Di fronte al caso, come quello di Volvera, di una famiglia raggiunta da sfratto, disoccupazione e malattia, un moto di solidarietà è spontaneo. E' anche facile  dare l'allarme per l'insufficiente capacità di intervento delle istituzioni.Ma indignazione e altruismo compaiono ogni tanto e solo grazie alla convocazione televisiva. Dove eravamo prima? Il nostro problema è di sapere se consideriamo normali e accettabili le enormi disuguaglianze che nel nostro paese colpiscono dignità e diritti di centinaia di altre famiglie ignorate dai mass media: sono in condizioni simili se non peggiori, ma non trovano chi alza la voce per loro.

La solidarietà rimane una pratica a singhiozzo. Se così non fosse, l'Italia sarebbe un paese meno feroce, più giusto e più vivibile. La solidarietà non si può improvvisare nei momenti eccezionali, esattamente come la preghiera di un credente non aspetta la malattia. Il tessuto della solidarietà – che dovremmo aver imparato dalle tradizioni del socialismo e del cristianesimo sociale – si è sfilacciato a favore di comportamenti individualistici e aggressivi. I dieci italiani più ricchi posseggono quanto tre milioni di altri italiani più poveri e lo dice Bankitalia. La commessa di un supermercato deve lavorare trecento anni per guadagnare quanto il suo direttore generale in un mese. Chi si scandalizza?

I primi e i più esposti in trincea di fronte ai colpi della crisi sociale sono i Sindaci. Ma i Sindaci non sono responsabili di tutte le disuguaglianze all'origine dell'impoverimento delle classi subalterne e dei ceti medi. L'indignazione è inefficace se, dopo la trasmissione televisiva, si torna al ciclo consueto della rassegnazione al peggio o della delega al signor chididovere, sempre in fuga e sempre senza risorse da spendere.

I ceti abbienti non accetteranno spontaneamente di rinunciare ai loro privilegi.

Bisognerà imporglielo dall'alto e dal basso con provvedimenti drastici, impossibili senza una lunga stagione di lotte sociali, civili e politiche. Occorrono misure decise di riforma fiscale, di giustizia sociale e di redistribuzione della ricchezza (minimo di mille euro e massimo di 5mila euro al mese per stipendi e pensioni). Solo una più forte rete quotidiana di solidarietà sociale (Caritas, gruppi di acquisto, raccolta di fondi, di professionalità e di tempo disponibile) può aiutare chi effettivamente ha bisogno e impedire il giro delle clientele. Occorre un cambio nel modello di sviluppo e nei consumi. Occorre una democrazia continua e persino un po' di rivoluzione etica nelle nostre giornate. 

 

 

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