Sono 60 i conflitti armati o guerre aperte nel mondo, in gran parte sconosciute, una decina sono quelle considerate “principali” e occasionalmente, di volta in volta, ricordate dai media. Nei giorni di questa amara Pasqua che ha visto decadere i ripetuti appelli di Papa Francesco per una tregua per la martoriata Ucraina, per ricercare un compromesso, ritenuto invece dai guerreggianti per ora inopportuno volti a ricercare conquiste o recuperi territoriali con l’azione militare, è stato ritrasmesso in TV il film “Gandhi” del 1982, premiato con 8 Oscar. Colpiscono sempre più e fanno meditare le prime frasi, attualizzate a tempo della morte del profeta (1948) della disobbedienza civile, che accompagnano l’inizio del film “…le generazioni future non crederanno che un simile uomo sia mai esistito…che abbia fatto le cose che ha pensato di fare ed è riuscito a realizzarle..”. La sua filosofia e la sua azione politica convinsero musulmani, indù e cristiani a praticare la resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza civile di massa che portò l’India a sconfiggere l’intransigenza politica e la forza militare del grande impero britannico, il più grande del mondo, conquistando l’indipendenza (1947) creando le due nazioni: l’India e il Pakistan.

Serve ricordare la storia?

Serve il pensiero etico?

Serve il messaggio profetico “controcorrente”?

In un mondo dove, oltre la tragica guerra Ucraina, sono aperti altri 59 conflitti dei quali sono più o meno noti una decina. Sulla gran parte di tali conflitti armati c’è una “mano longa” di paesi importanti e di grandi potenze militari. Leggendo gli articoli, in allegato, pubblicati su Il Sole del 17 aprile, su dati tratti dal sito … il data base più accreditato per la segnalazione dei fronti di guerra aperti nel mondo, si può alimentare la convinzione per dire Sì alle domande poste all’inizio di questo paragrafo. 

Nicola Lagioia, direttore del Salone del Libro, che si terrà dal 19 al 23 Maggio al Lingotto, ha rilasciato, a Concetto Vecchio, per la Repubblica un’intervista in cui sottolinea che “..L’ideologia fa confondere aggrediti e aggressori…Prevale la logica secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico…Chi evoca l’Iraq accosta due crimini che non hanno relazione …Serve un  ragionamento sul fallimento della specie umana: si che pasta è fatta la specie umana se dopo alcuni millenni di civilizzazione, e a 77 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, non è in grado di trovare strumenti alternativi alla violenza più brutale per risolvere le controversie?.. Il ventunesimo secolo è diverso dal ventesimo. Avere la presunzione di indicare la via in solitudine è spesso oggi la manifestazione di un delirio narcisistico. Basti vedere come funzionano i social. Il vero gesto controcorrente per un intellettuale dovrebbe consistere nel cercare le soluzioni insieme agli altri. Il testo completo in allegato

Sulla scelta di Papa Francesco di celebrare la Via Crucis facendo sorreggere la croce a due donne, in silenzio, un’ucraina e una russa tra loro amiche, alleghiamo due articoli di opposto tono e significato: quello di Antonio Spataro, direttore di Civiltà Cattolica e di Giuliano Ferrara, editorialista del Foglio.

L’odio è uno dei peggiori sentimenti che l’uomo può provare verso i suoi simili e con il quale non si risolve mai alcuna questione, ma si sviluppano reazioni sproporzionate di vendetta e aggressività. Certo, fanno parte della storia dell’umanità e proprio per questo è naturale prenderne atto per combattrelo con le sole “armi” valide, quelle indicate e utilizzate dal Mahtma Gandhi che ha ispirato i più grandi movimenti di difesa dei diritti civili, dell’affermazione del pluralismo e della libertà, e di leader quali Martin Luther King, Nelson Mandela. Solamente con un’azione culturale fondata su valori etici che ridimensionino o convertano i tanti “caini” che guidano il mondo o popolano le comunità del mondo è possibile sconfiggere l’odio che emana da manifesti di propaganda che circolano in Russia e sono stati resi pubblici da The Guardian. Per leggere l’articolo aprire l’allegato o attivare questo link https://www.juancole.com/2022/04/anifesto-published-reflects.html

Comunque finirà l’aggressione all’Ucraina si è già trasformata in un conflitto Nato-Russia, in terra Ucraina, che riporta il mondo a dividersi in due blocchi. Federico Rampini nell’articolo “Il mondo si divide” descrive lucidamente in processi in corso e il contesto storico che li ha favoriti. Vedi allegato.

I media sono focalizzati sulla cronaca in diretta di quanto avviene in Ucraina ma troppo poco si racconta del perchè il Donbas è conteso e fa gola da molto tempo, come ben si legge con questo link https://www.avvenire.it/mondo/pagine/donbass-una-regione-ricca-ucraina-russia. Nel contempo si perde di vista quanto racconta Rosaria Amato in “La grande carestia” che così inizia. Sei milioni di bambini malnutriti e 16 milioni a rischio di non potersi più procurare il cibo nelle aree urbane nell’Africa Subsahariana, dal Senegal all’Eritrea, zone dipendenti per oltre il 50 per cento dalle importazioni di grano da Russia e Ucraina. La Fao conta 26 Paesi del mondo in via di sviluppo in questa situazione di fortissima dipendenza. In Medio Oriente e in alcuni Paesi del Nord Africa, denuncia l’Unicef, ci sono Paesi dove si arriva a importare fino al 90% del cibo che si consuma, e la maggioranza dei bambini soffrono di malnutrizione. Situazione che adesso rischia di precipitare nella carestia a causa della combinazione degli effetti della guerra, comprese le sanzioni nei confronti della Russia e della Bielorussia, e le ritorsioni nei confronti delle sanzioni, del blocco dei trasporti e dell’aumento dei prezzi. A marzo l’indice Fao dei prezzi dei prodotti alimentari è aumentato del 12,6% rispetto al mese precedente, raggiungendo il livello più alto in oltre trent’anni. (…) per conoscere di più aprire l’allegato

In quanti paesi è già o diventerà imperativo “prima il pane, prima la vita”, a prescindere dal regime di rappresentanza politica? Quante rivolte del pane sorgeranno? «Non compriamo più le verdure, la carne, il pesce. Possiamo rinunciare a tutto, ma non al pane. Senza il pane, siamo un paese finito», racconta Marwa, una professoressa di arabo di 33 anni. Undici anni fa, anche lei è scesa in piazza in Tunisia per chiedere la caduta del regime di Ben Ali. Oggi non ha cambiato idea, ma rivendicare la democrazia non è più la sua priorità: «Non importa se c’è o non c’è un Parlamento. Oggi l’importante è che il presidente risolva la crisi alimentare che sta vivendo il paese. Non vogliamo trasformarci nel prossimo Libano».

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