Viva le tasse!? Era già comparsa con i forconi in forma più rudimentale. Ora, in veste civile e democraticamente organizzata dalle associazioni dei commercianti e degli artigiani, è scesa nelle piazze a Roma la protesta sociale per chiedere riduzione delle tasse e fine dell'oppressione burocratica. Musica per le orecchie di Berlusconi che, per fare il carico completo, aggiungerebbe la condanna dell'oppressione giudiziaria. Ma, per il resto, chi oserebbe di questi tempi dare torto al ceto medio produttivo e farselo nemico?

Neppure Innocenzo Cipolletta. Però, con il coraggio di Daniele nella fossa dei leoni, l'ex Direttore Generale di Confindustria si chiede se sia proprio vero che paghiamo troppe tasse. Subito risponde con un secco “No. Falso!”.La tesi è ardita e dispettosa, ma vale la pena seguirne l'itinerario.

In Italia la pressione fiscale non è superiore a quella di altri paesi europei. Caso mai, il prelievo è socialmente iniquo e la spesa pubblica produce sprechi, inefficienze, distorsioni clientelari e servizi scadenti. I rimedi vanno cercati intervenendo ad affermare misure concrete di equità fiscale e provvedimenti di modernizzazione democratica della pubblica amministrazione.

Il rimedio non è la diminuzione complessiva del gettito fiscale. Neppure l'auspicata e sacrosanta eliminazione dei privilegi dei politici per ridurre la spesa pubblica può liberare l'economia dal peso schiacciante degli interessi sul debito che soffocano la ripresa produttiva e impediscono il rilancio dell'occupazione. “E' difficile immaginare che eliminando la corruzione si trovino i soldi per ridurre le tasse: avremmo senz'altro un paese migliore e più capace di crescere, ma sempre quel peso bisognerà sostenere”.

Economisti come Alesina e Giavazzi ripetono un giorno sì e l'altro anche che bisogna ridurre la spesa pubblica per sfuggire alla morsa della pressione fiscale. Il ministro Tremonti con i suoi tagli lineari proponeva di “affamare la bestia”, pensando così di poter imporre una razionalizzazione della spesa.

Altri aggiungono che siccome lo Stato è un disastro catastrofico di lungaggini burocratiche e di corruzione che non risparmia nessuno (sindacati compresi che difendono i lavoratori anche quando sono protetti dall'assistenzialismo improduttivo), meglio ridurre il magnamagna della spesa pubblica perchè con il denaro risparmiato da una minore tassazione ognuno sarà libero di pagarsi scuola, salute e pensione.

Cipolletta dice che tale ragionamento favorirà chi ha redditi elevati per pagarsi sul mercato sanità efficiente, istruzione competitiva e vecchiaia confortevole. Naturalmente nel privato. Ma gli altri? Con qualche soldo in tasca in più risparmiato grazie a una minore tassazione, chi non ha lavoro e mezzi propri sarà anche senza sussidi didattici moderni, troverà ospedali chiusi e liste d'attesa più lunghe, avrà pensioni alleggerite e ad età sempre più avanzata, incapperà in una giustizia lenta e sorda.

La strada indicata da Cipolletta non si nutre di capri espiatori. Combatte corruzione, inefficienze e clientelismi, ma non smantella lo stato sociale e la spesa pubblica che sono il principale strumento di lotta alla povertà e alla sperequazione dei redditi. “Non è vero che paghiamo troppe tasse. E' vero invece che le paghiamo male. E allora adoperiamoci perchè a pagarle siano tutti, compresi gli evasori che hanno riportato una bella vittoria con l'abolizione dell'Imu sulla prima casa nel 2013. Un'abolizione che ha fatto il miracolo di riunire sotto la stessa bandiera ricchi evasori e poveri contribuenti. Questo è il vero miracolo italiano”.

Mario Dellacqua

INNOCENZO CIPOLLETTA, “In Italia paghiamo troppe tasse.. Falso”  Idola-Laterza, 2014, pp. 100, euro 9.

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