La cultura della prevenzione manca da decine di anni al Servizio Sanitario e al Sistema Ispettivo. Manca purtroppo anche al Sindacato. Così le morti sul lavoro sono una triste costante del nostro paese con lunga catena degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali che si scoprono…a scoppio ritardato dalla vita lavorativa. Questo insieme di problemi diventano notizia di cui occuparci solo quando accadono fatti come quelli drammatici di questi giorni: la straziante morte di  Luana D’Orazio, operaia di 22 anni, risucchiata in una pressa mentre lavorava in un’azienda tessile di Montemurlo, e poco dopo quella di un imprenditore di una piccola azienda schiacciato da una lastra in un cantiere edile. E poi altri morti, fino a 10 in una settimana, “.. una contabilità insopportabile, per la seconda manifattura d’Europa e la sesta democrazia d’Occidente…“. Così commenta Massimo Giannini iniziando l’editoriale “Dov’è finita la civiltà del lavoro”. (v.allegato)

Dopo i presidi e gli scioperi territoriali che sono seguiti agli eventi mortali sul lavoro, le tre Confederazioni hanno convocato un’ Assemblea nazionale Cgil Cisl Uil sulla Sicurezza per Mercoledì 12 Maggio, per assumere ulteriori iniziative e dare concretezza al monito “Fermiamo la strage nei luoghi di lavoro”. È bastato che la morsa della pandemia allentasse lievemente la sua presa e consentisse di riprendere in modo più regolare tutte le attività lavorative, con i ritmi e i carichi di lavoro di sempre, che il dramma delle morti sul lavoro, per cause altre dal COVID-19, si riproponesse nella drammatica ‘ordinaria’ frequenza”, si legge nella nota di Cgil, Cisl e Uil firmata dai segretari confederali Rossana Dettori, Angelo Colombini e Ivana Veronese. “All’assemblea parteciperanno i nostri rappresentanti, RSA/RSU- RLS/RLST, perché è grazie a loro e attraverso di loro, impegnati ogni giorno sui posti di lavoro, che il cambiamento a cui puntiamo potrà realizzarsi, agendo soprattutto con la contrattazione, il presidio e l’impegno di energie fisiche e intellettuali”. Con l’assemblea unitaria Cgil, Cisl e Uil hanno aperto una grande vertenza che porti in tempi brevi a un vero e proprio patto con governo e imprese, per un vero e proprio Statuto per la sicurezza. Per RIVEDI LA DIRETTA

La morte sul lavoro turba sempre per più ragioni. La gran parte dei rischi sono prevedibili ma non esiste il rischio zero e ciò dovrebbe far meditare sull’assenza della cultura della prevenzione che è il vero antidoto. Il più delle volte la responsabilità primaria è dell’imprenditore o di chi è preposto alla sicurezza  ma  in più casi esiste anche la corresponsabilità del lavoratore o dell’imprenditore-lavoratore, come ad esempio in agricoltura con l’utilizzo di macchine e trattori. E in tanti incidenti non mortali. Su questi problemi è molta elevata la reticenza. Per quanto riguarda gli infortuni e le morti nell’ambito del quotidiano lavoro domestico (stimati anni fa in cifre di gran lunga superiori a quanto avviene nelle aziende, cantieri, campagna) esiste una coltre di silenzio.

Il sindacato è sonnolente nel promuovere una cultura della prevenzione e si risveglia, anche con grande retorica, quando accadono gravi incidenti e morti sul lavoro, e gli scioperi “postumi” hanno l’aspetto di un rituale “salva coscienza”. A volte più che lo sciopero reale “postumo” potrebbe avere più valore uno sciopero virtuale ( non solo nell’azienda dell’evento tragico) con l’equivalente delle ore trasformate in euro, per un atto di solidarietà, da dare alla famiglia del lavoratore deceduto sul lavoro. E tale atto di solidarietà può rendere ancora più forte la protesta.

Sulla morte sul lavoro di Luana e sulle altre morti avvenute in pochi giorni Savino Pezzotta ha pubblicato su Il Riformista, l’articolo che segue.

Il drammatico caso di Luana: così il lavoro è diventato mortale.

È possibile che lavorare molte volte si associ alla morte? Può sembrare questa una domanda paradossale, ma nella realtà è purtroppo così.

Lasciamo parlare l’Inail che ha il compito di prevenire gli infortuni e le morti sul lavoro : “sul primo trimestre del 2021 parla chiaro: le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’istituto entro il mese di marzo sono state 185, 19 in più rispetto alle 166 registrate nel primo trimestre del 2020 (+11,4%), effetto, sottolinea l’Inail, degli incrementi osservati in tutti i mesi del 2021 rispetto a quelli del 2020.”

Nella realtà significa che  due persone ogni giorno muoiono mentre adempiono al loro lavoro.

 A livello nazionale i dati rilevati dall’Inail al 31 marzo evidenziano per il primo trimestre un decremento riguarda solo quelli che si infortunano mentre  recano al posto di lavoro, passati da 52 a 31, mentre quelli avvenuti durante il turno lavorativo sono stati 40 in più (da 114 a 154).

L’aumento ha riguardato tutte e tre le gestioni assicurative dell’Industria e servizi (da 146 a 158 denunce), dell’Agricoltura (da 11 a 16) e del Conto Stato (da 9 a 11). Dall’analisi territoriale emerge un aumento di due casi mortali nel Nord-Ovest (da 45 a 47), di quattro nel Nord-Est (da 34 a 38) e di 11 casi sia al Centro (da 23 a 34) che al Sud (da 47 a 58). Nelle Isole, invece, si registra un calo di nove decessi (da 17 a 8)

Questo dramma ha avuto bisogno della morte di una giovane fanciulla per diventare una notizia di cui occuparsi. La morte di  Luana D’Orazio, morta a 22 anni perché risucchiata in una pressa mentre lavorava in un’azienda tessile di Montemurlo, in provincia di Prato, ci ha reso consapevoli che oggi per guadagnarsi la vita e proiettarsi verso il futuro per molti significa la morte o essere feriti , mutilatati molte volte  dovuto alla mancanza delle misure di sicurezza.

Luana ha aperto una finestra su una realtà drammatica, ma prima di lei, il 29 aprile scorso, in poche ore si era verificata una strage:

  • nel deposito Amazon di Alessandria, una trave aveva ceduto investendo sei persone e causando un morto e cinque feriti.
  • nel porto di Taranto nelle  stesse ore aveva perso la vita un gruista di 49 anni, precipitato sulla banchina;
  • a Montebelluna (Treviso) un operaio di 23 anni era stato investito da un’impalcatura, morendo sul colpo;
  • il 4 maggio in una fabbrica di Busto Arsizio un uomo di 49 anni è rimasto schiacciato da un tornio meccanico.

In meno di una decina di giorni quattro persone hanno perso la vita sul lavoro. E questo è avvenuto per caso o, come sostengono i soliti benpensanti, per  imperizia? O dietro a queste morti c’è qualche cosa che le alimenta e le  giustifica?

Mi rendo conto che quando si cercano le ragioni profonde dei drammi sociali si rischia di essere accusati di fare una operazione ideologica. Resto comunque convinto  che un poco di ideologia sarebbe oggi necessaria per interpretare e conoscere la realtà che ci circonda e che condiziona la nostra vita. Mai come in queste giornate siamo moralmente obbligati a farlo innanzi a una situazione in cui la politica si diletta a discutere se i ristoranti si devono chiudere un’ora prima o un’ora dopo, senza domandarsi quante sono le persone che oggi possono permettersi il lusso di andare al ristorante , visto che con la pandemia e la disoccupazione  sono diminuiti i redditi dei ceti popolare ed è cresciuta la povertà.  

Forse è arrivato il tempo di rimettere le questioni sociali con i piedi per terra, visto che le prospettive della nostra economia non sono tanto rosee.  Migliori condizioni di lavoro, strumenti di partecipazione al potere aziendale dei lavoratori e livelli salariali dignitosi promuovono la produttività, riducono l’assenteismo e quindi abbassano i costi e contribuiscono ad affrontare con maggior slancio i problemi che incombono.  Inoltre, quando c’è un salario  minimo definito contrattualmente s’incoraggiano le aziende a migliorare la loro capacità produttiva e innovativa, e a rendere più sicuro il lavoro e eliminare i “lavori cattivi” e rischiosi.

Tocca ora alla politica cogliere e tradurlo in atti normativi chiari la dichiarazione della mamma della ventiduenne Luana: “Lavorava per costruirsi un futuro”. Si tratta di rendere sempre di più il lavoro strumento e possibilità di costruire il futuro personale e collettivo.

C’è dunque un dovere civile e morale di evitare che le morti sul e durante il lavoro diventino parte del “panorama patologico” dei nostri tempi e del lavoro futuro. In questi ultimi anni si è puntato in modo ossessivo sulle competenze  personali, senza avere strumenti formativi adeguati, e la meritocrazia generando forme di autosfruttamento per potersi garantire un’occupazione, una carriera, che per guadagnare qualche euro in più.

I carichi di lavoro sono comunque cresciuti ovunque generando situazioni di stress che molte volte sono causa di incidenti sul lavoro. Nel lavoro di oggi non c’è solo la fatica fisica ma cresce, anche per l’uso delle nuove tecnologie, quella psicologica, inoltre dobbiamo tenere presente che l’estendersi della disoccupazione, il timore dei licenziamenti, l’essere collocati in Cassa integrazione genera disagio e sofferenza e che per reggere la tensione richiesta  per il raggiungimento delle performance aziendali, sociali e individuali, sorgono malattie psicologiche e stati depressivi. La depressione, anche a seguito dello stress generato dalla pandemia, dalle chiusure, dal distanziamento  è diventata la malattia del lavoro.

Vi è dunque la necessità che si apra un confronto sociale e politico sull’attuale e futura organizzazione del lavoro, senza negare l’apporto delle nuove tecnologie digitali e senza assegnare ad esse più di quanto realmente gli competa. E’ di questo che dovrebbe occuparsi con maggior rigore il sindacato.

La più importante operazione da mettere attualmente in campo è quella politico-culturale nei confronti dell’ideologia neoliberista che ha pervaso la società e che condiziona i comportamenti delle persone. All’interno dell’ordine neoliberista, i lavoratori  sono considerati solo come forza lavoro o come consumatori, per cui la stessa scuola è vista di fatto come preparazione di addetti al mercato del lavoro e pertanto resi dipendenti di chi comanda su tale mercato, mentre avremmo bisogno di una scuola che educhi all’umano e allo spirito critico e di ricerca.

Quello che vale per la scuola dovrebbe valere per l’intero welfare che deve essere orientato verso la dimensione della cura e della relazione solidale.

Ecco, dunque la necessità che le politiche neoliberiste e la cultura economicistica che le regge siano sottoposte ad un’analisi decostruttiva che porti a scoprire l’indecostruibile che consiste  nel significato umano dell’economia e del lavoro.

 Più ci si attarderà ad intraprendere questo percorso il valore umano e dignitario del lavoro  sarà costantemente minimizzato e così non si frenerà la mortalità delle persone al lavoro, perché il fine non sarà il ben -essere delle persone ma  la massimizzazione del profitto privato.

Savino Pezzotta su il Riformista 7 maggio 2021

Link e articoli correlati

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-103/le-chiamano-morti-bianche.html

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/quattro-morti-sul-lavoro-e-un-disperso

1 commento
  1. redazione
    redazione dice:

    Il sindacato può fare molto in materia di prevenzione degli infortuni e delle morti sul lavoro. In primo luogo rendere pubblica l’attività svolta dalle decine di migliaia di Rappresentanti Sicurezza Lavoro, che sono eletti o designati – per una specifica norma legislativa – nelle aziende. A tutt’oggi non esiste un’anagrafe pubblica etantomeno rapporti periodici della loro attività. Quante sono le denunce fatte? In occasione del Recovery Plan, che si sappia, il sindacato non ha presentato nessun programma strategico per sviluppare la cultura della prevenzione, che richiede un vasto piano di formazione periodica sia per le Rls sia per i lavoratori tutti. Un monte ore di gran lunga superiore alle poche ore attuali, che siano retribuite direttamente dal bilancio degli ammortizzatori sociali in particolare per piccole e medie aziende. Un programma strategico della prevenzione che preveda congiuntamente il potenziamento e la trasformazione del ruolo degli ispettori del lavoro, sia per le prerogative sottolineate dal Presidente dell’Inail nell’intervista rilasciata a La Stampa, sia per un loro ruolo di saper indicare soluzioni (prescrizioni) alle aziende e alle Rls, prima di attuare le sanzioni a fronte di inadempienze. Per modificare radicalmente il trend degli eventi che in cinquant’anni nonostante l’avvento dello Statuto dei Lavoratori – ha prodotto circa 60.000 morti ufficiali per infortunio. Senza contare quelli deceduti anzitempo per malattie professionali Tumori, Bronchiti croniche ostruttive, ecc.) e molti altri sono rimasti menomati e invalidi. Il sindacato può fare molto, molto di più della buona letteratura. Ne ha le possibilità e gli strumenti per incidere sulla modifica della organizzazioe del lavoro e dei servizi di prevenzione. Adriano Serafino

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