L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) è un organismo indipendente costituito nel 2014 per svolgere analisi e verifiche sulle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica del Governo e di valutare il rispetto delle regole di bilancio nazionali ed europee. https://www.upbilancio.it/

Sui dati recentemente elaborati dall’Upb su occupazione e posti di lavoro più a rischio, Claudio Tucci in “Dal contratto di espansione alla Cig: tutte le alternative al licenziamento da luglio”, pubblicato su Il Sole e qui riprodotto, descrive in sintesi e con chiarezza l’attuale quadro normativo.

Il premier Mario Draghi ha confermato che da luglio si sbloccano i licenziamenti economici (individuali e collettivi) per i settori coperti dagli ammortizzatori ordinari (industria ed edilizia). Ma dal 1° luglio quindi cosa accadrà? Nei giorni scorsi è arrivata la prima risposta obiettiva. A darla è stato l’Upb, stimando “a rischio” non più di 130mila posizioni. Numeri drammatici, certo, ma contenuti, rispetto agli allarmi di questi mesi (1 milione o più di posti di lavoro a rischio). Secondo i tecnici dell’Upb, il recupero di regimi ordinari di attività economica, e la possibilità per le imprese di industria e costruzione di accedere alla cig con le causali tradizionali con contatori azzerati concorrerebbe a ridimensionare la platea dei dipendenti che potrebbero essere licenziati.

La cig riparte da zero – La stessa Confindustria, del resto, è sempre stata cauta e a più riprese ha ripetuto che non ci sarebbe stata una ondata di licenziamenti quest’estate, chiedendo però con forza al governo di mettere in campo strumenti adeguati, a partire dalla riforma degli ammortizzatori e al decollo delle politiche attive, per gestire al meglio la fase di transizione. Anche oggi, 10 aprile, il vice presidente degli industriali, Maurizio Stirpe, ha incalzato il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, a «entrare nel merito della discussione. Questo mi fa pensare – ha aggiunto Stirpe – che continuare a ragionare sul blocco dei licenziamenti e a rimandare il momento di affrontare questo problema sia una strategia miope, ci porterà a dover affrontare più problemi». Per questo si punta molto sulla Cig, che da luglio riparte da zero, avendo così le imprese manifatturiere tutte le settimane a disposizione (gli ammortizzatori ordinari durano 24 mesi, elevabili in determinati casi a 36).

Cosa accade fino al 30 giugno – Fino al 30 giugno, c’è invece la Cig Covid-19, senza l’obbligo di versamento del contributo di tiraggio, come previsto dal decreto Sostegni. Le imprese coperte dalla Cig possono fruire di ulteriori 13 settimane, che si aggiungono alle 12 già concesse dalla legge di bilancio: in totale 25 settimane fruibili entro giugno. Quelli coperti dai Fondi bilaterali o sprovvisti di copertura potranno fruire di 28 settimane tra aprile e dicembre, che si aggiungono alle 12 già concesse dalla legge di bilancio utilizzabili entro giugno, per un totale di 40. Inoltre, per i lavoratori dipendenti agricoli ci sono altre 120 giornate di Cisoa Covid-19 (la cassa agricola) sfruttabili tra aprile e dicembre, che si aggiungono alle 90 già rese disponibili dalla legge di bilancio per i mesi da gennaio a giugno. L’estensione della cassa Covid-19 è stimata costare circa 6 miliardi, di cui 3,7 di prestazioni dirette e 2,3 di contribuzione figurativa. Con il decreto Sostegni anche il blocco dei licenziamenti individuali e collettivi per motivazioni economiche è prolungato in maniera differenziata: sino al 30 giugno, come detto, per i datori di lavoro coperti dalla cig e sino al 31 ottobre per quelli interessati dai Fondi bilaterali o privi di copertura e per gli agricoli.

Contratti d’espansione “a maglie larghe” – Oltre alla Cig, un altro strumento per gestire la fase di transizione, dal 1° luglio, è il contratto di espansione, lo strumento per gestire le riorganizzazioni aziendali, introdotto nel 2019. Si tratta di un accordo da siglare in sede governativa, che può prevedere la possibilità dell’uscita dal lavoro per i lavoratori ai quali mancano cinque anni per maturare i requisiti pensionistici, e – contestualmente – assunzioni di giovani e piani di formazione per i lavoratori impiegati in azienda. La manovra 2021 ha previsto la possibilità di attivarlo per le aziende da 250 dipendenti. Si starebbe ragionando su ulteriori modifiche per renderlo più appetibile, magari abbassando la soglia dimensionale a 150 o 100 addetti (l’operazione, secondo le primissime stime del governo, costerebbe tra i 600 e gli 800 milioni di euro). A chiedere al Governo un potenziamento del contratto di espansione sono tutte le parti sociali. L’intervento, che ha un orizzonte di spesa pluriennale, si dovrebbe varare con la prossima legge di Bilancio.

Rafforzare i contratti di solidarietà – Un altro strumento per gestire le riorganizzazioni post 30 giugno sono i contratti di solidarietà. Qui per un loro rafforzamento premono con forza i sindacati, in particolare la Cgil, che ritiene questi strumenti di integrazione al reddito un vero e proprio salvagente per i lavoratori (che comunque reintegrano in parte il taglio allo stipendio) in vista dei piani di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale.

Decollo delle politiche attive – C’è poi il tema del decollo delle politiche attive, e in primis dell’assegno di ricollocazione. Nei giorni scorsi il ministro Orlando ha incontrato le regioni per accelerare. Il ministro è intenzionato a costituire un tavolo tecnico con regioni e province autonome finalizzato a definire la struttura dell’assegno e il suo funzionamento operativo, armonizzando la necessaria cornice nazionale alle prassi sviluppate dalle regioni nell’ambito delle loro competenze in materia di politiche attive e di formazione professionale. Il tema è delicato perché consentirebbe ai lavoratori una più facile riqualificazione e ricollocazione, dopo che la manovra 2021 ha investito, complessivamente, nelle politiche attive altri 500 milioni.

Formazione mirata al reinserimento lavorativo – Altro strumento utile sono i patti territoriali per la formazione. In parallelo alla realizzazione del piano di potenziamento dei centri per l’impiego e al varo del nuovo assegno di ricollocazione, il governo sta spingendo su una stretta collaborazione con gli enti territoriali per promuovere i patti territoriali per il miglioramento del livello delle competenze, la riqualificazione della forza lavoro e il contrasto al mismatch tra domanda e offerta di lavoro, con un modello di governance che valorizzi la funzione di indirizzo e coordinamento dello stato e rispetti la competenza esclusiva delle regioni in materia di formazione. Anche questo un tema delicato, visti gli insuccessi di anni. Ma quanto mai strategico specie nella riconversione di migliaia di lavoratori non solo post pandemia, ma anche per spingere il 4.0, l’internazionalizzazione, e transizione digitale ed economia green (su questi ultimi due settori, il Recovery Plan prevederà svariati miliardi). Il Sole 24 ore – 4 aprile 2021

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