“Dominio – la guerra invisibile dei potenti contro i sudditi ” di Marco d’Eramo (2020)

Pier Luigi Ossola ci scrive: Ho trovato molto interessante e stimolante il libro “Dominio” di Marco d’Eramo per cui leggendolo mi è venuto spontaneo prendere parecchi appunti che ho riordinato ed integrato con mie riflessioni nel testo che segue. Alcune mie proposte riguardanti il “che fare?” sono raccolte nell’ultimo capitoletto. Pur essendo coerenti con quanto d’Eramo sostiene nel libro non ne riflettono necessariamente il pensiero. In allegato il testo di 19 cartelle delle quali ricordiamo l’introduzione e i capitoli.

Edizione Feltrinelli 256 pag 18 €

È sotto agli occhi di tutti il fatto che negli ultimi 50 anni ricchezza e potere nel mondo si sono fortemente accentrati nelle mani di una piccola minoranza di persone. Sono progressivamente state messe in discussione, ed in parte vanificate, le grandi conquiste riguardanti i diritti civili e del lavoro degli anni precedenti. Il risultato è un enorme aumento della povertà e delle diseguaglianze sia tra Paesi diversi, che all’interno degli stessi Paesi più ricchi. Meno visibile, ma altrettanto evidente, è il cambiamento “culturale’ avvenuto negli ultimi decenni: i valori della socialità e della solidarietà sono stati progressivamente sostituiti da un individualismo a volte esasperato. Quel che è meno evidente, è quanto Marco d’Eramo sostiene in modo ben documentato nel suo libro Dominio, e cioè il fatto che si è trattato di una rivoluzione (Chomsky la chiama ‘golpe silenzioso’, Zuboff ‘golpe dall’alto’) attentamente organizzata da soggetti ben individuabili e non invece, come siamo portati a credere, di un trend dovuto a fenomeni oggettivi ed in un certo senso inevitabili come la globalizzazione, la terziarizzazione dell’economia, l’automazione.

Si tratta di una rivoluzione condotta dai ‘ricchi’ contro i ‘poveri’, che ha avuto il suo quartier generale negli Stati Uniti (l’impero della nostra epoca), alla quale abbiamo assistito in modo sostanzialmente passivo ed a tratti anche conseziente. Questo è potuto avvenire perché i ‘golpisti’ hanno posto sin da subito grande attenzione ad “alterare la nostra percezione della realtà’. Sono cioè riusciti a convincere le forze progressiste e la gran maggioranza della popolazione che non c’è alternativa al modello di sviluppo imposto dalla loro rivoluzione perché questo corrisponde a ‘leggi naturali’ dell’economia che segnano l’evoluzione della società umana. Comprendere ciò che è avvenuto è il primo indispensabile passo per poter reagire. Per questo ho trovato molto interessante il libro di Marco d’Eramo.

1. Le grandi Fondazioni – I soggetti che hanno finanziato e reso possibile la ‘rivoluzione’ di cui stiamo parlando sono le Fondazioni a cui hanno dato vita le grandi Corporation statunitensi, dotandole di ingenti capitali ‘esentasse’. Le Fondazioni private sono istituzioni che godono di prestigio nell’opinione pubblica in quanto ‘enti benefici’. (…)

2. I tink tank – Mentre le grandi Fondazioni ‘benefiche’ sono state il ‘motore’ del ‘golpe silenzioso’, i ‘generali’ che l’hanno progettato e condotto sono stati i Think Tank da esse finanziati. Lo scopo dei tink tank è approvvigionare, nutrire, fornire tesi e argomentazioni agli apparati ideologici tradizionali (scuola, sette religiose, mass media, radio, tv, social network, ecc.). I think tanks da combattimento che apparvero sulla scena negli anni settanta e ottanta, ebbero, ed hanno tutt’ora, un ruolo fondamentale nel fornire un arsenale intellettuale alla rivoluzione restauratrice. Inutile e tedioso elencarli tutti, ma almeno 5 vanno ricordati: il Manhattan Institute for Policy Research (Mi), il Cato Institute, la Hoover Institution e l’American Enterprise Institute (Aei), la Heritage Foundation. (…)

3. Il vittimismo e la leva ideologica – Il vittimismo è stata la “tuta mimetica’ che ha camuffato la rivoluzione, o meglio il ‘golpe silenzioso’, che è stato appunto ‘silenzioso’ perché non si è presentato come golpe, ma come una difesa sul piano “culturale’ contro i soprusi che i ‘dominanti’ stavano subendo da parte dei ‘dominati’.(…)

4. La strategia – Realizzare un cambiamento sociale richiede una strategia integrata verticalmente e orizzontalmente che deve andare dalla produzione di idee allo sviluppo di politiche coerenti, all’educazione, ai movimenti di base, al lobbismo, all’azione politica. Le tre fasi della strategia messa in atto con metodi manageriali nella rivoluzione dei ‘potenti’ contro i ‘sudditi’ sono state: (…)

5. Le idee – Poichè le ‘armi’ utilizzate per condurre la rivoluzione vincente sono state le idee, questa parte dei miei appunti è dedicata ad entrare nel merito delle principali idee su cui si è fondata la rivoluzione dei ‘potenti’.

5.1 – Il ‘neoliberismo’. – Il neoliberismo è l’idea fondamentale su cui si è basata la rivoluzione di cui stiamo ragionando. È molto di più di una forma sistematica e radicale di rifiuto di ogni ingerenza dello Stato nell’economia: costituisce una vera e propria rivoluzione epistemologica nel paradigma dell’economia classica (quella del mercato, dell’offerta e della domanda). Ha plasmato un’ideologia nuova, un po’ come le sette evangeliche statunitensi sono religioni nuove rispetto al cristianesimo tradizionale (sia cattolico che protestante. (…)

5.2 – La riduzione delle tasse – Nel suo sito la Heritage Foundation dichiara che la sua missione è battersi per la libertà cioè per la libera impresa e per limitare quindi lo Stato fino alla condizione di ‘Stato minimo’, uno Stato il cui compito sociale si limita a quello di ‘guardiano notturno’ e di regolatore del flusso della moneta.  Fu grazie all’azione dei think tanks conservatori che l’idea di uno stato ‘frugale’ fu venduta con successo al pubblico e all’elettorato americano. (…)

5.3 – Le imposte negative – L’attacco contro ogni forma di ‘regolazione’ dello Stato nell’economia, nell’università, nella giustizia, ecc. è certamente un cardine dell’ideologia neoliberale. Ma il suo vero obiettivo è sradicare l’idea che ci si possa aspettare alcunché di positivo dalla collettività, da ciò che è comune, dal pubblico, dallo stato, o dal governo. (…)

5.4 – La ridefinizione del concetto di giustizia – Una terza idea con cui i tink-tank hanno promosso l’ideologia del neoliberismo è quella del “capolavoro” della Olin Foundation e di Piereson, e cioè la ridefinizione del concetto di giustizia con la dottrina chiamata Law and Economics (…)

5.6 – La ridefinizione del ruolo dello Stato – L’obiettivo reale della rivoluzione liberista non è abolire lo Stato – ma rimodellarlo per renderlo funzionale alle esigenze del Capitale. (…)

5.7 Il potere – Nel tempo è cambiato il paradigma del potere. Il passaggio dal feudalesimo al capitalismo industriale ha corrisposto ad una trasformazione del potere da potere sovrano a potere disciplinare. Il passaggio dal capitalismo classico al capitalismo neoliberale ha segnato il passaggio dal potere disciplinare al potere di controllo. (…)

6 – Dall’ideologia al mito – La vittoria della rivoluzione dei ‘potenti’ contro i ‘sudditi’, cioè contro la grande maggioranza dell’umanità, si manifesta in modo inequivocabile con la trasformazione dell’ideologia e delle teorie che sono stato il suo vessillo in mito. La funzione del mito è quella di trasformare una precisa e transitoria situazione storica in un immutabile e perenne stato di natura, di trasformare ‘una contingenza in eternità’. D’Eramo porta il seguente esempio per spiegare questa trasformazione: storicamente per tre secoli i bianchi europei hanno dominato (e schiavizzato) i neri africani. Il mito trasforma questo dominio transeunte in superiorità eterna, intrinseca: per esso i neri sono sempre stati e sempre saranno inferiori ai bianchi. Lo stesso vale ad esempio per quanto riguarda i rapporti uomo-donna. (…)

7 – CHE FARE ? – Ogni azione per mutare l’esistente si rivela futile se l’esistente è tale per legge di natura, non per una contingenza storica. Ecco perché “tanti pensatori da Brecht a Foucault a Badiou hanno sostenuto che la politica emancipatrice deve sempre distruggere l’apparenza di un ‘ordine naturale’, deve rivelare che ciò che è presentato come necessario e inevitabile è una mera contingenza, proprio come deve far vedere che quel che prima era considerato impossibile è invece raggiungibile’. A richiamarci questa semplice e fondamentale idea è Mark Fisher (filosofo, sociologo, critico musicale, blogger, saggista ed accademico britannico) nel suo libro Realismo capitalista (2009) La prima cosa da fare è quindi a mio parere convincerci, e cercare di convincere, che cambiare il mondo non è futile e nemmeno impossibile. Ce lo hanno dimostrato i capitalisti. Dobbiamo applicare il loro insegnamento per dar vita alla rivoluzione dei ‘sudditi’ contro i ‘potenti’ della nostra epoca. Si tratta di una rivoluzione da combattere con armi culturali e con modalità democratiche e non certo con la violenza.

7.1 – Ideologia e paradigmi di sviluppo – L’ideologia è un bastione fondamentale e prioritario da conquistare con la contro-rivoluzione che dobbiamo metter in atto perché è attraverso l’ideologia che si trasmettono i valori e non c’è rivoluzione che non trovi la sua ragion d’essere e quindi la sua forza in valori unificanti capaci di giungere al cuore oltre che alla mente delle persone (…)

7.2 – L’istruzione – Il diritto ad un’istruzione pubblica, libera e gratuita per tutti e per tutto l’arco della vita è il punto che credo fondamentale per costruire un futuro i cui protagonisti siano persone e società fraterne e solidali e non ‘individui/impresa’ perennemente impegnati a concorrere per accrescere il loro capitale. Senza un’istruzione pubblica ed universale già Rousseau ci aveva detto che “non ci sono cittadini, ma servi. Senza di essa non c’è popolo, ma plebe, senza di essa non si governa una società, ma si sottomette una moltitudine”. (…)

7.3 Consapevolezza e costanza – Un’ultima annotazione. Occorre avere la consapevolezza che i risultati non potranno giungere in tempi brevi, ma che l’attuale assetto di dominio ideologico e materiale del mondo non è immutabile e che cambiarlo in meglio dipende anche da noi.  Sono fondamentali determinazione, costanza, capacità di non perdersi di coraggio, fiducia nella possibilità di conquistare alla causa della ‘non rassegnazione’ tanti nuovi compagni di strada e soprattutto le nuove generazioni. (…)

Aprite  l’allegato di questo interessante lavoro di Pier Luigi Ossola e buona lettura.

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