Vent’anni di euro, ecco chi ha vinto e chi ha perso. Maximilian Cellino, Andrea Franceschi, Morya Longo, Riccardo Sorrentino, Il Sole, sintetizzano la storia dell’euro sottolineando gli aspetti positivi e negativi di Eurolandia. Emergono dati e fatti che sono passati nel dimenticatoio generale tanto da favorire le “favole” e le “fesserie economiche” che sorreggono gran parte delle ondate politiche caratterizzate da nazionalismi e populismi identitari (primi i nativi). Come ad esempio auspicare il ritorno alla moneta nazionale: nonostante la prolungata crisi, oggi gli interessi sul debito nazionale rappresentano circa il 9% della spesa pubblica. Prima dell’euro l’onere superava il 20 per cento. I quattro economisti articolano la storia dell’euro in quattro capitoli, con grafici.

  1.  I cittadini – Per le famiglie più ricchezza e divario sociale
  2.  Le imprese – L’euro-gabbia non ha frenato l’export
  3.  Lo stato – Il conto salato della crisi del debito
  4.  I nodi irrisolti – Convergenza creditizia parziale

Le due pagine de Il Sole del 30 dicembre sono completate con due altri interessanti articoli.

Il primo di Romano ProdiMolti errori ma il futuro è l’Europa” che – in forza della sua esperienza di economista, due volte premier italiano ed ex presidente della Commissione europea – ricorda fatti che si sono dimenticati o non si vogliono ricordare per favorire il diffondersi di “vulgate” più orecchiabili per quel popolo che si vuole tenere disinformato, anche per lo scadimento della qualità d’informazione di gran parte dei media.

Il secondo di Giulio Sapelli “La moneta Unica che non unisce” che  – da economista e professore universitario di Storia Economica – ricorda il nodo irrisolto italiano, con queste parole “ Un sistema a cambi fissi elimina strutturalmente la possibilità di operare svalutazioni monetarie che favoriscono la collocazione sui mercati esteri di merci altrimenti meno competitive per l’alto costo di vendita. Se non si realizzano aumenti costanti della produttività del lavoro in grado di raggiungere gli stessi risultati di competizione attraverso la riduzione dei costi via efficienza tecnica e qualità idiosincratica delle produzioni e dei servizi non si può che ricadere nelle svalutazioni interne, ossia nella riduzione dei costi tramite la scarsa efficacia tecnologica e la diminuzione dei salari. Sottolinea con forza la più grave carenza dell’euro ovvero una moneta senza vera Banca, con queste parole “..Per questo la nuova banca centrale doveva essere una nuova fonte della politica monetaria innovatrice (operare come prestatore in ultima istanza sui mercati mondiali e aver di mira la crescita) e non essere,invece, la riproposizione tecnica della logica di potenza tedesca dando a essa lo statuto modellato su quello della Bundesbank. Si frantumò così l’utopia dell’euro e si inaugurò quello squilibrio geopolitico prima che economico di potenza che è alla radice della crisi odierna dell’Europa. Eppure la scuola monetaria italiana da ultimo con Augusto Graziani aveva sottolineato che parlare e far di moneta senza banche era ed è parlare al vento… Un vento che diventa tempesta.”

Mario Deaglio, su La Stampa,  in "I primi vent'anni dell'euro in attesa della prova più difficile" così conclude "...Fu comodo per molti italiani, sulla scia di certi politici, dare la colpa all’euro invece che a se stessi mentre negli ultimi anni è stata proprio la Bce, con i suoi pluriennali acquisti di sostegno, a impedire che l’Italia scivolasse in una condizione di vera e propria crisi finanziaria. Per l’Italia, quindi, l’euro doveva essere una barchetta in grado di permettere al Paese di uscire da acque pericolose e di difendere il suo posto di rilievo nell’economia globale. Questa «barchetta» è invece stata usata, fino al 2011, soprattutto per galleggiare.

Che fare per il futuro? L’attuale governo sembra aver capito, dopo un fiume di retorica in senso contrario – costata miliardi sui mercati finanziari grazie al maggior costo delle emissioni di titoli pubblici – forse nell’illusione di tornare a una propria moneta nazionale da svalutare periodicamente, che non ha senso mettersi di traverso rispetto a Bruxelles.

Speriamo che, col passare del tempo, si renda anche conto che il recupero del Paese non si può fare con la redistribuzione dei redditi ma richiede riforme e investimenti – pubblici e privati – da finanziare in euro. In questo senso, la manovra, la cui approvazione è alle ultime battute, non rappresenta certo un passo avanti".

In allegato articoli e grafici. Buona lettura.

 

Allegato:
ventanni_di_euro_storia_aa_vv_il_sole.doc
i_20_anni_delleuro_grafico_sole.doc
molti_errori_ma_il_futuro_e_leuropa_prodi.doc
la_moneta_unica_che_non_unisce_sapelli.doc
i_primi_20_anni_delleuro_e_prova_piu_difficile_deaglio.doc

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