Rom, un confronto impietoso con la Spagna di di Nicola Cacace. Gli episodi di intolleranza contro i Rom, soprattutto i più recenti nelle periferie di Roma, mostrano livelli di insofferenza addirittura superiori a quelli verso i migranti.  Come è possibile? È possibile perché negli anni si sono verificati alcuni cambiamenti nelle abitudini dei Rom che rendono comprensibili ed in parte giustificati gli attuali livelli di intolleranza. In passato i Rom erano nomadi ed in possesso di mestieri come calderai, riparatori di vasellame, affila coltelli, ombrellai, etc.  Il progresso tecnico ha cancellato questi mestieri con due effetti negativi: la stanzialità con i campi Rom e l’avvento di nuove attività sempre più equivoche, come le ruberie di vario genere. Perciò la vicinanza dei campi Rom a centri abitati delle periferie, già angustiati da carenze di ogni genere, trasporti, servizi, disoccupazione, hanno reso i livelli di intolleranza sempre più acuti.

Roma è la città dove vivono più Rom in Italia, in campi dalle condizioni igienico sanitarie e sociali insopportabili.  Perciò la sindaca di Roma Virginia Raggi ha deciso di chiudere i campi Rom della capitale senza spiegare bene cosa farà dei circa 5mila Rom coinvolti. Ha semplicemente previsto alcuni Bonus come contributo abitazione per i Rom sfrattati,  come se fosse facile per un Rom affittare una casa a Roma come in qualsiasi città italiana, essendo il numero medio di figli delle famiglie Rom di 5 bambini. Perciò il giusto progetto di chiudere i campi e spingere i Rom ad un vita più civile non può avvenire spontaneamente ma sulle base di un progetto, come fatto in altri paesi europei.

Si ha l’impressione netta che, invece della volontà di risolvere il problema dei Rom, il provvedimento sia piuttosto ispirato da una nuova filosofia anti stranieri ed anti immigrati  che il Movimento 5 Stelle si appresta a cavalcare inseguendo la rotta da tempo imboccata dalla Lega di Matteo Salvini. Se così non fosse si sarebbero studiate con attenzione le soluzioni che altri paesi europei hanno adottato per risolvere il problema che in Italia ha anche dimensioni minori che in altri paesi come Francia e Spagna, per non parlare della Romania. 

Dopo la Romania, la Spagna è il paese europeo che, in assoluto ed in percentuale della popolazione, ospita una delle più numerose comunità Rom, chiamati Gipsy, gitani, almeno 500mila che sono più dell’1% della popolazione mentre l’Italia  ne ospita circa 180mila, lo 0,3% della popolazione, tre volte meno della Spagna.  L’Andalusia è la regione dove i gitani sono più numerosi, tanto che il flamenco gitano è diventata la ballata più tipica di quella regione. E la Spagna è anche il paese europeo che ha meglio gestito il problema Rom, utilizzando bene i fondi europei, a differenza dell’Italia e, sopratutto dopo la dittatura di Franco, varando una serie di provvedimenti di integrazione e gestendoli al meglio.

Già nel dicembre 2010 il New York Times, in un’analisi di Suzanne Daley e Raphael Minder aveva elogiato il modello spagnolo come miglior esempio europeo: “Il 92% dei gitani vive in appartamenti e case normali, a fronte di molti paesi europei dove la maggioranza vive ancora in baracche. Il 50% dei lavoratori Rom è regolarmente impiegato, a dispetto del mito che il Rom, come nomade, non può mantenere un impiego stabile. Praticamente tutti i bambini gitani sono iscritti nelle scuole elementari e possono contare su mediatori che ne facilitano l’inserimento, mentre in molti paesi europei vengono addirittura collocati in classi speciali per studenti con disabilità mentale.”

Eppure in Spagna i gitani partivano da situazioni peggiori: sotto la dittatura di Franco i gendarmi della Guardia Civil facevano spesso raid nei loro accampamenti  costringendoli a vagare per il paese. Secondo, Salute Internazionale Info (11.05.2017), “Chiave vincente del successo spagnolo è stata  la decisione politica comune che, a prescindere dal gruppo politico al potere, ha permesso di perseguire con continuità le politiche di integrazione dei gitani, a differenza di molti paesi europei, segnatamente Francia e Italia, dove si sono registrati continui e gravi  episodi di intolleranza istituzionale e popolare”.

Non da ultimo va considerato il problema economico. La Spagna prevede di spendere per la questione Gitani  circa 130 milioni di euro in cinque anni, di cui almeno 60 provengono da Fondi europei. Tralasciando il confronto con i costi delle politiche di intolleranza seguite da molti paesi europei, sgomberi, espulsioni forzate, etc., costi superiori a quelli spagnoli di integrazione, c’è anche da segnalare che i paesi europei più intolleranti, sono anche quelli che non hanno volontà politica e capacità organizzativa  di utilizzare le risorse europee. Non tutti i problemi di integrazione dei Rom sono stati risolti anche in Spagna, ma quel modello sembra, per civiltà ed efficacia, distante anni-luce dai modelli sconclusionati, incivili e costosi seguiti da altri paesi come Francia ed Italia.

Perché in Italia si parla sempre di “buone pratiche”, ma poi all’atto pratico si fa poco o  niente per studiarle ed, eventualmente imitarle? Absit iniura verbis! (ndr. allontana il linguaggio offensivo!)

Newsletter Nota Isril n. 18-2019  

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