo luogo, non è sufficiente l’analisi del solo presente per comprendere ciò che sta succedendo, c’è bisogno di una visone del passato e di una visone del futuro. La realtà economica e finanziaria, conseguentemente, non è un ‘ eterno presente ’;

·   in quarto luogo, l’estrema liberalizzazione del mercato non è un vettore assoluto di progresso. La crisi, smentendo questo simmetria tra mercato e progresso, sembrerebbe aver posto un forte limite a questa idea;

·   in quinto luogo, la liberalizzazione del mercato del lavoro non coincide sempre con la piena occupazione;

·   in sesto luogo, aver ridotto il potere del sindacato non ha evitato il sopraggiungere della crisi economica. Più libertà all’impresa e meno potere al sindacato, è stato, però, un aspetto di un più generale processo di ridimensionamento delle rappresentanza sociale dei corpi intermedi della società. E con effetti negativi sulla stessa rappresentanza e partecipazione politica;

·   in settimo luogo, l’economia come ‘ scienza ‘ non esiste. Invece può essere vista come un approccio morale all’interno della quale è auspicabile un sistema economico contrassegnato da una maggiore eguaglianza nella distribuzione delle risorse prodotte. Un sistema perciò più efficiente e giusto se misurato sul versante temporale del lungo periodo;

·   in ottavo luogo, la lotta alla povertà, relativa e assoluta, rimane un obiettivo primario della crescita economica. Un obiettivo, però, interno e non esterno al ragionamento economico. E ciò deve valere anche per l’obiettivo della piena occupazione. In ambedue i casi, scopi indispensabili di equa politica economica;

·   in nono luogo, la teoria economica, perciò, deve contemplare la responsabilità sociale degli attori economici;

·   in decimo e ultimo luogo, dunque, una giusta e duratura coesione sociale deve fondarsi su elementi importanti di eguaglianza culturale, sociale ed economica.

Dieci punti per sollecitare un futuro, a partire dal presente di questa crisi, che dovrà essere necessariamente diverso per evitare che si trasformi, senza speranza, in un eterno ritorno, ossia in un’altra e ben più grave crisi: e ben presto …

Allegato:
crisi1_Boni.doc

27/12/2009/0 Commenti/da
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