Quel colono in copertina…

Alcuni scatti diffondono immagini che fanno percepire la realtà più di quanto descritto in articoli. Negli ultimi cinquant’anni si ricorda ancora l’iconica foto della guerra in Vietnam : la Napalm Girl (Ragazza del Napalm), scattata da Nick Ut l’8 giugno 1972, che sollevò l’indignazione nel mondo e che spinse molti giovani americani a strappare la cartolina della chiamata alle armi. Da allora, passo dopo passo, i reporter di guerra sono drasticamente diminuiti e oggi si impedisce il loro accesso nei teatri di guerra. Non solo, a Gaza e in Gisgiordania si spara e si uccidono i giornalisti. Enrico Bellavia, in Perché il colono in copertina disturba Israele, su L’Espresso n.16, ricostruisce la storia e il reportage che ha consentito lo scatto, in Cisgiordania, del colono che sghignazza di fronte a una donna palestinese scacciata dalla sua terra, foto – in copertina de L’Espresso n.15 – che si diffusa sui social e nel mondo, inducendo l’ambasciatore di Israele ad un’ incauta protesta.

Perché il colono in copertina disturba Israele -Enrico Bellavia – Espresso n.16 17-4-26

<< La conquista della Cisgiordania con l’abuso, la violenza e lo scherno. Civili armati contro civili inermi. La scorsa copertina de L’Espresso, n. 15, su­gli abusi dei coloni in Cisgiordania che l’ambasciatore israeliano Jona­than Peled ha improvvidamente «condan­nato», insegna alcune cose. Innanzitutto, a noi che abbiamo molto da imparare. Anche da quello che facciamo.

Senza il ghigno beffardo del colono che ir­ride alla donna palestinese, colto dall’o­biettivo esperto di Pietro Masturzo (a collo­quio con la nostra Tiziana Faraoni a pagina 48 – vedi allegato-), quel racconto, intriso di sradicamento, violenza, sangue non avrebbe avuto la stes­sa forza. Perché dice di una pulizia etnica che punta a coltivare le spinte espansionistiche del Grande Israele. E non ha nul­la a che vedere con la sicurezza nazionale. Non obbedisce a logiche, sia pure distorte o funzionali, di contrasto a minacce terro­ristiche. È un’operazione di conquista con­dotta da civili, liberamente armati, spalleg­giati dall’esercito.

Un’annessione né lenta né silenziosa, in spregio al diritto, sotto gli occhi del mondo. In quella foto che ha fat­to il giro del mondo c’è la sintesi e il gra­do zero del sopruso: lo scherno. Più di un corpo martoriato, stabilisce senza lambic­camenti il torto e la ragione. Documenta un surplus di prevaricazione nella spropor­zione tra un maschio armato e una donna inerme, cacciata dal suolo che ha calpesta­to.

L’immagine su carta ha il privilegio di fissare l’istante e consegnarlo alla memo­ria. Duratura e non volatile, per quanto evocabile on demand in ogni istante, come nel mondo digitale. Ha il merito di aderire istantaneamente al nostro immaginario, di entrare nell’archivio del vissuto collettivo. Non richiede altro per essere richiamata. Non presuppone una ricerca, ma la nostra intelligenza. Naturale. Il web la veicola e la porta dove il settimanale non arriva. Oltre a conservarla per tutti.

Una straordinaria fotografìa non basta, senza il lavoro rigoroso sul contesto. Se l’ambasciatore si fosse preso la briga di controllare – era in chiaro, sfogliando il settimanale dalla seconda pagina – si sa­rebbe evitato un infortunio e un corto cir­cuito. L’infortunio di sollevare semplici sospetti «manipolatori» sull’immagine. Il corto circuito di impartire lezioni sull’u­so della «responsabilità» e della «correttez­za» che gli si sono ritorte contro da parte di chi non si è fermato alle figure, ma si è concesso l’ormai raro scrupolo di leggere.

La copertina è parte di un foto-racconto, corredato di una serie di minuziose infor­mazioni raccolte sul campo da chi quella Cisgiordania la testimonia da anni. Non bastasse, Alae Al Said ha riscontrato ogni dettaglio, aggiungendovi la propria cono­scenza di quella realtà. La partigianeria sui fatti non è mai un buon viatico per ap­procciarli o confutarli.

Sedicenti esperti, sulla scia dell’ambasciatore, si sono spinti a sostenere che l’immagine fosse generata dall’ Ia. Bastava documentarsi. Per gli scet­tici, esiste una versione video di quel lavo­ro e il New York Times ha pubblicato un reportage realizzato in quegli stessi fran­genti. Nel quale, peraltro, è immortalato il medesimo colono.

Non siamo noi a promuovere «stereotipi e odio». Contro neonazisti e neofascisti, con­tro gli antisemiti, siamo dove siamo sem­pre stati. In quello stesso posto dove i terroristi non sono un’etnia, come i criminali non sono un popolo. Il genocidio si chiama  con quel nome. E non si fanno sconti a chi  nasconde o mistifica la realtà. Neppure in nome della Storia. >>.                                 

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