Pane duro per il volenteroso autodidatta questa antropologia del militante novecentesco che Franco Milanesi ha il coraggio non impertinente di gettarci tra i piedi proprio mentre assistiamo o partecipiamo raggelati agli ultimi atti della tormentata esistenza rifondarola.Nato sul magmatico pianeta del ribellismo antiborghese, il miles è un prodotto originale del secolo scorso. Può essere per la classe o per la nazione, ma subito si è presentato come ambigua miscela tra ispirazione elitaria e febbrile tensione divulgativa.

 All’alba è intraprendente scalata della parte che prima del tramonto ambisce già ad assorbire e a compendiare il tutto. E’ professione fredda e passione accanita. E’ separazione del privilegio o dell’eroismo, o immersione pauperistica nell’umiltà dell’anonimato. E’ carisma e proliferazione di “misere lotte” tra capi “per la visibilità del potere”. E’ guerra e scuola di civilizzazione del conflitto. E’ pretesa di convertire e di possedere la verità. E’ cinismo o odio gramsciano per gli indifferenti e il loro “piagnisteo da eterni innocenti”. E’ spirito sacerdotale e gerarchia da caserma. E’ esercizio di previsione e ribellione al destino. E’ conflitto distributivo, ma anche tensione verso una nuova umanità, non solo richiesta del proletario che dice al borghese di alzarsi per potersi sedere allo stesso tavolo.

Proiettata alla trasformazione e non ridotta alla sapiente gestione burocratica dell’esistente, questa militanza novecentesca riabilita l’ideologia, intesa come “un insieme fortemente connesso di insofferenze per il reale, di volontà di azione e di continua tensione teorica” votata ad un perenne “inquieto cercare”. Franco Milanesi sembra volerci dire che l’armonia fra oggi e domani, fra rivendicazione e rivoluzione, fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta sia stata effettivamente alla nostra portata nella breve stagione a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta.

Ma non è stata solo la rivoluzione dall’alto del capitale sulla via della globalizzazione a interrompere il sogno. Nelle pieghe di quella generosità si era insediato un micidiale gene distruttivo che Milanesi analizza con spietato disincanto. Il partito si è trasformato da mezzo in fine divenendo per i militanti un soggetto semisacralizzato. Il dissenso si è trasformato in eresia e il confronto interno in “ricerca di eliminazione delle deviazioni”. L’identità non è più ciò che sa far lottare e stare insieme gli sconosciuti, ma “reductio ad unum della pluralità”. Lo stalinismo, una delle “grandi ossessioni della politica moderna”, è stato una “sistematica eliminazione del particolare concreto a favore dell’universale astratto”. Amaramente Koestler concludeva che “tutti i nostri principi erano giusti, ma i risultati sono sbagliati. Abbiamo portato al popolo la libertà ed essa appare nelle nostre mani come una sferza”. Ma lo stalinismo si è anche europeizzato concretizzandosi nella scorciatoia tragica della violenza “che non è perdita di contatto tra fini e mezzi – osserva Milanesi – ma si regge sull’idea di un loro rapporto immediato” per cui burocrate e terrorista “appaiono l’uno il sogno dell’altro”. Tutto vero e dolorosissimo, anche se non bisogna esagerare per non cadere nella rete di chi punta a una comoda demolizione in blocco del comunismo, con la scusa della scontata condanna dello stalinismo. I conti non tornano. Basterebbe fare un giro nella Romagna di fine Ottocento e si scoprirebbe che da quelle parti socialisti e anarchici arrivarono da soli al delitto politico per eliminare il nemico interno senza bisogno di aspettare gli illustri esempi forniti nei decenni successivi dalle conclamate emergenze sovietiche. E quando, a metà degli anni Sessanta, Bruno Storti seppe degli incontri segreti fra Lama e Macario e volle stroncare i fermenti unitari dei metalmeccanici, trovò sulla sua strada Cesare Delpiano e Vincenzo Scotti che lo accusarono di aver importato il centralismo democratico nella Cisl: difficile partorire un’accusa più infamante, per quei tempi e per quegli ambienti. Dunque, non facciamo i furbi, perchè la lotta politica offre sempre alla portata di tutti una scorciatoia burocratica e amministrativa utile a tappare la bocca all’opposizione interna. Meglio rendersi conto dei rischi che si corrono – avrebbe detto il commissario Kim di Italo Calvino – marciando troppo a ridosso di quella ruota che rischia di schiacciarci.

E oggi? C’è ancora chi si attarda a discutere per decidere solennemente che il ruolo di un partito è vivo solo se autonomo, cioè solo se certificato in soldoni dalla presenza di eletti in Parlamento con il contrassegno non contrattato con i concorrenti più vicini. In tanto squallore stiamo precipitando. E’ così che la militanza è scaduta a “non senso e solitudine” . E’ così che la politica è divenuta una “parcellizzata pratica di gestione locale, bersaglio della lamentatio, oppure oggetto di interesse transitorio, rivolto a qualche personaggio che attraversa lo spazio pubblico”. Lavoro morto che schiaccia lavoro vivo, aggiungo io. Energie dissipate. Saggiamente Milanesi scrive che non si deve attendere “il tempo di un futuro radioso, ma è il tempo che attende il soggetto e lo sollecita” al pensiero e all’azione. L’importante è non cedere “alle sirene adattative che sollecitano alla passività”. L’importante è non lasciarsi soggiogare dalle “litanie sull’invecchiamento degli strumenti interpretativi” che risuonano noiosamente come “giustificazione all’inazione”. L’importante è guidare il passaggio “dall’agonico citius, altius, fortius   (più velocemente, più in alto, con più forza) al lentius, profundius, suavius (più lentamente, più in profondità, con più dolcezza)” di cui parlava Alex Langer. In altri termini, vorrei dire: col tempo, dal basso e con gli altri.

Vittorio Foa ha scritto nella sua Gerusalemme rimandata che “se si vuole salvare l’idea del cambiamento, la stessa Gerusalemme, bisogna rileggere il presente, scorgere in esso il futuro, non separare più il domani dall’oggi, riscoprire Gerusalemme attorno a noi, dentro di noi”. Non dobbiamo consumarci nell’attesa del Messia, perchè è da una vita che il Messia aspetta noi.

 

F. MILANESI, Militanti Un’antropologia politica del novecento, Edizioni Punto Rosso, Milano 2010.

 

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