Questo editoriale della rivista francese “Esprit” del Dicembre 2013 è di notevole interesse. Esprit é una fonte autorevole del pensiero progressista. L'editoriale è firmato dall'intera redazione. Si parla della Francia, naturalmente, ma ben si adatta al nostro e altri paesi.

L'attesa millenarista della crescita

La Francia soffre di una attesa millenarista: spera nel ritorno della crescita. Il discredito del linguaggio politico e il pessimismo francese si rinforzeranno fintanto che le promesse dei politici riposeranno su questa mitologia. Un presupposto che non ha più alcun fondamento: è illusorio attendere che un ritorno della crescita possa risolvere le nostre equazioni di budget e anche occupazionali.

Nell'ostinarsi a credere che  si potrà rispondere al malessere sociale solo quando la crescita sarà ritornata a un buon livello, ci si blocca in una fatale impotenza. Si prende per  periodo temporaneo ciò che è in realtà un dato strutturale da cui partire per costruire la nostra strategia.

In effetti in una economia avanzata come la Francia, la crescita economica non ritroverà mai il tasso di progressione del trentennio glorioso del dopoguerra e resterà in maniera stabile tra l'1 e l'1.5% ,come risulta dalle analisi di lungo periodo, che mostrano che i tassi del dopoguerra, come quelli attuali dei paesi emergenti, non sono che delle parentesi in una tendenza ampia ove la crescita economica è moderata, legata anzitutto all'aumento di produttività. Malgrado gli annunci euforici sulla “nuova economia” anche la produttività può imballarsi.

Nei paesi che hanno portato a termine la loro rivoluzione demografica e l'aggancio tecnologico, una crescita forte non può più essere il presupposto centrale degli scenari futuri.  Si veda Thomas Piketty, Il capitale nel XX secolo, Parigi 2013, secondo capitolo, La crescita: illusioni e realtà,).

Bisogna allora rovesciare il ragionamento politico dato per scontato che consiste nel volere mantenere il nostro modello sociale basandolo su una ripresa sempre rimandata e che non arriverà. Come può il discorso attuale sulle riforme non essere poco credibile ?

E' a partire dal dato prima esposto – installazione in una crescita debole sulla lunga durata- che potremo ripensare le strategie collettive. Ma cambiare le priorità non è semplice a farsi. Se l'evidenza è difficile da accettare è perchè il nostro sistema di solidarietà si è sviluppato in una fase in cui la crescita e l'inflazione rendevano meno dolorosa la progressione dei prelevamenti obbligatori.

Come organizzare la solidarietà oggi in un contesto radicalmente differente e dove la ripartizione dei sacrifici è sempre più difficile, ma essenziale ?

L'indebitamento,giustificato nel nome di un miglioramento sempre rinviato e che si rileva inaccessibile, non è più una soluzione. Ma la lotta contro le diseguaglianze è più imperativa che mai poiché la riproduzione di ricchezza è, in particolare patrimoniale,  più forte in periodi di crescita debole. Come è essenziale, ma altrettanto difficile ripartire le risorse di lavoro esistenti.

Un basso livello di crescita non vuol dire che l'impatto delle attività umane sugli equilibri ambientali si riduca. La cifra medie della crescita inganna: non dice niente, ad esempio, sulla necessità di far divergere l'attività dal consumo d'energia  che hanno fino ad oggi proseguito in parallelo.

 Anche in questo caso l'ordine della riflessione deve essere diverso: come ridurre l'impatto ecologico delle nostre attività senza rinunciare ad accrescere la prosperità ?

Non possiamo rassegnarci all'impotenza politica. Bisogna solo svegliarci da un sogno, quello di una cifra magica che risolve le contraddizioni della vita sociale.

Non serve a nulla di ripetere il mantra dell'ottimismo del consumo e del produttivismo. Occorre far prova di realismo e di comprendere i nuovi termini delle questioni sociali e ambientali, che sono del resto inseparabili: vivere meglio in una società che cresce meno velocemente. Ma quale forza politica è pronta ad aprire questo quartiere ?

Traduzione a cura di Toni Ferigo 

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