La riforma sanitaria USA è stata conseguita con grandi mediazioni che hanno depotenziato il progetto originario proposto al Parlamento americano. Per ottenere il voto, decisivo, di16 democratici cattolici si è depennata anche una norma sull’aborto; pertanto, d’ora in poi, le donne americane dovranno pagare interamente l’elevato costo dell’intervento ad una clinica privata, cosa alquanto remota per una donna a basso reddito. Viky Franzinetti ha scritto al riguardo un documentato articolo “Disenfranchising” sul sito www.universitadelledonne.it  che qui pubblichiamo, scusandoci  per le note a fine articolo in inglese che non abbiamo tradotto.

 

Disenfranchising

di Vicky Franzinetti

 

Ieri sera mi è capitato di presenziare ad un dibattito di donne (di mezza età ed anziane) per la presentazione di un libro di Luisa Accati sulla laicità delle donne. Il dibattito è stato buono  e l’autrice ha spiegato come le donne si trovino strette tra il ciclo del dono (fare figli, lavoro non retribuito) e quello pagante (prevalentemente maschile), e come il matrimonio fosse la cerniera tra i due mondi (detto con  parole mie).

Ad un certo punto non son riuscita a star zitta ed ho chiesto: per le donne che hanno perso la possibilità di abortire a seguito dell’approvazione di quella legge sanitaria negli USA, non dovremmo fare almeno un giorno di lutto? Le reazioni individuali delle persone (una spiegatami per strada) sono state quelle previste, ovvero ‘preferiresti che non ti curassero per il cancro?

Pazienza, un prezzo bisognava pagarlo, etc. Mi ricorda quelle dell’allora sinistra comunista, che al tempo della legge sul divorzio in un dibattito avevano detto, meglio le lavatrici del divorzio che divide il proletariato e riguarda solo le ricche, come dire che alle donne delle leggi non importa ma delle cose pratiche sì. Sempre scenari tremendi, apocalittici.

Perché ? Perché è meglio la lavatrice del divorzio o il cancro è l’alternativa al non controllo sul proprio corpo? Sono frasi senza senso che acquistano un senso politico di breve durata.  Quello che invece ha senso è che la lotta per l’autodeterminazione è stata fondante per la coscienza femminista e di emancipazione in Italia. In altre parole l’aborto è stato equiparato alle cure dentistiche e scorporato dal diritto.

Prendo i dati dal Sole 24 ore di domenica 21 marzo: 32 milioni  verranno coperti e sono quelli che non potevano pagare le polizze, e questo è buono, anzi ottimo. Tuttavia il comunicato di Noi e il nostro corpo (nota1) spiega che 23 milioni rimangono fuori dalla sanità di cui un terzo circa sono immigrati illegali. Per 42 milioni di over 65 che ora hanno le cure gratuite (introdotto dal Presidente Clinton)  ci sarà un pagamento in base al reddito,  che mi pare giusto.

Per i 37 milioni a reddito basso o reddito zero, in prevalenza donne, che prima erano coperti da Medicaid (introdotto dal Presidente  Johnson) ora il governo pagherà l’assicurazione privata obbligatoria (perché tale è la riforma, non si tratta di sanità pubblica ma di assicurazione obbligatoria) ma per lo ‘scambio’ con i 16 democratici cattolici non avranno più diritto ad avere l’aborto (che neanche il presidente GW Bush aveva tolto) se non pagando il prezzo pieno in una clinica privata, cosa che mi pare alquanto remota per una donna a reddito zero.

Suppongo che torneranno le mammane, non vedo altra soluzione per giovani donne a basso reddito o immigrate. Per 158 milioni non cambia nulla, avevano l’assicurazione prima e l’avranno anche adesso. Rimangono fuori dalla riforma (mentre la cosa era molto più sfumata prima con Medicaid) come già dicevo gli e le immigrate undocumented, ovvero sans papiers, ovvero illegali. Bart Stupak, uno dei democratici cattolici che ha venduto il suo voto in cambio dell’aborto illegale, non so quanto in sintonia con lo stato dello Utah, il 16 marzo 2010 ha firmato la legge Utah HB 462, secondo cui ogni aborto spontaneo va considerato potenzialmente un omicidio e quindi investigato.

La chiesa cattolica poi, in attesa dei processi sulla pedofilia che non hanno contribuito a migliorare la sua immagine, si erge a difesa della vita.

E noi donne, noi siamo buone, vogliamo la sanità (è vero) non vogliamo essere cattive, pagare il prezzo del sesso e per carità, dell’autodeterminazione del corpo, della vita,  amiamo l’ambiente e gli uccellini, troviamo così stupendo il nostro pianeta che ci commoviamo e troviamo così interessanti le altre culture, ma non siamo capaci a difendere i nostri diritti.

Ma perché l’alternativa ai diritti delle donne deve essere il cancro in solitudine? Avevano ceduto sul fatto che non fosse sanità statale ma solo assicurazione obbligatoria ma al dunque sono i diritti delle donne che sono scambiabili, come fu al Cairo (nota 2) con il discorso sul velo: è forse sempre più importante qualcos’altro, e se sì, perché perlomeno non avere un giorno di lutto?

Parrebbe la ricostituzione di un’identità progressista maschile basata su due fatti: la bontà al posto del diritto femminile, e, rubando il concetto a Luisa Accati, il ciclo del dono delle donne esteso alla politica. In fondo, dicevo alla sala l’altra sera, qua siamo troppo vecchie per abortire, ma che segnale lasciamo alle nostre figlie e nipoti, che tanto va sempre bene cedere se sei donna, che i tuoi diritti valgono poco, sopratutto se il prete locale è pedofilo e deve ridarsi un ruolo morale? Una decisione, quella di far rispettare tutti i veti incrociati delle religioni che indubbiamente non farà fiorire la libertà delle donne.

Il voto alle donne negli Usa data del 1920  e l’aborto è ancora vietato in alcuni paesi d’Europa tra cui l’Irlanda dove qualche anno fa per un soffio perse il referendum che avrebbe richiesto a tutte le donne in età fertile che uscivano dal paese una visita ginecologica al ritorno per verificare che non avessero abortito. Adesso assisto dal vivo, signori e signore, al progressivo disenfranchising, all’eliminazione dei diritti, cosi finalmente saremo anche noi come quelle che non hanno diritti e tra donne saremo uguali.

Un’altra frescata di ieri sera poggia sulla frase: e poi il mondo cambierà quando si muoveranno le islamiche che sono tante. Se è solo per quello le hindi e le cinesi sono di più (basta fare i conti ma a quanto pare le atee contano poco e quindi nessuno conta le cinesi), ma a me pare che il mondo cambierà, forse,  quando smetteremo di sentirci buone ogni volta che rinunciamo ai nostri diritti per i privilegi maschili. Almeno un giorno di lutto.

 

Note

1) Dalla pagina di Ourbodies Ourselves, Noi e il nostro corpo  22 marzo 2010

The Nut Graph

The House approved the Senate bill by a vote of 219-212, with 34 Democrats voting against and zero Republican support. The bill expands insurance coverage to 32 million additional people; approximately 23 million will remain uninsured, about one-third of whom are undocumented immigrants. Passage was sealed once President Obama placated anti-abortion Democrats by agreeing to issue an executive order reaffirming restrictions against the public funding of abortions.

So it Came Down to Support for Women’s Reproductive Health?

Pretty much. Dana Goldstein of the Daily Beast describes how Obama reneged on his pledge to support reproductive rights. Raising Women’s Voices, which has done a great job advocating for and reporting on health care reform, has a reaction round-up from pro-choice advocates (and a statement on the final bill). Some organizations, angry with the Senate bill’s language on abortion coverage, expressed disappointment with Obama’s order. Terry O’Neil, president of NOW, issued a highly critical statement, as did Stephanie Poggi, executive director of the National Network of Abortion Funds. The only thing worse at this point would have been the original House language proposed by Sen. Bart Stupak (D-Mich.) — who agreed to support the Senate version when given the cloak of the executive order.

 

2) While paying homage to history, Obama might have evoked the long and venerable tradition of feminism — within Islamic and national frameworks — in Egypt and elsewhere in the region and wider Muslim world, calling for the realisation of human rights, self-determination and democracy. In Cairo in 1911 Malak Hifni Nasif sent a set of women’s demands to the Egyptian Congress meeting to strategise independence and advance claims. Her list included, among others, demands for education for women in all fields and at all levels, work rights, and the right to participate in congregational worship in mosques. She could not appear in person to present these demands because in her time a woman’s face was not to be seen and her voice was not to be heard in public.

On 4 June 2009 it was a woman’s voice that resounded in the Great Hall of Cairo University announcing: "The president of the United States of America ." This voice and the sea of women’s faces in the audience would have cheered Egyptian feminists and nationalist women who (except for a handful of spouses of nationalist leaders) had been barred from attending the opening of the first parliament in 1924 in the aftermath of the independence — albeit partial — for which they had so actively fought alongside male nationalists. (dal testo di  M Badran, dopo il discorso del Cairo vedi reset per il testo complete, 6 luglio 2009)

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