Voto operaio:60% Afd!
L’intervista allo scrittore Ingo Schulze, su Il Corriere della Sera, e il lungo articolo di Francesco Seghetti, Presidente di Adapt, consentono un campo di analisi, oltre lo schematico linguaggio partitico, sul voto popolare e sul voto operaio che hanno consentito il trionfo elettorale di Alternative für Deutschland (ADF) – Alternativa per la Germania -. Schulze inizia con un richiamo «Hanno riempito tutti i vuoti a Est. Definirli fascisti non serve a niente». Seghetti nella seconda parte e nel finale della sua anlisi s’interroga sulle ragioni e sulle responsabilità del sindacato che hanno portato all’ADF il 60% del voto operaio, nonostante che quel partito ostenti simboli e definizioni gìà utilizzate dal nazismo. Più del richiamo al passato nel voto ha contato un presente che non va, con numerose insidie e insicurezze.
Ingo Schulze, 63 anni, è tra i maggiori scrittori, e drammaturgo, dell’ex Germania Orientale (Ddr), nato a Dresda il 15 dicembre 1962. È considerato una delle voci letterarie più importanti della Germania riunificata – https://it.wikipedia.org/wiki/Ingo_Schulze

Ha rilasciato, nel giorno del voto, un’intervista a Maria Gergolet, per il Corriere della Sera. Con il programma elettorale di ADF, teme «danni enormi alla cultura e alla scuola» e ricorda che «nell’ovest “i russi” sono sempre stati una parola che evocava paura, nella Ddr era diverso».
Così inizia « MAGDEBURGO – «L’AFD vede nell’est una Germania originaria, senza stranieri», dice Ingo Schulze. Non pensava alla vigilia che l’afd ottenesse la maggioranza, e ora che è sulla soglia dell’impensabile, è frastornato, come tutti. Con l’Est, o meglio con la Ddr, Schulze è associato da sempre, fino a essere lo scrittore più rappresentativo uscito da quelle terre. «Ho sempre scritto della Ddr in relazione al mondo dopo il 1990. Per me è stata, e continua a essere, uno sfondo che permette di comprendere meglio le ovvietà del presente». È proprio in queste terre che l’afd sta dilagando.
La AFD si è riappropriata di quel passato comune? Cancellando, al contempo, tutto quello che la Ddr aveva di violento e repressivo?
«La mia tesi è sempre stata che proprio l’immagine che ci facciamo della Ddr contiene anche un potenziale per contrastare la destra, o l’estrema destra. Si tratta di ricordare ciò che vi era di progressista: l’educazione dei bambini, l’uguaglianza tra uomini e donne, il sistema sanitario, molti aspetti del diritto di famiglia e, più in generale, tutto ciò che riguardava i servizi pubblici. Non sono questi, però, gli aspetti su cui insiste l’Afd. L’AFD vede nell’est una Germania originaria, senza stranieri. È difficile opporsi a questa narrazione se ci si limita a ricordare soltanto il carattere repressivo della Ddr».
Ritiene giusto definire l’afd fascista?
«Non amo queste etichette, perché ci fanno pensare immediatamente al nazionalsocialismo. Bisogna fare lo sforzo di descrivere l’Afd con maggiore precisione. Se dovesse arrivare al potere, provocherebbe enormi danni soprattutto nell’istruzione e nella cultura, prima ancora di fallire. La sua lettura del mondo non è sociale, ma etnico-nazionale». (…)
L’intervista prosegue con queste domande:
- Riscrivere la cultura e la storia: è questo il suo aspetto più pericoloso?
- L’AFD usa il linguaggio del 1989: «Noi siamo il popolo», la resistenza contro le élite, l’idea di una nuova rivoluzione.
- Lei lo visse in prima persona, manifestando in strada: cosa prova?
- Molte persone non hanno sentimenti negativi verso la Russia, nonostante l’occupazione sovietica.
- Non è paradossale il legame quasi istintivo che l’afd sente con Trump?
Il testo completo dell’intervista lo trovate in allegato e lo potete ascoltare con questo link https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20260907/281569477606600/radio
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Francesco Seghezzi in “La solitudine dell’operaio tedesco” pubblicato sul Bollettino di Adapt n.31z del 7 settembre così inizia: << Il voto operaio ad AfD in Sassonia-Anhalt non può essere letto soltanto come uno spostamento dalla sinistra alla destra. Dietro il consenso alla destra populista si intrecciano trasformazioni del lavoro, crisi dei corpi intermedi, solitudine e paura del futuro: ricostruire rappresentanza e fiducia democratica significa tornare a creare luoghi nei quali le persone possano riconoscersi e organizzarsi collettivamente.

Non stupisce più il voto ad AfD, almeno non dovrebbe stupire chi negli ultimi anni ha osservato con una qualche continuità quanto sta accadendo nelle democrazie occidentali, nelle quali l’avanzata di forze populiste e nazionaliste, pur assumendo forme diverse a seconda delle storie politiche e sociali dei singoli Paesi, sembra ormai seguire un meccanismo sufficientemente consolidato. Stupiscono, semmai, le dimensioni che questo fenomeno continua ad assumere e soprattutto la sua capacità di penetrare in gruppi sociali che fino a pochi anni fa si sarebbe faticato a immaginare così nettamente nell’estrema destra.
Il dato delle elezioni in Sassonia-Anhalt è, da questo punto di vista, difficile da aggirare. AfD sfiora il 44 per cento dei voti e, secondo le prime analisi sui flussi elettorali, arriva intorno al 60 per cento tra gli operai, al 42 per cento tra i giovani tra i 18 e i 24 anni ed è stato in grado di mobilitare decine di migliaia di astenuti. È soprattutto il primo numero a meritare attenzione, perché riguarda una categoria sociale sulla quale si è costruita una parte considerevole della storia politica europea del Novecento e che oggi sembra trovare una rappresentanza, o almeno una forma di riconoscimento, in un partito che si colloca ben lontano dalle tradizioni politiche alle quali il lavoro operaio è stato associato per decenni.(…)
Il Presidente di Adapt prosegue con più punti di analisi per concludere con questo fermo richiamo «Quel 60 per cento di voto operaio ad Afd, allora, dovrebbe interessare i partiti, ma forse ancora di più dovrebbe interessare i sindacati e tutto il sistema della rappresentanza sociale. Perché prima di domandarsi come convincere quegli elettori a votare diversamente sarebbe utile chiedersi da quanto tempo nessuno li incontra più, dentro quali luoghi elaborano le trasformazioni che attraversano il loro lavoro e il loro territorio, con chi riescono a dare forma alle preoccupazioni che inevitabilmente ne derivano.».
https://www.bollettinoadapt.it/la-solitudine-delloperaio-tedesco/
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