La chiusura di Whirlpool. Il lavoro perduto. Un fallimento, due colpevoli. Massimo Giannini, su La Repubblica, così inizia l’editoriale. Napoli, con la chiusura dello stabilimento Whirlpool, non muore solo un’industria, una comunità, un territorio. C’è molto di più, nella decisione unilaterale della multinazionale americana che dal primo novèmbre mette i sigilli a una delle sue più importanti fabbriche di lavatrici. C’è prima di tutto la spregiudicata impudenza di un capitalismo che straccia accordi aziendali e patti sociali, cavalcando la tigre della globalizzazione selvaggia, sfruttando il dumping salariale, inseguendo il massimo profitto a qualunque costo.

Non c’è giustificazione possibile, per un colosso industriale che decide di buttare in mezzo alla strada oltre 400 famiglie, dopo aver assunto neanche tre mesi fa un impegno formale a riconvertire rimpianto sull’alto di gamma e a trasferire le attività dalla Cina, la Polonia e la Turchia.

Ma in questo dramma c’è anche e soprattutto il fallimento di un governo che non sa gestire le crisi aziendali, di una politica che non sa immaginare i modelli di sviluppo, di un Paese che non sa difendere la produzione e il lavoro. C’è la resa di una classe dirigente che, palesemente, pensa a tutt’altro che ai mali strutturali del suo sistema economico. Salvo poi precipitarsi all’ultimo minuto al capezzale del morente di turno, appena in tempo per constatarne il decesso. (…) per continuare aprire l’allegato.

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Allegato:
un_fallimento_e_due_colpevoli_giannini.doc
come_si_uccide_una_fabbrica_rep.pdf
ma_noi_non_ci_arrendiamo_sannino_rep.pdf

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