“Perché la politica non mi interessa più”  è il titolo dell’articolo di Giuseppe Berta pubblicato sul n.3 della rivista bimensile Il Mulino. “Non mi interessa più…” è la stessa frase ricorrente di molti cittadini che hanno abbandonato  l’impegno militante per un partito e di lavoratori per il sindacato. Quelle di Berta sono pagine intense, ben scritte, più che un saggio è  la  confessione di chi non fa più politica, che si sente estraneo e lontano, che compra il giornale per abitudine ma lo legge pochissimo. In questo caso si tratta di un noto e ricercato  studioso, che per molti anni è stato consigliere di influenti personaggi della politica e dell’economia. Le pagine di Berta hanno il pregio di analizzare le cause del suo scontento, per  più aspetti simili a quelle di molti cittadini.

Così inizia Berta  in “L’anno scorso a Marienbad. Perché la politica non mi interessa più”.

Succede un giorno – è successo a me – di scoprire che non si prova più interesse per la politica. Che non la si comprende più. Che è diventata estranea, al punto che la fatica di decifrarla sembra un prezzo troppo alto e si rinuncia subito perché non se ne scorge più il merito o la necessità. Il senso di estraneità che ora avverto è il medesimo (e questo può forse essere un precedente significativo) che ho avuto per il calcio, quando tanti anni fa mi è divenuto indifferente. Ma per la politica è capitato qualcosa di più radicale: il mio sentimento di oggi mi richiama una memoria lontana, di un pomeriggio dei primi anni Settanta quando, nell’area di Londra, assistetti per la prima e unica volta a un incontro di cricket: un gioco per me assolutamente indecifrabile. I giocatori in campo (le squadre erano forse quelle di India e Australia, o almeno così credo di ricordare) compivano movimenti precisi, talvolta eleganti, ma tanto distanti l’uno dall’altro da non permettermi di cogliere la loro logica. Erano gesti studiati e meticolosi, molto British, ma di cui non coglievo la dinamica. Diciamola tutta: il gioco mi riuscì subito noioso e dopo un’iniziale, limitata attenzione abbandonai ogni tentativo di seguire la partita. Mi convinsi che non fosse cosa per me e mi distrassi, pensando ad altro.  (…)

Nel capitolo L’illusione tradita della politica locale, scrive:

(…) Oggi la politica locale appare uno degli elementi più inquinati che pregiudicano la convivenza civile di questo Paese. E non parlo delle infiltrazioni della malavita organizzata, che si producono nelle zone liminali, nell’hinterland di alcune delle città importanti, come è ormai ben documentato. Mi riferisco a una vita interna dei partiti fondata esclusivamente sulla ricerca dei vantaggi personali, anche di quelli leciti, senza riferimento ad altro che non sia la selezione continua e accurata delle opportunità e della massimizzazione delle rendite di posizione che si possono costituire operando all’incrocio fra politica e istituzioni. Il fenomeno non aveva ancora toccato le punte più abnormi, quelle che ha descritto, a proposito del Pd romano, un recente, circostanziato rapporto di Fabrizio Barca. Non di meno, la tendenza era più che visibile e non poteva essere sottovalutata nel nome di un presunto realismo, che assolveva i leader locali per loro proclamata intenzione di emanciparsi dall’influenza dei peggiori degli aderenti al loro partito e dai loro comportamenti deteriori. Nel suo insieme, la vita politica locale mi si appalesava come l’esatto contrario del gusto per l’analisi minuziosa delle procedure e il buon impiego delle competenze (..).

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