Germania: settimana di 4 giorni. Proposta del sindacato Ig Metall. In Finlandia proposta della premier socialdemocratica per una società con più scuola (obbligo a 20 anni) e lavoro giornaliero con meno orario.

La proposta di Hoffman, leader del potente sindacato Ig Metall, per salvare i posti di lavoro a rischio con la crisi. Ipotesi di allargare il “Kurzarbeit“, il modello tedesco di cassa integrazione.

La giovane premier finlandese Sanna Marin, leader socialdemocratica, da dicembre alla guida di un governo di centro sinistra, alla 46ma assemblea del suo partito ha lanciato due idee radicali. Sulla scuola, con l’istruzione gratuita fino a 20 anni e l’innalzamento dell’età dell’obbligo, e sulla riduzione della giornata lavorativa, esortando il suo partito a discuterne per formulare una proposta organica da presentare al Parlamento affinché «la Finlandia possa passare a orari di lavoro più brevi e i dipendenti finlandesi verso una vita lavorativa migliore». (vedi allegato)

linee di montaggio
Roberto Benaglia S.G. Fim-Cisl

Ig Metall. «Per evitare licenziamenti dobbiamo far lavorare tutti ma di meno», è stata la proposta del leader sindacale Jörg Hoffman che poi in un’intervista al quotidiano Süddeutsche Zeitung ha precisato: «Il Kurzarbeit, la settimana lavorativa più breve sarebbe la giusta risposta ai cambiamenti strutturali in settori come quello automobilistico». Il sindacato sta pensando a quattro giorni lavorativi o a 28 ore settimanali. L’Ig Metall, ricordiamolo, è un sindacato che aderisce al Dgb, ma che elabora in proprio le strategie contrattuali, sulla base di un percorso di consultazione che parte dagli iscritti e arriva al tavolo contrattuale forte di questo mandato. (…) In allegato l’articolo articolo di Vincenzo Savignano su L’Avvenire

Divieto d’innvazione, su www.il9marzo.it, così commenta. L’Ig Metall si conferma l’avanguardia del movimento europeo per la riduzione dell’orario di lavoro come scelta strategica. Un movimento del quale la Fim Cisl sceglie di essere la retroguardia.

Nel momento in cui il presidente dei metalmeccanici tedeschi Hoffmann dichiara che la difesa dell’occupazione nell’epoca della pandemia passa dalla settimana di quattro giorni – che non è una proposta improvvisata ma rientra in una strategia sindacale che già negli anni scorsi ha dato i suoi risultati – il neosegretario della Fim, un bravo ma un po’ anziano operatore confederale, dice che l’Italia non deve “fotocopiare il modello tedesco”. (…) per proseguire aprire l’allegato

Vincolare la strategia della riduzione degli orari alla sola ripartizione (ai profitti, agli investimenti, ai lavoratori) dei risultati sulla produttività è un grave errore di analisi sul presente e di visione del futuro. Ha avuto un grande senso quando gli investimenti (di processo e di prodotto) determinavano contestualmente la crescita del Pil e quasi sempre quella della occupazione, come è avvenuto nel secolo scorso. Ora, invece, la stragrande maggioranza delle innovazioni determina consistenti riduzione del personale quando sono implementate e non sono compensate (come saldo positivo nel paese) da nuove professionalità e da nuovi settori. E’ una tendenza epocale maggiormente evidenziata nel settore manifatturiero e dei servizi.

Il sindacato tarda ancora a rinnovare una nuova strategia per sperimentare una rimodulazione e riduzione dell’orario di lavoro della prestazione in azienda, destinando nel contempo parte dell’orario contrattuale (es. due ore giornaliere o diversamente conteggiate) per attività di formazione professionale o per nuove abilità professionali – non a carico ma con un contributo delle aziende – favorendo così la mobilità in azienda e tra aziende, oltre alle scelte personali. Sperimentazioni che sono ben avvertite nella società e che, in questo periodo, possono essere correlate anche con l’utilizzo di cassa integrazione covid. La proposta per un diverso utilizzo degli ammortizzatori sociali è stata già formulata, da settimane, dal ministro del lavoro Nunzia Catalfo .

Anche le Confederazioni, come pure la Confindustria, annunciano la necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali. Annunci che restano tali, senza essere seguiti da concrete proposte sulle quali i lavoratori siano chiamati ad esprimersi.

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