PierLuigi Ossola propone per la rubrica “Rumine” questi interrogativi: Guerra perché? Pace come? Di seguito la sua riflessione e domande poste a tutti i nostri lettori.

Perugi-Assisi 24 aprile 2022

Perchè la guerra? Concordo con quanto ha scritto Hannah Arendt: “La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri”. Questo vale sia per gli aggrediti che per gli aggressori. Ogni guerra è infatti in qualche modo il seguito di altre guerre che si trascinano per anni con migliaia di vittime innocenti senza che nessuno riesca a prevalere o che si concludono ridefinendo i poteri delle parti in causa e sono però destinate a riaprirsi appena gli sconfitti trovano la forza per cercare il riscatto. Non a caso la guerra in Ucraina si combatte, anche come guerra civile, sin almeno dal 2014. Cosa è stata la seconda guerra mondiale se non il nefasto seguito della prima?

L’impotenza dell’ONU di fronte a molti conflitti attuali compreso quello che affligge l’Ucraina non è forse dovuta proprio al fatto che l’ONU non è nata da un ‘restauro dei diritti’ ma da una ridefinizione dei poteri che l’hanno posta sotto la guida di un Consiglio di sicurezza formato dalle potenze vincitrici dell’ultima guerra mondiale che, diffidando le une delle altre, come è naturale in ogni rapporto di potere, si sono garantite il diritto individuale di veto?

Quali sono i poteri oggi in gioco? Quello sul dominio di una parte o dell’intera dell’Ucraina? Quello riguardante le ‘sfere di influenza’ a livello europeo? A livello planetario?

Occorre appoggiare con ogni mezzo l’Ucraina in questa guerra perché  non si deve consentire che un prepotente senza scrupoli, come è indubbiamente Putin,  tragga vantaggio dalla sua prepotenza? 

Perchè l’invasione con falsi pretesti dell’Iraq, l’occupazione di Israele dei territori palestinesi,  ecc. non sono considerati prevaricazioni altrettanto gravi? Eppure le vittime anche  tra bambini e civili inermi nelle tantissime guerre di invasione avvenute negli ultimi decenni ed in quelle ancora in corso sono moltissime. Perchè  personaggi come Bush, Blair, Netanyahu ecc. ecc. responsabili di queste guerre non vengono additati come criminali internazionali come si fa giustamente nei confronti di Putin?  Non sono le loro scelte  altrettanto palesi violazioni delle regole internazionali?

Il fatto che Bush, Netanyahu e soci siano stati eletti democraticamente cambia sostanzialmente le cose?

Quando il mandato di “imporre i propri interessi con la violenza” viene da  un popolo anziché da un “dittatore” la cosa è meno grave?

Provo a formulare questo interrogativo, che considero molto importante, con altre parole: se un popolo vota per dare mandato al proprio governo di lasciare morire in mare chi chiede asilo la cosa diviene accettabile perché frutto di un voto democratico?

Non mi pongo queste domande per assolvere neppure in piccola  parte Putin, ma per evitare di scambiare la realtà con il film che da sempre amano proiettare tutti coloro che ritengono  le guerre come un valido strumento per far valere le loro ragioni. E’ un film che rappresenta il mondo come diviso tra  bene e male, democrazie contro autarchie, buoni contro cattivi, in cui i “buoni” devono con ogni mezzo annientare i cattivi che minacciano la loro sicurezza. Sulla base di questo film Putin motiva la sua aggressione, mentre  Biden e Boris Johnson tuonano che bisogna annientare Putin con ogni mezzo ed a qualunque costo. E noi? Accettiamo di fare le comparse in questo film?

È possibile vincere una guerra in epoca di armamenti nucleari? Se la Germania nazista avesse posseduto la bomba atomica la via per sconfiggere il nazismo sarebbe stata la guerra?

Se una guerra non può essere vinta occorre trarne le logiche conseguenze evitando proclami sanguinari e ricercando con il necessario impegno vie più realistiche per risolvere i problemi che le guerre aggravano anziché risolvere. 

I capi di Stato che si comportano da bulli, o i popoli che intendono fare i bulli con i loro vicini più deboli, si riducono alla ragione sul campo di battaglia, anche se posseggono l’arma nucleare,  o esponendoli alla riprovazione delle loro scelte nel contesto internazionale e allo stesso tempo coinvolgendoli in contesti in cui far valere le loro eventuali ragioni con gli strumenti della diplomazia invece che con quelli della violenza?

Perchè  i paesi dell’Africa (1,2 miliardi di persone), l’India (1,4 miliardi) e la Cina (1,4 miliardi) non si sono uniti ai paesi occidentali nel sanzionare la nefasta aggressione russa? Tutti  guidati da autocrati senza scrupoli in lotta contro le democrazie?

Fermare la guerra

Il prof. Lorenzo Kamel (docente all’Università di Torino e direttore delle collane editoriali dell’Istituto Affari Internazionali) sul Manifesto del 3 maggio 2022  ha scritto a questo proposito:

“…oltre a sottolineare l’importanza di condannare in modo fermo ogni aggressione contro un qualsiasi popolo o Stato, – sia esso l’Ucraina, l’Iraq o lo Yemen – è necessario rifiutare la legittimità di tutte le sfere di influenza, tanto le ‘nostre’ quanto quelle degli ‘altri’, chiunque siano i nostri ‘altri’. Per un verso ciò ricorda l’importanza di adottare una comprensione più coerente della politica internazionale e, dall’altro, rappresenta un’ulteriore conferma del fatto che il cosiddetto ‘ordine atlantico’, impostosi negli ultimi decenni, non è più sostenibile, nella misura in cui è sempre più osteggiato da un’ampia maggioranza della popolazione mondiale. Questa è anche la ragione per la quale i paesi dell’Africa, l’India e la Cina non si sono uniti ai paesi occidentali nel sanzionare la nefasta aggressione russa.”

Credo che per costruire realmente la pace sia necessario ampliare lo sguardo, perché se ci si limita allo scenario di guerra si finisce in un vicolo cieco senza sbocco. Le trattative e gli eventuali accordi bilaterali, affidati solo ai paesi belligeranti non possono che essere fondati sui rapporti di forza.

Spetta quindi alla comunità internazionale garantire la sicurezza tra i popoli e le Nazioni. Per raggiungere  questo obiettivo servono  alleanze militari contrapposte o uno sforzo collettivo che coinvolga tutti i Paesi nella ricerca di un nuovo patto di sicurezza e di pace, superando gli attuali squilibri tra potenze e aree geografiche?

Scrive ancora il prof Kamel nell’articolo già citato: “I rappresentanti politici della vasta maggioranza della popolazione mondiale (e non, semplicemente, “alcuni paesi autocratici”) sono sempre più critici riguardo al sistema finanziario mondiale (il 95% delle riserve monetarie globali è detenuto in valute occidentali) e ritengono che i tempi siano maturi per un ripensamento delle relazioni internazionali e degli ordini globali ”. E’ giusto e vantaggioso affidare alla guerra questo ridimensionamento che la potenza militare americana non potrà comunque arginare per molto tempo? Affrontare questo problema in modo serio sul piano diplomatico può contribuire a isolare Putin nelle sue mire di potenza?

Il  Centro per la Riforma dello Stato, la Fondazione Basso e la rivista Alternative per il Socialismo hanno avanzato una proposta articolata riguardante la convocazione da parte dell’Unione Europea di una Conferenza, sul modello di quella di Helsinki del 1975, con il forte coinvolgimento dell’ONU a cui invitare  tutti gli Stati e le potenze mondiali, senza preclusioni di parte, perché si arrivi a un nuovo trattato sulla sicurezza internazionale e la cooperazione in Europa e nel mondo. Questa proposta ha qualche possibilità di successo? Ci sono altri che ne hanno avanzate di analoghe  o migliori? C’è qualcuno che stia oggi seriamente lavorando sul piano politico per una  pace che non preveda la vittoria sul campo di una delle parti?

Quel che è certo è che la politica e il diritto internazionale sopravviveranno alla guerra solo se saranno in grado di ripudiarla con iniziative e azioni concrete ed efficaci volte a stabilire  il diritto internazionale. Per questo di una cosa sono sempre più profondamente convinto: occorre rifiutare con forza e determinazione  il falso realismo di chi si ostina a pensare, contro ogni evidenza, che affidarsi alle armi per risolvere i conflitti internazionali sia una via da seguire o, addirittura, l’unica via possibile.

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1 commento
  1. redazione
    redazione dice:

    Carissimo Pierluigi, poni tante domane. Per alcune non ho risposta, per molte altre sì, o meglio ho cercato di farmene una ragione, capire il perché, che non significa affatto giusticare o dare ragione. In particolare m’interrogo sempre sul perchè a distanza di 2000 anni il messaggio di Cristo, che si rivolgeva alle persone, al loro comportamento verso Dio, la famiglia, il prossimo, sia sempre di primaria attualità. In particolare: cosa intedesse Gesù allora per “il tuo prossimo” e cosa pensiamo noi oggi. Un messaggio che rimane lontano dall’essere diffuso e praticato a livello di massa nel mondo. E poi mi chiedo perchè rimanga così forte la metafora meravigliosa e nel contempo drammatica della libertà e della tragedia conseguente tra Caino e Abele. Da dove l’umanità e dove si dirige. Su queste cose come su tanti tuoi interrogativi penso che serva, come un tempo è stato, il confronto vivo, faccia a faccia, dove con le parole contano gesti, gli sguardi, l’espressioni del viso. Un coinvolgimento dell’anima si potrebbe dire.
    Mi sento invece di poter rispondere – da tastiera – a quanto tu specifichi nell’ultimo paragrafo sul diritto internazionale.
    Il mio pensiero è questo. La violenza, come il suo oppossto la fraternità, fanno parte della storia da cui proveniamo, appunto da Caino e da Abele, siamo in cammino perseguendo utopie che danno la forza di camminare. Servono i concetti morali e la forza dell’etica come il ripudiare la guerra. Ma più ancora servono, anzi in primo luogo, le mediazioni politche e cultuarli nei popoli e tra le istituzioni per dare concretezza operativa all’art. 51 della carta costitutiva dell’Onu, che riconosce la legittima difesa dell’aggredito per il debito tempo necessario ad intervenire delle nazioni unite per derimere i conflitti.
    C’è scarsa discussione sulla riforma dell’ONU che per essere tale deve risolvere due grandi nodi preliminari: abolire il diritto di veto delle grandi potenze vincitrici dell’ultima guerra mondiale e poi dotarsi di un autonomo e ben organizzato (come professionalità e numero) esercito di caschi blu sia per l’intervento umanitario, per situazioni preesistenti o che s’innescano al sorgere dei conflitti, sia militare in grado di agire come interposizione nei conflitti aperti, anche utilizzando la forza contro la violenza.
    La strada della nonviolenza è un capitolo che si pone ad un livello superiore, che richiede trasformazioni culturali e sociali per le quali è necessario un tempo ben più lingo. Dobbiamo avere due prospettive: quella lungimirante e utopica per dare forza al nostro cammino e quella di cosa fare hic et nunc,qui e ora, nel tempo degli accadimenti e della nostra vita.
    Ciao un abbraccio Adriano

    così era rivolto al comportamento individuale delle persone verso il prossimo

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