Brutte notizie dal brasile, titola la rivista francese Alternatives Economiques. La domanda che l’articolo pone è inquietante. Petrobrás, il gigante petrolifero brasiliano, sta facendo crollare l’economia del paese? Prima di subire gli effetti devastanti della caduta del prezzo del petrolio e di essere associato ad un gigantesco caso di corruzione, il gruppo petrolifero era diventato la chiave di volta dell’industria nazionale.

Creato nel 1953 sotto la presidenza di Getulio Vargas, Petrobrás è stato uno strumento di politica energetica e industriale per lo stato brasiliano. Gli investimenti fatti negli anni 70 permisero alla società di forare il fondale marino a 3000 metri di profondità che arrivarono a 7000 con gli interventi fatti nel 2000. Nel 2007 venne scoperto un nuovo grande giacimento di petrolio nell’oceano. Le riserve passano da 10 miliardi di barili del 2003 ai 15,6 miliardi del 2014. Il doppio delle riserve messicane.

Con l’obiettivo di raddoppiare la sua produzione Petrobrás si lancia sui mercato finanziario per accumulare liquidità per lanciare un gran piano di investimenti dell’ordine di 224 miliardi di dollari, il 10% del PIL del paese. Nel 2010 effettua il più grande aumento di capitale del dopoguerra: 70 miliardi di dollari alla borsa di S. Paolo e diviene la prima multinazionale dell’America del Sud.

Ma problemi tecnici abbassano in modo imprevisto la produzione e alzano i costi. Il governo blocca il prezzo della benzina. Si apre un debito che nel 2013 raggiunge i 100 miliardi di dollari. La decisione degli sceicchi nel 2014 e la rivelazione di un enorme scandalo di corruzione finiscono per far calare dell’88% in cinque anni il titolo in borsa. L’azienda ha recentemente annunciato disinvestimenti nell’immediato futuro.

Le difficoltà di Petrobrás rischiano di portare un serio colpo all’intera economia brasiliana. L’azienda rappresenta da sola il 5% del PIL. Si temono ricadute in serie data la posizione centrale dell’azienda nel sistema industriale. Fedele ad una politica economica “volontarista”, il governo di Dilma Roussef aveva in effetti, imposto nel 2010, con voto legislativo, la presenza di Petrobas in ogni progetto nel settore petrolio. Il PT ha anche, nelle sue proposte di politica economica, fatto del settore petrolifero il motore per l’industria aumentando il minimo obbligatorio di “contenuto locale” per ogni progetto. Se questa misura ha permesso di salvare parti intere dell’industria brasiliana, i cantieri navali ad esempio, ha però conferito al settore petrolifero un peso esorbitante nell’economia del paese.

E’ difficile stabilire il montante esatto delle perdite, il bilancio del terzo trimestre 2914 non è ancora stato pubblicato con il rischio, se gli azionisti richiedessero il rimborso, di default dell’impresa. L’effetto domino è però già cominciato. Aziende implicate nei rapporti corrotti con Petrobas rischiano il fallimento. L’affare Petrobrás sta creando un clima deleterio che scoraggia investimenti stranieri. Anche il banco do Brazil  può essere coinvolto. Infine i fondi di pensione degli impiegati di Petrobrás nello stato di Rio de Janeiro, sono in difficoltà: 30% dei ricavi dipendono dalle royalties versate dalla società.

Le conseguenze sociali. La crisi può avere conseguenze pesanti su occupazione e servizi. Si prevedeva un aumento consistente dell’occupazione nel settore petrolio da oggi al 2020 da parte delle aziende della filiera. Sta invece accadendo il contrario, alcuni gruppi in mancanza di prestiti, licenziano.

Il problema più inquietante per il governo è comunque rappresentato dalla riduzione a venire dei progetti sociali. Dilma Rousseff aveva fatto passare nel 2013 una legge che stabiliva l’uso delle royalties petrolifere per i settori sanità e educazione. Già indebolita dalla politica ultraortodossa del ministro delle finanze J. Levi, la politica sociale del PT rischia di pagare i conti dell’ingordigia petrolifera. Facile prevedere nuove proteste e movimenti di massa analoghi a quelli del 2014.

Questo articolo è stato estratto da Le Brésil malade de Petrobras Florent Detroy Alternatives Economiques n° 345 – avril 2015, tradotto e sintetizzato da Toni Ferigo.

 

 

 

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