Perché negli Stati Uniti è in atto la Great Resignation, un vasto processo di dimissioni dal lavoro? Cosa succede in Italia? Alcuni analisti e commentatori ipotizzano che la causa principale sia “..la ricerca di impieghi con salari più alti e maggiore flessibilità. L’aumento del tasso di dimissioni in Italia potrebbe essere legato alle stesse ragioni..”. Altri pensano che la causa principale sia il Covid ad aver alimentato questa mobilità sia per il lavori ora possibili con lo smartworking, sia per sfuggire alla possibilità di contagi sui mezzi di trasporto. Sono stati fatti sondaggi ma non vere ampie inchieste con i protagonisti di queste dimissioni. Altri commentatori immagino scenari di possibili grandi innovazioni nel mercato del lavoro. I primi articoli  sono stati pubblicati a novembre.

Cos’è la Great Resignation, la grande dimissione?  S’intende per essa il grande l’aumento di dimissioni volontarie da parte dei lavoratori statunitensi, che sembra si stia in parte registrando anche in Italia. Con la pandemia, moltissime persone hanno avuto un momento di riflessione che le ha spinte a cambiare. Per questo motivo, hanno deciso di lasciare il proprio impiego per trovarne uno migliore o più sicuro. L’indice delle dimissioni negli Stati Uniti ad agosto 2021 era del 19 per cento superiore rispetto allo stesso mese del 2019.

Pubblichiamo alcuni primi articoli tra i quali due di Marco Bentivogli, su La Repubblica di novembre, e su L’Espresso di gennaio 2022 nel quale così conclude, con un grande auspicio che spesso ritroviamo nei suoi commenti “..Sapere è libertà, anche di scegliere. Altrimenti polarizzazione opportunità e disuguaglianze. Valorizziamo con le nostre decisioni audaci, i lavori, le imprese, i corpi sociali e politici i territori che sono prima di tutto belle comunità umane. Dove non si smetta mai di crescere perché la formazione è un diritto, un dovere. Il miglior luogo di lavoro è quello dove la sfida progettuale è alta non solo perché l’ansia che ne consegue è grande ma perché la si compie insieme e con gli strumenti migliori: la migliore qualità di formazione. Si sceglie di andare o di restare, dove si sta bene e ci si mette in gioco. Dove ci sia una zona franca dalle vecchie regole del gioco: il servilismo e le buone conoscenze. Schiacciate una volta tanto dall’impegno, dalla competenza, dal buonsenso nutrito dal senso critico, ma soprattutto dove vi sia spazio di cura. Lo spazio che abilita sfide cooperative: quella di lavorare insieme, tutti, meglio e per questo, meno. Occuparsi dell’altro, del contesto, del tessuto delle relazioni. Bisogna battere i modelli manageriali che agevolano l’abbandono di cuore e cervello fuori dai cancelli, con la riconsegna all’uscita e con in mezzo qualche banale e strapagata indagine sul clima. Si vive volentieri, il lavoro edificato su quella vitalità fatta di azioni invisibili che rendono più forte, perché più giusta, una comunità. Il lavoro è anche relazione e ritessere le comunità del lavoro è fondamentale proprio per ricostruire il nuovo senso del lavoro. Serve intelligenza sociale dell’impresa. L’impresa che pensa è un motore sano di crescita e democrazia. Ora come non mai, perché abbiamo l’occasione di farci domande più sincere a cui non ripetere vecchie risposte autoconsolatorie.”

Circolano molte opinione, e presto – pensiamo – arriveranno dati e speriamo anche inchieste. In Italia ben lo potrebbero fare i sindacati unitariamente. Sarebbe una grande buona sorpresa, un buon anno nuovo che serve.

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