Con un pugno chiuso sotto il mento che tiene su la testa, quasi a voler costringere gli occhi a guardare in alto e lontano, in direzione ostinata e contraria, la foto di copertina  anticipa il racconto della vicenda umana e politica del “fuorilegge”, ilSindaco di Riace dal 2004 al 2018 estromesso dal suo incarico dopo un calvario di inchieste giudiziarie.Quella di Mimmo Lucano è “la lunga battaglia di un uomo solo” che ha scelto di sfidare solitudine e incomprensioni mettendo a repentaglio la maturità degli anni migliori per rispondere agli interrogativi della “grande migrazione globale” nella sua terra cosparsa di profumi, ma anche insanguinata dalla ‘ndrangheta.

Con Mimmo Lucano, il potere giudiziario, politico e amministrativo le ha tentate tutte con un puntiglio spietato e degno di miglior causa. Prima arrivarono gli avvisi di garanzia per il rilascio di carte d’identità a una madre eritrea e al suo bimbo di sette giorni. Poi comparvero gli arresti domiciliari seguiti dal divieto di dimora.

Furono disposte ispezioni che accertavano l’inagibilità dei ricoveri per gli asini addetti alla raccolta differenziata dei rifiuti nelle stradette dove nessun veicolo può passare. Venne  contestato l’incarico affidato a due cooperative non iscritte all’albo regionale. Il senatore Maurizio Gasparri caldeggiò in un’interrogazione parlamentare l’allontanamento dagli schermi della RAI di uno sceneggiato che con Beppe Fiorello rischiava di popolarizzare i successi di un esperimento di integrazione volto anche a contrastare lo spopolamento dei piccoli centri nelle aree interne. Mentre arrivava perfino la solidarietà di Papa Francesco, i riconoscimenti internazionali accrescevano il prestigio del Sindaco e la dignità di Riace.

L’esperimento – per alcuni osservatori addirittura un modello – andava soffocato a tutti i costi perchè funzionava e usava le risorse riservate agli Sprar per far rinascere una comunità nel lavoro, non per assistere nell’inedia gli emarginati italiani e stranieri. Così il ritardo dei fondi già stanziati a Roma metteva in difficoltà il respiro dell’economia locale: i laboratori artigianali del vetro, della ceramica e del legno, il turismo solidale, la taverna, il frantoio, la fattoria didattica, una rinata scuola elementare dove si incrociava una babele di lingue, i primi lavori per curare il dissesto idrogeologico del territorio, gli interventi per sottrarre l’acqua alla gestione delle multinazionali e conquistare tariffe meno esorbitanti per i cittadini e meno onerose per le casse del Comune. I bonus messi in circolazione con l’immagine di Gandhi e Guevara per tenere in vita l’economia delle botteghe incappavano fatalmente nel divieto di battere moneta: un rimedio ideato dal Comune per riparare una disfunzione dello Stato, dallo Stato medesimo veniva disattivato.

Ma la malinconia di Lucano convive con una tormentata tenacia. Di lui si potrebbe oggi dire quello che Giorgio Bocca scrisse nel 1992 per commentare la parabola di Peppe Lavorato, dal 1994 al 2003 il sindaco comunista della stessa Rosarno che nel 2018 avrebbe eletto senatore Matteo Salvini: “E’ questa punizione dei migliori che incontro in ogni luogo del profondo sud ad angosciarmi, questa umiliazione continua degli onesti, questo tradimento dello Stato verso i suoi cittadini migliori. E mi fa paura più della mafia. Vedere che per una politica di rapina e di scrocco si è buttato via questo patrimonio di civiltà che c’era nel Mezzogiorno, le lotte dei lavoratori, la loro solidarietà, il loro orgoglio di gente onesta”.

Peppe Lavorato in questi anni non ha mai lasciato solo Mimmo Lucano che ha trasformato in scuola per sé e in magistero per chiunque altro il suo incontro con il meglio del volontariato e della politica meridionale e italiana. Vittorio Agnoletto, Ilario Ammendolia, Natale Bianchi, Laura Boldrini, il vescovo GianCarlo Maria Bregantini, Franco Calamida, Aurelio Circosta, Domenico Congiusta, Giovanni Di Leo, Alfonso Di Stefano, Paolo Ferrero, Dino Frisullo, Rocco Gatto, Cecile Kienge, Agazio Loiero, Giovanni Maiolo, Giovanni Manoccio, Mario Oliverio, Cosimo Pazzano, Tonino Perna, Maria Ripamonti, Chiara Sasso, Pina Sgrò, Maria Spanò, Alex Zanotelli: tutta questa umanità militante e solidale è passata da Riace per “unire le sue debolezze” e “trasformarle nella forza necessaria per concretizzare un sogno”.

Ma la potenza di quel virus umano non è stata abbastanza contagiosa. Non ha finora saputo produrre quella miscela di comprensione reciproca e di alleanze necessarie per tentare la conquista del governo. Sono andate in porto altre alleanze. Il ministro Minniti stringeva mani per aprire i campi libici e commerciare motovedette. Era così preparato il terreno al suo successore leghista, impegnato a restringere le aree della protezione e a ampliare quelle della clandestinità, efficaci per consegnare i migranti all’economia dello scarto tra le fauci del caporalato e della malavita nella baraccopoli di San Ferdinando.

Le accuse infamanti di concussione che hanno ferito Mimmo Lucano sono più prudentemente diventate oggi anomalie burocratiche e procedurali,  “interferenze” o “opacità” che non configurano alcuna frode, alcuna ipotesi delittuosa, il benchè minimo interesse personale. Ma resta come un macigno che pesa sulle nostre spalle una politica che abbandona l’emancipazione perché si  esaurisce “in un puro esercizio del potere”. E semina lo scoramento di chi dice: “tanto non cambia niente” e “la gente vota chi gli conviene”. Questasinistra che abbiamo costruito e devastato è ancora provinciale e pigra. Non sa ancora convivere con le sue differenze che sono fisiologiche di questi tempi. Non sa fare sacrifici e manca di generosità. Si permette il lusso di affrontare il mare in tempesta ognuno con la sua barchetta e il suo fedele equipaggio, orgoglioso delle sue avarie.

Mario Dellacqua

MIMMO LUCANO, Il fuorilegge, Feltrinelli, agosto 2020, p. 183, euro 15.

GIORGIO BOCCA, Aspra Calabria, Rubbettino, 2011, p. 74, euro 7,90.

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