“Lavoro domestico la lezione cinese” – Linda Laura Sabbadini, La Stampa 25-2-21, per il grande tema sui diritti delle donne, pubblica questo articolo a commento di una recente sentenza del Tribunale, a Pechino, a seguito di un recente articolo del Codice Civile.

Sapete quanto vale per l’Istat il lavoro domestico delle donne italiane? Trentacinque miliardi. Tenetelo ben presente mentre leggete questa storia che arriva dalla Cina. È di 7700 dollari, 50 mila yuan, il risarcimento in seguito al divorzio, a Pechino, dovuto a una donna che si è dedicata al lavoro domestico e alla cura del figlio durante i 5 anni di matrimonio. Comunque la si metta, è un riconoscimento del lavoro di cura prestato dalla donna. Una sentenza a dir poco inaspettata.

È la conseguenza dell’art.1088 del nuovo Codice civile entrato da poco in vigore. In Cina la situazione non è affatto rosea dal punto di vista dell’uguaglianza di genere e della divisione dei ruoli nella coppia.

La Cina è 103sima nella graduatoria dei Paesi del World Economic Forum quanto a gender gap. Le donne dedicano al lavoro familiare circa 4 ore al giorno, quasi tre volte di più degli uomini. Gli uomini svolgono più lavoro retribuito, ma solo il 25% in più. Se consideriamo il numero di ore di lavoro totale, naturalmente lavorano più le donne. Il tasso di occupazione femminile è al 65%. Ma di solito una asimmetrica divisione dei ruoli nella coppia si accompagna a bassi tassi di occupazione femminile, come in Italia o in Giappone. In Cina no, in tante lavorano e sono pure sovraccaricate dal lavoro in casa. D’altro canto, il retaggio culturale è pesante e ha sempre penalizzato le donne. Basta pensare che durante la rivoluzione culturale, le donne erano tenute ad avere una vera coscienza proletaria e rivoluzionaria, lavorare in fabbrica, o dove serviva, tutte, ma sempre caricandosi tutte le responsabilità di lavoratrici, mogli e madri, pena essere tacciate di “borghesi”. Il patriarcato dai mille volti.

La sentenza ha scatenato molto dibattito, per quanto possibile, ovviamente, in un Paese come la Cina. L’hashtag è stato visualizzato 570 mila volte e forse ora di più. Certo in tanti hanno sottolineato la valutazione di soli 4 dollari al giorno come troppo bassa visto che un lavoratore domestico a Pechino ne guadagna almeno cinque volte di più. E la cosa meraviglia non poco. Il quadro della situazione dei matrimoni e divorzi è assai critico e preoccupa molto il governo cinese, come si evince dai documenti ufficiali. La nuzialità è crollata del 41% in cinque anni. I divorzi sono cresciuti di molto. E il tasso di fecondità è basso, nonostante il regime abbia tolto il divieto al secondo figlio nel 2015, preoccupato dell’invecchiamento della popolazione, dopo l’istituzione dell’obbligo ad avere un solo figlio nel 1979. Il Governo si appella sempre più ai valori di unità familiari. Quali conseguenze provocherà questo cambiamento nel Codice civile?

Indurrà gli uomini a collaborare di più in famiglia o disincentiverà i matrimoni? O limiterà la tendenza degli uomini a chiedere il divorzio? Difficile dirlo. Le scelte del regime cinese difficilmente vengono incontro a libertà e diritti delle persone. Ma sono proprio le donne l’anello debole della catena per il regime. Loro reggono il miracolo cinese. Dove c’è lavoro, di solito c’è una donna. Loro, le donne cinesi, sono in ebollizione, hanno secoli di sopportazione sulle spalle.

Ma perché non pensiamo anche a noi? Qui il lavoro di cura o è gratuito e svolto da donne o non è. Lo sapete quanto vale quello prodotto all’interno delle mura domestiche in un anno dalle donne? Vale 35 miliardi, secondo le stime dell’Istat nel 2016. È ora di trasformarlo in lavoro retribuito, in buona parte. In servizi. Finalmente. —

*Direttora centrale dell’Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat.

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